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UNA PIATTAFORMA PER L’INCONTRO FRA OFFERTA E DOMANDA DI LAVORO

assessore a Rapporti con le partecipate, Lavoro, Formazione professionale, Promozione economica e attrattività, Commercio, Suap, Agricoltura, Artigianato, Pmi e Cooperazione del Comune di Modena

Alla presentazione che mi ha fatto Anna Spadafora aggiungerei un dato importante: sono una partita IVA dal 1994, e partirei da questo elemento per il mio intervento a questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026). Ho ascoltato con attenzione i relatori che mi hanno preceduto e mi permetto di rilevare un aspetto
cui accennava Gian Luigi Zaina: c’è chi ha belle sedi, però paga i lavoratori a qualche centesimo l’ora. Questo sicuramente produce ricchezza per qualcuno, ma produce un danno complessivo per il lavoro e per la nostra società. Però è l’unica risposta che spesso molti giovani si trovano ad avere.

Da quando ho assunto una funzione nell’amministrazione, vedo contraddizioni troppo forti: da una parte dobbiamo attirare talenti, ma dall’altra non abbiamo un mercato del lavoro. I nostri giovani scelgono l’estero, io ho una figlia che vive e lavora a Londra da quindici anni e ha preso la cittadinanza inglese; quando ha finito lo IED a Milano, mi ha guardato e mi ha detto: “Papà, questo paese non è per me, non è per noi. Me ne vado a Londra”. A Londra che cosa ha trovato? Una delle cose che a noi manca di più: un mercato del lavoro. Racconto un aneddoto a questo proposito: qualche giorno fa sono arrivati in assessorato alcuni operai disperati – hanno lavorato da otto a vent’anni in un’azienda con specializzazioni importanti, sono saldatori a filo, montatori – a chiedermi soldi perché non hanno da mangiare, perché la loro azienda è fallita e probabilmente nella gestione fallimentare non sono stati seguiti adeguatamente, hanno esaurito in un anno tutta la cassa integrazione e da novembre non prendono più un euro, hanno famiglie con affitti e bollette da pagare e figli da mandare a scuola. Ma quando mi hanno detto che sono saldatori a filo, mi sono ricordato quanto mi aveva comunicato il nostro sistema di formazione professionale modenese, ovvero che noi, quando va bene, formiamo due saldatori all’anno e che tra qualche anno non avremo più elettricisti. Allora, voi capite che c’è qualcosa che non funziona.

Uno dei motivi per cui ho ripreso dopo tanti anni a fare politica è il giorno in cui mia figlia mi ha guardato e mi ha detto: “Papà, cosa ci torno a fare io in Italia? Guarda, cambio il gestore telefonico con un clic, qui tu hai cambiato il gestore e ho dovuto aiutarti a resettare tutto”. Ne vogliamo parlare? Vogliamo parlare dell’inter-device di cui tutti noi siamo vittime?

E un’altra cosa che mi piace raccontare è la serata in cui abbiamo aperto le acetaie dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, che è la nostra Ferrari del cibo. Un imprenditore del settore
agroalimentare – l’agroalimentare è uno dei settori in controtendenza, che cresce molto – mi si avvicina e mi dice: “Assessore, io ho grossi problemi con i dipendenti”. Negli anni settanta ero un ragazzo e avevo ben presente che cosa significasse appartenenza di classe, cosa volesse dire vivere nei quartieri operai. Oggi, però, quando nella mia azienda devo decidere i turni o le ferie,
devo parlare con loro, devo chiedere a loro e loro devono essere d’accordo, perché altrimenti se ne vanno. E nel momento in cui ho perso un operaio ho perso un capitale. Ecco il mercato del lavoro che non c’è in Italia. Quando è stato organizzato questo convegno si doveva tenere in un posto che a me è particolarmente caro, la Fondazione Marco Biagi, poi si è trasferito qui per
overbooking. Marco era un mio amico – ho anche difficoltà a parlarne – e aveva pensato a un mercato del lavoro. Ma in questo paese parlare di mercato del lavoro non è possibile.

Allora, il primo problema è che noi non abbiamo un mercato del lavoro: i quindici saldatori che sono venuti da me hanno mercato, eccome, ne hanno dappertutto, e devo metterli io in contatto con l’agenzia del lavoro dell’Emilia Romagna? Questo accade perché non c’è dialogo tra le imprese, il mondo della formazione e il mondo della scuola: il mondo della formazione e della scuola non sa di che cosa ha bisogno il mondo della produzione, il mondo della produzione non comunica al mondo della formazione le sue necessità. Che cosa può fare un amministratore pubblico di fronte a queste cose? Mi sono messo in testa di mettere in comunicazione questi mondi: l’uno, il mondo della scuola, senza le prospettive del lavoro, sparisce e
l’altro, il mondo del lavoro, senza la scuola che dà gli strumenti di base – non la formazione specialistica, sono molto d’accordo con Zaina quando dice che la formazione specialistica si fa sul campo, nella bottega – non ha a disposizione cittadini in grado di affrontare le questioni essenziali della vita. La tanto bistrattata scuola italiana io non la cambierei mai con le scuole americane, tedesche o inglesi, che invece sono ancora fordiste, perché sostituiscono il tema del governo con le procedure. Le procedure standardizzate vanno contro l’approccio imprenditoriale, contro la propensione alla scommessa e al rischio che occorrono per portare a conclusione progetti e programmi audaci. Scommettere sui propri talenti, soprattutto sulla capacità di affrontare gli imprevisti, dà ai nostri ragazzi delle carte in più quando si confrontano con i loro coetanei di altri paesi. Oggi siamo nel mondo dell’imprevedibilità totale, del caos totale, che richiede risposte dinamiche, flessibili, immediate, pensiero laterale, cioè fuori dagli schemi.

Ma veniamo al tema del dialogo lavoro-capitale, che risale alla seconda metà dell’Ottocento, si è coniugato in tante forme diverse e ha percorso la storia del nostro paese. Il regime corporativo del fascismo è stata la risposta al biennio rosso (1919-1921), che ha visto l’occupazione delle fabbriche. Si è voluta annullare la conflittualità, che però tra capitale e lavoro esiste nei fatti ed è inevitabile. Ma, ci chiediamo, esiste solo conflittualità o anche capacità di “cogestione”? All’indomani della fine della seconda guerra mondiale, quando sono andati via i tedeschi dal nostro paese e c’erano le fabbriche da governare, come espressione del CLN nascono i comitati di gestione delle grandi aziende, all’interno dei quali ci sono partigiani e sindacati, sindacalisti e operai. Questo accade in Italia, in Francia e in Germania e dà tre risposte diverse. In Italia nel 1946 Rodolfo Morandi, socialista – fu anche segretario del mio vecchio partito – provò per legge a istituzionalizzare i comitati di gestione. Quella legge non andò mai in porto perché nel frattempo la politica mondiale aveva diviso i sindacati. Badate bene, la politica estera è quella che determina la vita delle nazioni, lo ha fatto allora e lo farà anche oggi. Quella divisione non si è mai più ricomposta. Da un lato la CISL è da sempre portatrice di un certo tipo di ragionamento, che in Italia e in Francia non ha portato da nessuna parte, in Francia in qualche grande azienda ha continuato, in Germania sono stati istituzionalizzati i consigli di gestione, di cogestione delle grandi aziende tedesche: a decidere che si chiudano sedici stabilimenti della Volkswagen ci sono anche i consigli di indirizzo ai quali partecipano i sindacati, in particolare il più grande sindacato metalmeccanico europeo, l’IG Metall, e quando prendono quelle decisioni ovviamente non lo fanno ridendo e scherzando.

Ho fatto questa brevissima cronistoria per dire che i giovani vanno coinvolti da ogni punto di vista, ma soprattutto vanno loro garantiti stipendi e case, possibilità di avere un futuro,  possibilità di pensare il futuro: se guadagno qualche centesimo all’ora andando avanti e indietro con una bicicletta, non ho futuro; se il mio stipendio non basta a pagare l’affitto, non ho futuro. Tutti questi elementi costituiscono una politica che parte anche dal gioco, dal mettersi a rischio, giocare se stessi e la propria vita. Per quanto mi riguarda, sarei contento se riuscissi anche solo a mettere in dialogo mondi che non comunicano. Il mio sogno è che gli imprenditori di Modena abbiano a disposizione una piattaforma per sapere alla fine di ogni anno scolastico quante professionalità sono uscite dall’ITS Maker Academy, quante dall’università, quante dalle scuole professionali, quante dai licei. Oggi questo non è possibile. Mi è venuta questa idea perché alcuni imprenditori ad agosto mi spedivano e-mail dicendo: “Assessore, io sto cercando questo profilo, ma non so dove trovarlo, non ricevo risposte da nessuno”. Allora, mi sono dato questo obiettivo e mi sembra un piccolo tassello del ragionamento che stiamo facendo in questo convegno.

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