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VOLARE CON I PIEDI PER TERRA

amministratore delegato di Villani Spa, Castelnuovo Rangone (MO)

Lei è nato e risiede nella casa in cui, nel 1886, è incominciata l’avventura imprenditoriale della sua famiglia a Castelnuovo Rangone, oggi sede della Villani Spa. Dalla casa industria al rilancio costante dell’arte salumiera di qualità, il suo itinerario si specifica per la tenacia e l’audacia con cui lei ha assunto il compito tramandatole dal nonno, Giuseppe Villani. E quest’anno la Villani celebra i centoquarant’anni di arte salumiera italiana, traendoci in un viaggio straordinario attraverso l’unico museo della salumeria italiana, il MuSa, che ne raccoglie testimonianze e documenti. Oggi le vostre aziende, dislocate nelle regioni in cui si producono le specialità della tradizione, costituiscono il fiore all’occhiello dell’industria manifatturiera italiana che mantiene la sua forte vocazione artigianale nelle produzioni di qualità assoluta, esportate nel mondo. Come siete riusciti a proseguire, di mano in mano, di generazione in generazione, la scommessa dell’impresa?

Nella mia famiglia tutti mangiavano pane e salame, fin da piccoli, perché vivevamo nella casa che era anche la fabbrica in cui si producevano i salumi Villani, quindi l’argomento principale di cui si parlava era dedicato all’arte di fare i salumi. Forse è anche per questo che ciascuna delle generazioni della nostra famiglia è stata protagonista della trasformazione dell’attività aziendale. Io ne ho raccolto il testimone per tramandarlo alla quinta generazione dei Villani. Noi siamo la più antica azienda in Emilia Romagna che produce tutte le specialità dei salumi italiani e manteniamo da sempre come nostro faro il raggiungimento di una qualità eccezionale. Questa qualità è diventata anche sinonimo di salute, grazie all’accurata lavorazione artigianale che garantisce la salubrità dei nostri prodotti.

Fondata nel 1886 da Costante Villani ed Ernesta Cavazzuti, la Villani ebbe la svolta industriale con il figlio Giuseppe Villani e la moglie Irma Zi- roni, i miei nonni. Irma era figlia di Giovanni Zironi, che aveva una fabbrica di salumi a Modena e che poi ha ceduto al genero, Giuseppe. Negli anni venti le mortadelle venivano trasportate settimanalmente dal mio bisnonno con il biroccio a Bologna per i clienti più esigenti. In quella fase, Giuseppe fu ingaggiato da un principe di origini italiane emigrato in Argentina, il signor Matarazzo, che voleva fare un’industria di ma- cellazione suini. Fu così che mio nonno partì per l’Argentina, dove diede avvio a questa fabbrica. Poi il suo viaggio è proseguito negli Stati Uniti, in cui ha potuto visitare le più grandi industrie americane di macellazione e di trasformazione. Dagli Stati Uniti Giuseppe ha importato in Italia un sistema industriale di trasferimento aereo delle mezzene di suino, attraverso guidovie, quando ancora venivano trasportate su carretti.

Ma poi era scoppiata la seconda guerra mondiale…

A Castelnuovo Rangone erano tempi molto difficili, perché l’azien- da era stata occupata dall’esercito tedesco e lavorava per suo conto. Poi, nel 1944, l’esercito aveva abbandonato la fabbrica e noi custodiamo ancora alcune fotografie, tra cui quella che ritrae un uomo sulla bicicletta che fugge con sulle spalle un lardo della Villani. Ricordo anche di quando attraversammo in auto il Po per trasferirci da Castelnuovo a Milano, dove vivevano i fratelli del nonno paterno. Io avevo quattro anni e mezzo e condividevo la passione per le automobili con mio padre, ecco perché ho memoria di questo episodio. A quell’epoca, per schivare i bombardamenti all’imbrunire si ap- prontava un improbabile ponte. Mettendo in fila le barche del Po, una di fianco all’altra, e riponendovi sopra delle assi, era possibile transitare sul ponte, che veniva disfatto alle prime luci dell’alba. Questa era l’unica maniera per attraversare il confine della regione e il ponte era talmente efficiente che vi transitavano anche i camion. Poi, dopo la liberazione dell’Italia, ci siamo trasferiti nuovamente a Bologna, perché era incominciata la fase delle vendette dei partigiani nel “triangolo della morte”. Quando siamo tornati a casa, a Castelnuovo Rangone, mio nonno ha incominciato ad ampliare la fabbrica, dandole nuovo impulso.

Come si sono intrecciate le vicende dell’azienda con quelle della famiglia?

I miei nonni ebbero tre figli: mio padre e i miei due zii. Purtroppo, mio padre aveva l’asma, malattia difficilmente curabile all’epoca, ed era mancato nel 1946. Poco dopo mia madre, Bianca Orlandi, si era risposata. Io avevo cinque anni e sono rimasto a vivere con i nonni. L’azienda era diretta sempre dal nonno, che circa dieci anni prima di lasciarci, nel 1976, ne aveva trasmesso a me la direzione. Alla fine degli anni sessanta avevo inteso che occorreva trasformare l’attività industriale incominciata negli anni venti e abbiamo dismesso l’attività di macellazione. Poi, man mano che l’industria di trasformazione e l’attività commerciale crescevano, aiutati dal nostro ragioniere Pietro Cavazzuti, abbiamo incominciato a esportare nei paesi europei in cui lavoravano molti italiani emigrati, che ora potevano gustare le specialità delle regioni di provenienza, ottenendo un successo enorme.

La Villani ha dato grande impulso all’industria salumiera dell’Emilia Romagna, perché molti vostri collaboratori hanno poi via via aperto piccole aziende di produzione di salumi. Ma quando in Italia l’impresa cresce e produce ricchezza intervengono nuove scommesse anche con i collaboratori…

Quando facevamo la macellazione, siamo giunti a impiegare circa 270 operai. Nel 1945, mio nonno è stato fra i fondatori dell’Associazione degli Industriali delle Conserve Animali, che interveniva nella stesura dei contratti di categoria. Poi, con le lotte sindacali sempre più decise, è incominciata la fase degli scioperi che duravano per giorni e giorni. Allora, noi tutti, fratelli, sorelle e figli, eravamo chiamati a lavorare per confezionare i salumi, imballarli e spedire giornalmente il prodotto fresco, mentre la nonna Irma era impegnata a preparare pranzi pantagruelici. Allora accadeva che gli operai, prima di scioperare, venivano a lavorare come dei matti per preparare anche loro le casse di salumi da spedire. Questo racconto dà il senso del legame che noi abbiamo sempre avuto con il territorio, a prescindere dai ruoli.

Ma c’è un aneddoto che è ancora più indicativo. Alla fine degli anni sessanta, vengo ricoverato in ospedale per un’appendicectomia. I quattro rappresentanti degli operai che costituivano il consiglio di fabbrica indicono una riunione per il giorno successivo. Ma io non avrei potuto partecipare perché ero in ospedale, a Bologna. Loro continuavano a minacciare di scioperare e sono venuti fino a Bologna perché credevano che volessi rimandare la firma del contratto. Ancora dolorante, con i punti dell’intervento chirurgico avvenuto il giorno prima, ho concluso la trattativa sindacale nella camera dell’ospedale e l’azienda ha ricominciato a lavorare. Fra questi sindacalisti c’era un consigliere comunale che non perdeva occasione per polemizzare con mio nonno. Ma fu sempre lui che, anni dopo, propose di intestare una piazza a Giuseppe Villani.

Comunemente chi fa qualcosa di non convenzionale è apostrofato come “folle”. In questo numero della rivista noi discutiamo intorno al libro La nave dei folli (Spirali), in cui l’autore ne mette in risalto le rappresentazioni. Ma in che modo rigore e follia sono essenziali nella direzione dell’impresa?

Quando nella direzione dell’impresa non sono condivise le decisioni, queste sono tacciate di essere folli. È accaduto anche a me, quando, anche in tempi grami, ho continuato a puntare sugli investimenti e sullo sviluppo, sia acquisendo nuove aziende sia incrementando il business. L’aumento del nostro fatturato è stato sempre notevole grazie all’integrazione di questi due aspetti del business. Noi cerchiamo di sviluppare soprattutto la qualità dei prodotti, prestiamo quindi molta attenzione all’innovazione tecnologica, per rispondere alle nuove esigenze di consumo di alimenti che siano più leggeri, più digeribili e meno salati. Anche per questo abbiamo dedicato alle celebrazioni dei centoquarant’anni di Villani la Mortadella Irma, che arricchisce la gamma delle mortadelle La Dotta, La Santo e La Pop, risultando ancora più digeribile e da gustare come secondo piatto.

Ed è anche un omaggio alla donna che ha contribuito a tramandare l’arte di fare impresa nel settore…

La nonna Irma ha saputo tenere salda l’azienda e la famiglia nel momento in cui il nonno Giuseppe andava per il mondo ad annunciare il gusto dell’Italia. Lei aveva le qualità che dovrebbe avere chi svolge una funzione direttiva, quel garbo tanto essenziale per esercitare l’autorità. Questa attenzione all’importanza della donna nell’ambito della gestione aziendale l’abbiamo anche dimostrata sia inserendo donne in figure apicali della gestione sia ottenendo la certificazione della parità di genere.

Dal 1800 la mortadella rappresenta, assieme ai tortellini, la voce più importante delle esportazioni alimentari di Bologna nel mondo e oggi noi custodiamo nel MuSa uno dei rari esemplari dell’editto che il Cardinal Girolamo Farnese emanò il 24 ottobre 1661, per tutelarne la ricetta e il luogo di produzione a Bologna, dove noi continuiamo a produrla.

L’Italia è paese di produzione di eccellenze gastronomiche ma, talvolta, sembrano avere maggiore notorietà i pregiudizi che ne promuovono la demonizzazione, come avviene per esempio per le carni…

In Italia è molto forte la comunicazione che indirizza il consumatore verso un’alimentazione a base di vegetali. Inoltre, sono fortissimi gli interessi economici che spingono verso il consumo di carboidrati e dolciumi. Per fortuna, non mancano i nutrizionisti che suggeriscono una dieta equilibrata attraverso il consumo di proteine, quindi di carne, da integrare a quello dei vegetali. In ogni caso, occorre sottolineare che oggi nei prodotti salumieri di qualità italiana sono impiegati sempre meno nitriti e nitrati.

Noi siamo giunti a questa qualità perché abbiamo investito ciascuna volta più di quanto potevamo. Ma io mi sono attenuto alla lezione del nonno, che intendeva le crisi come occasioni per osare di più. E oggi più che mai bisogna imparare a volare con i piedi per terra.

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