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PERCHÉ HO SCELTO IL DIRITTO PATRIMONIALE

avvocato patrimonialista, Studio Legale Chiara Cini, Carpi (MO)

Proseguendo una tradizione familiare in cui sua madre, suo nonno e il suo bisnonno erano avvocati, lei si è specializzata in un ramo del diritto che si occupa della scelta delle strategie più efficaci per proteggere e far crescere il patrimonio e l’azienda familiare nel tempo. Ciascuna  decisione è pensata per garantire continuità, sicurezza e stabilità, affinché il patrimonio rimanga tutelato per il cliente e per le generazioni future. Qual è stato il momento in cui ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?

Non c’è stato un momento preciso, ma un insieme di intuizioni, esperienze e sentimenti. Crescere in una famiglia di avvocati vuol dire avere sempre a che fare con il diritto, ma anche con la responsabilità. Non era una scelta obbligata per me, eppure, nel tempo, ho capito che non c’era  nulla che mi affascinasse di più del concetto di continuità. Forse perché nella mia famiglia ho visto da vicino cosa significhi tramandare non solo un mestiere, ma anche un insieme di valori, un metodo di lavoro, una capacità di guardare avanti.

Ho scelto il diritto patrimoniale perché è lì che il passato incontra il futuro, e io mi sento esattamente in quel punto di congiunzione. Ogni famiglia, ogni azienda che seguo ha una storia, una missione e, soprattutto, una proiezione nel tempo. E il mio ruolo è garantire che quella missione non si disperda, ma trovi la strada giusta per continuare a esistere.

Nel suo lavoro le capita di constatare discriminazioni nei confronti delle donne, tanto nella successione familiare quanto nel cosiddetto passaggio generazionale?

Sì, e non sempre è qualcosa di esplicito o dichiarato. Anzi, spesso si nasconde nei dettagli, nelle scelte che sembrano dettate dalla logica, ma che  in realtà rispondono a un’abitudine culturale dura a morire.

Oggi molte famiglie riconoscono il valore delle figlie tanto quanto dei figli nella gestione di un patrimonio o di un’azienda. Ma c’è ancora un’ombra di retaggio culturale che fa sì che la leadership venga più naturalmente affidata a un uomo, come se fosse più “affidabile” nel lungo periodo. Eppure, nella mia esperienza, le donne si rivelano spesso le vere custodi della continuità. Hanno un approccio più inclusivo, leggono le dinamiche in modo più profondo, tengono conto delle relazioni, degli equilibri umani, oltre che degli aspetti economici e strategici.

Ma la discriminazione più sottile è quella che riguarda la percezione della professionalità femminile. Ancora oggi, in molte situazioni, un uomo  viene percepito come più competente, più autorevole, anche senza particolari meriti. Lo vedo nel mio lavoro: qualsiasi avvocato donna potrebbe  confermare che in tribunale è molto più facile essere scambiata per dottoressa: l’avvocato è un uomo. Inoltre, quando entro in una stanza per una trattativa o una consulenza, so già che dovrò dimostrare la mia preparazione un po’ più di quanto dovrebbe fare un collega uomo. Non mi pesa, perché so quanto valgo, ma mi colpisce vedere che questo accade anche alle donne che seguo: imprenditrici, professioniste,donne capaci che devono sempre dare “qualcosa in più” per essere riconosciute come interlocutrici alla pari. Non ambisco a che il valore del nostro lavoro venga riconosciuto nell’arco della mia carriera, ma mi batto lo stesso per l’avvenire delle mie due figlie.

Lei ha parlato dell’importanza del pensiero e della libertà di pensiero. Cosa intende esattamente?

Le donne hanno sempre fatto da ponte tra le generazioni. È qualcosa che sento profondamente. Noi siamo naturalmente portatrici di continuità: generiamo la vita, ma generiamo anche idee, visioni, futuro.

Nella mia professione constato ciascun giorno come le donne sappiano dare forma al futuro delle aziende e delle famiglie con una capacità di proiezione che spesso viene sottovalutata. Non si tratta solo di gestire, ma di trasformare, di innovare senza stravolgere, di creare solidità senza rigidità.

Questa è la nostra missione naturale: non quella di “tenere tutto insieme”, come spesso ci viene richiesto, ma quella di spingere oltre, di dare direzione e forma al futuro. Per questo credo che il nostro ruolo nella gestione patrimoniale e nel passaggio generazionale sia centrale: perché abbiamo un’attitudine analitica che non si ferma al dato economico, ma comprende l’intero tessuto di relazioni, di equilibri, di possibilità.

Le donne hanno una capacità naturale nel creare legami fra generazioni. Non è un caso che esse siano sempre state il cuore pulsante delle famiglie e delle comunità: organizzano, pianificano, creano soluzioni, immaginano possibilità dove gli altri vedono solo problemi.

Oggi più che mai, questo ruolo generativo ha una portata strategica. Quando una donna assume la guida di un’azienda familiare, non si limita a mantenerla in vita: la proietta nel futuro. Lo fa con uno sguardo ampio, includendo le persone, valorizzando le differenze, costruendo un percorso di crescita sostenibile nel tempo.

E la creatività delle donne, quella capacità di pensare oltre gli schemi, è qualcosa che non possiamo più permetterci di sprecare o di relegare ai  margini. Non voglio che le donne di domani si sentano costrette a lottare per uno spazio, voglio che si sentano libere di prenderselo. Perché il futuro ha bisogno della loro capacità progettuale.

 

 

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