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L’EMILIA ROMAGNA, UN MODELLO DI GOVERNANCE PARTECIPATA

Vice presidente Regione Emilia-Romagna, delega a Sviluppo economico e green economy, Energia, Formazione, Università e ricerca

In uno scenario geopolitico senza precedenti, l’industria manifatturiera bolognese si trova oggi a un bivio. L’incertezza globale, alimentata da conflitti internazionali, da un rimescolamento delle catene del valore e da un mercato in continua evoluzione, pesa in modo crescente su famiglie e imprese. L’incertezza genera paura del futuro, e questo vale per l’imprenditore, che non può fare investimenti nel lungo periodo, ma vale anche per le famiglie, che non possono permettersi d’indebitarsi con un mutuo per l’acquisto di una casa. Questa incertezza sta pesando moltissimo, pur essendo l’Emilia-Romagna una regione con una straordinaria resilienza, come dimostra la crescita del PIL, nonostante 26 mesi consecutivi di calo della produzione industriale. Il minimo che possiamo dire è che il sistema produttivo regionale sta affrontando sfide strutturali profonde.

Ma qual è la cosa che mi preoccupa di più? È il degrado geovaloriale, che ovviamente è anche un degrado culturale. È un fenomeno meno visibile, ma ancor più insidioso, un’erosione dei principi su cui si fonda la democrazia liberale – libertà d’impresa, concorrenza leale, partecipazione e controllo democratico – che mette in discussione le fondamenta dell’economia stessa, fondamenta che hanno fatto la storia, la tenuta e le relazioni dell’Occidente. Quando c’è una tecnocrazia che si fa politica o un’autarchia che non riconosce la democrazia liberale, andiamo tutti in difficoltà. E anche l’economia va in difficoltà, perché la democrazia liberale e la libertà d’impresa in un libero mercato regolamentato rappresentano la democrazia partecipata e controllata a garanzia di tutti, mentre la concentrazione di potere mina la leale concorrenza.

Analizziamo lo scenario in cui si trova il nostro Paese: le risorse del PNRR stanno terminando. Certo, cerchiamo di utilizzarle bene in questi ultimi mesi, però, diciamoci la verità, non le abbiamo utilizzate per attuare politiche industriali, politiche di filiera. Ciascun ministero aveva il suo budget e non comunicava con gli altri ministeri, ciascuno aveva il suo pamphlet, ma non c’era una regia su asset strategici di cui avevamo bisogno. Siamo un Paese strano: ci lamentiamo anche quando ci danno 90 miliardi di euro a fondo perduto su 200 e diamo la colpa a chi ce li ha dati. E in questo scenario c’è un altro indicatore: è un Paese con tremila miliardi di debito. Cosa possiamo fare? Non possiamo stampare moneta e nemmeno fare accumuli di debito, perché poi c’è il rischio di speculazioni. Quindi, siamo un Paese che, rispetto alla velocità del cambiamento, non è in grado di mettere in campo un moltiplicatore finanziario per far fronte ai problemi; può togliere un po’ qui, mettere un po’ lì, ma è un movimento di bilanciamento, non il moltiplicatore di cui avremmo bisogno.

Allora, se le cose stanno così, in questi due indicatori vedo una traiettoria netta: non dobbiamo alzarci da quel tavolo che si chiama Europa. Ma, pur essendo io europeista, come del resto questa regione, proprio per questo mi permetto di criticare quest’Europa e perciò dico che va riorientata. Non basta fissare obiettivi ambiziosi come il Green Deal 2035, se nel frattempo mancano strumenti efficaci per affrontare le sfide del presente. Con questo scenario, se non c’è una sterzata, andiamo tutti in difficoltà, perché l’Emilia-Romagna lavora con il mondo intero e i nostri imprenditori sanno benissimo che, anche nella stessa Europa, quando la Germania ha il raffreddore, noi prendiamo la polmonite. Tra parentesi, ultimamente si vedono indicatori positivi in Germania, e questo mi fa piacere, ma, se aumenta la sua sofferenza a causa dei dazi, ne risente anche la nostra economia.

Il vero nodo dell’Europa è recuperare la sovranità tecnologica, come indicato dal recente memorandum Draghi: l’Unione rischia lo schiacciamento tra due blocchi globali – USA e Cina – capaci di dominare non solo il settore tecnologico, ma anche quello industriale. Se diciamo “digitalizzazione”, tutti pensano alla Silicon Valley, perché sono leader mondiali, ma non sono simpatici, perché concentrano nelle loro mani non solo il potere dei dati, della tecnologia, ma anche una ricchezza incredibile che posizionano in Irlanda, non pagando nemmeno le tasse. E dall’altra parte ci sono i cinesi che ci riservano sorprese tecnologiche senza preavviso. Se l’Europa non recupera la sua identità industriale manifatturiera, è a rischio il più grande perimetro di qualità della vita al mondo. A Bologna siamo riusciti a realizzare la massima integrazione della storia tra capitale e lavoro, abbiamo messo in atto un sistema di welfare che comporta una grande redistribuzione di ricchezza, aumentando la qualità nelle nostre città. Perché l’impresa non è situata nel deserto e non si fa senza la sanità, l’educazione, le università, i servizi e la mano tesa verso i più deboli. Fa parte della nostra cultura. In questo scenario, è vero che il turismo andrebbe un po’ più qualificato, però, se non mettiamo a posto innanzitutto il settore primario e poi quello secondario, non andiamo in ferie. Non dimentichiamo la morfologia del nostro tessuto economico, costituito per il 95% da imprese che non superano i quindici dipendenti e lavorano per conto terzi. È un tratto che ci distingue, per questo dico spesso ai capi filiera che devono contribuire all’acquisizione delle nuove tecnologie da parte dei loro fornitori perché sono troppo veloci per le loro dimensioni. Questo anche per evitare di produrre sacche di lavoro povero, di imprese povere che hanno una sorta di analfabetismo digitale, mentre la storia di questa regione è sempre stata una storia di middle class, come direbbe Obama, che non sono i ricchi, ma le imprese e le professioni che danno lavoro di qualità a chi è inserito in una rete di relazioni. Quella middle class non è solo una caratteristica economica: ha sempre rappresentato la tenuta politica, istituzionale e democratica di questa regione. Se si sgretola, i cittadini e le imprese che si sentono esclusi non riconoscono più i corpi intermedi, le
istituzioni e la politica, e prendono il sopravvento la rabbia e il populismo. Attenzione a questo tratto, va tenuto in considerazione rispetto alla velocità del cambiamento, quindi abbiamo bisogno di recuperare le nostre filiere strategiche, perché abbiamo ancora una tenuta di PIL. Anche se due settori trainanti come la moda e l’automotive sono in difficoltà, colpiti dalle turbolenze geopolitiche e dai cambiamenti
tecnologici: il primo è in calo dopo la chiusura di due mercati strategici come la Russia e l’Ucraina e il secondo perché l’industria della componentistica soffre il rallentamento dei grandi gruppi internazionali; mentre solo le eccellenze di nicchia riescono a tenere alta la bandiera dell’export.

Quindi, serve una nuova identità industriale europea, che riaffermi il ruolo del manifatturiero come pilastro del benessere e della qualità della vita. In questo, Bologna e l’Emilia-Romagna hanno molto da dire, perché qui la qualità della vita è il frutto di un equilibrio virtuoso tra capitale e lavoro, tra impresa e welfare, tra innovazione e coesione sociale.

La forza del territorio emiliano-romagnolo risiede in tre elementi chiave: l’orgoglio del fare bene le cose, la qualità delle relazioni e la collaborazione tra pubblico e privato. In Emilia-Romagna le relazioni vengono prima del manufatto: dalle università alle imprese, passando per il mondo culturale, esiste una rete solida che produce valori, valore e innovazione. È questa rete, per esempio, che porterà la Regione a rappresentare l’Italia all’Expo di Osaka, con uno stand che racconterà non solo le eccellenze produttive – Ducati, Ferrari e Lamborghini – ma anche due espressioni del legame profondo tra cultura e impresa come Luciano Pavarotti e Giuseppe Verdi.

Il Patto per il lavoro e per il clima, nato da un confronto serrato tra istituzioni e mondo imprenditoriale, è l’esempio concreto di un modello di governance partecipata, in cui le divergenze si superano in nome dell’interesse comune.

Se però parliamo delle ombre che incombono sulla nostra regione, una delle preoccupazioni viene dal fronte demografico: con 5.000 bambini in meno alla prima elementare, la regione rischia, pur essendo come indicano le statistiche in forte tenuta, di avere meno “teste” necessarie per sostenere il proprio modello produttivo. È per questo che la Regione ha varato una legge per attrarre e trattenere talenti, puntando su un’integrazione evoluta, né buonista né securitaria, ma fondata su diritti, formazione e lavoro.

Un ruolo cruciale lo giocano anche i giovani del Sud che scelgono Bologna per studiare e lavorare. Una risorsa preziosa che alimenta il tessuto economico, ma che richiede politiche abitative e servizi all’altezza. Occorrono foresterie, rigenerazione urbana investimenti nella qualità della vita, nella cultura.

Infine, constatiamo come l’economia sociale sia una leva formidabile per la coesione. La tenuta del welfare non può più gravare solo sul pubblico. Con 21 milioni di pensionati e 24 milioni di occupati, serve un nuovo modello redistributivo che integri pubblico, privato e terzo settore. L’economia sociale –una delle deleghe che mi sono state assegnate, prima Regione in Italia a farlo– diventa così un pilastro del nuovo patto sociale, capace di garantire coesione, servizi e competitività.

In conclusione, il futuro dell’industria manifatturiera bolognese si gioca su un equilibrio sottile tra innovazione e coesione, tra competitività globale e radicamento territoriale. Serve un modello condiviso, capace d’integrare tutte le energie – economiche, sociali, culturali – di un territorio che ha sempre saputo governare il cambiamento, basti pensare al grande investimento del Tecnopolo DAMA di Bologna. L’alternativa è il rischio che il sistema si sfaldi sotto i colpi dell’incertezza, della disgregazione valoriale e del populismo. E su questo Bologna non può permettersi di fallire.

 

L’articolo di Vincenzo Colla e seguenti (fino a pag. 18) sono tratti dagli interventi al convegno Quale futuro per l’industria manifatturiera bolognese organizzato dal “Lions Club Bologna I Portici” (Palazzo d’Accursio, Bologna, 10 maggio 2025),

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