L’Osservatorio Open Innovation Lookout 2025 ha indagato lo stato dell’arte di uno strumento come il Corporate Venture Building, che promuove la creazione di nuove iniziative imprenditoriali dentro o a partire da aziende consolidate. Le imprese lanciano spin‑off attraverso collaborazioni, facendo leva sul capitale intellettuale e favorendo lo sviluppo di idee innovative da parte dei collaboratori. È ciò che sta mettendo in atto TEC Eurolab, di cui parliamo in questo numero della rivista: un’ulteriore prova che il cosiddetto “passaggio generazionale” esige un passo da parte di chi eredita, che sia figlio del fondatore o collaboratore che scommette nella valorizzazione di un ramo d’azienda…
Il passaggio generazionale non è un automatismo, non basta “ricevere” qualcosa per potere portarla avanti. Chi eredita un’azienda, un ruolo o anche una professione, deve metterci del proprio. Nel caso di TEC Eurolab, il passaggio generazionale è avvenuto non soltanto tra fondatore e figli, ma sta coinvolgendo anche i collaboratori: l’impresa prosegue il suo viaggio grazie non solo alla generazione successiva della famiglia, ma anche a chi dentro quell’impresa ha dato prova di scommettere sull’avvenire di un business. Chi eredita un’azienda oggi deve essere capace di leggerla nel presente e di darle nuovo slancio. I fondatori potevano contare su un contesto più favorevole, dove le idee nuove erano relativamente poche e avevano maggiori opportunità di generare valore. Oggi non è più così, la complessità è aumentata a tutti i livelli, quindi servono nuove leve e grandi sforzi economici per nutrire l’innovazione, che non è solo tecnologica, ma riguarda anche e prima di tutto il capitale intellettuale. Se un imprenditore di nuova generazione non riesce a gettare nuovi semi sul terreno in cui opera, l’azienda che ha ereditato pian piano appassisce, proprio come un fiore. E questo vale in qualsiasi ambito, per un medico, un avvocato, ma anche un meccanico. Chi si limita a mantenere l’esistente, chi rimane un mero esecutore diventa presto sostituibile. Il valore sta nella capacità d’innovare e d’inventare. È il minimo che possiamo dire a proposito del dibattito attuale sull’eventualità che l’intelligenza artificiale ci sostituisca: la differenza la farà proprio il valore aggiunto della creatività. Quindi ciascuno dovrebbe chiedersi cosa è in grado di fare in più rispetto a tutto ciò che riesce a fare l’AI, qual è la particolarità e l’unicità del suo contributo. È lì che ciascuno diventa insostituibile. In un certo senso, è una sfida a moltiplicare ciò che si riceve, come insegna la parabola dei talenti: non basta restituire ciò che si è ricevuto. Il talento, quello vero, sta nel riuscire a farlo fruttare, a moltiplicarlo. E questo vale anche per i giovani che non hanno un’azienda di famiglia, ma che vogliono divenire imprenditori. Nel dopoguerra era tutto da ricostruire e bastava poco per riuscire. Oggi per avviare un’impresa servono capitali e risorse notevoli e occorre affrontare mille ostacoli burocratici. Per questo è così importante quando da un’impresa ne nascono altre. Non solo, è importante anche per scongiurare l’eventualità – oggi piuttosto frequente – che un’azienda venga ceduta a un fondo, perdendo la sua identità e producendo disaffezione delle maestranze verso il proprio lavoro. Invece, quando c’è continuità e il patrimonio culturale dell’azienda viene valorizzato grazie all’idea delle nuove generazioni, anche il più semplice operaio lavora con maggiore entusiasmo.
Nel caso di TEC Eurolab, proporre a giovani collaboratori di costituire uno spin-off aziendale è un modo per dire “questa è anche casa tua”. E quando una casa la senti tua, i mattoni li metti con più attenzione. Tra l’altro, è un approccio imprenditoriale molto evoluto, perché manca quella “gelosia” della vecchia generazione che spesso faticava a lasciare spazio persino ai figli. Era una generazione che s’identificava tout-court con il proprio ruolo, pertanto non riusciva ad ammettere che qualcuno potesse fare le cose in un modo differente. Ma così non consentiva la trasmissione del suo patrimonio di esperienza e gli strumenti di governance che aveva acquisito nel corso degli anni. Oggi, invece, le nuove generazioni non s’identificano con l’impresa che sono chiamati a gestire, riescono a guardarla con più distacco e forse per questo possono farla crescere in modo più libero, hanno un approccio più aperto, più orientato alla collaborazione.
È cambiato anche il modo in cui le persone vengono riconosciute nella società: non più per il titolo, ma per la qualità di ciò che fanno. Pensiamo all’avvocato Agnelli: non ha mai esercitato la professione, ma era “l’avvocato” con la A maiuscola. Oggi questo tipo di riconoscimento è raro. Non si viene più chiamati per titolo, ma per nome. Addirittura, se il Presidente del Consiglio è donna, la chiamano per nome proprio: “la Giorgia”. Ma non voglio entrare in un campo così delicato, era solo per dire che è cambiata la cultura: oggi non è più ciò che fai a identificarti, ma la qualità con cui lo fai. E forse è proprio questo ciò che distingue in modo radicale il nostro tempo.
