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COME VALORIZZARE IL RISPARMIO DEI PRIVATI

presidente di Rerum Capital Spa, Bologna

Rerum Capital è un club deal bolognese, che, con i suoi cinquanta soci, rappresenta un modo di investire già in uso nei paesi anglosassoni. È un consorzio di investitori che fanno insieme ciò che singolarmente non riuscirebbero a fare. Data questa premessa, vorrei fare alcune considerazioni introduttive intorno al tema della valorizzazione del risparmio privato, per restare al tema di questo convegno dal titolo Il privato (Bologna, 4 novembre 2025).

In Italia, rispetto al resto d’Europa e in particolare agli Stati Uniti, dal 2008 in poi non abbiamo mantenuto – in termini reali ovvero al netto
dell’inflazione – il potere d’acquisto del nostro denaro. L’ISTAT ha confermato che il potere d’acquisto dei cittadini è stato decurtato. Inoltre, è emerso che, negli anni sessanta e settanta, i nostri genitori compravano la casa di proprietà con l’equivalente di circa sei anni/sei anni e mezzo di monte stipendi: oggi ce ne vogliono quasi undici. Questo significa che il nostro potere d’acquisto si è quasi dimezzato.

Nelle economie più evolute – noi citiamo sempre gli Stati Uniti – l’afflusso di capitali al mercato azionario, ovvero quello che va al sistema
produttivo e alle aziende, è molto florido. A volte con grandi bolle ed eccessi che condizionano il quadro macroeconomico mondiale, ma sostanzialmente sono economie in cui una quota non irrilevante dei risparmi di privati delle famiglie va al sistema produttivo. Oggi questo tema è attuale anche in Italia, ovvero si incomincia a parlare di “capitali pazienti” che possono aiutare a finanziare il sistema produttivo.

Gli imprenditori che hanno preceduto il mio intervento credo che recentemente abbiano avuto da discutere con le banche: fino a qualche
decennio fa il credito era motore di sviluppo ed era finanziatore della crescita, della ricerca e di nuovi impianti produttivi. Oggi invece il sistema bancario fatica a supportare le aziende: il credito è divenuto merce rara, e tante volte è difficile da ottenere e costoso da mantenere. Ecco che allora il capitale dei privati potrebbe subentrare a fianco del debito bancario, e aiutare le imprese più meritevoli a svilupparsi e a crescere. Però, da parte del singolo investitore privato, può sempre intervenire il timore di fare scelte sbagliate, di non sapere indirizzare il proprio capitale, che potrebbe quindi subire l’estrema volatilità dei mercati. Oggi non è senza controindicazioni la giusta propensione a investire nell’economia reale: difatti nella mia attività mi occupo di indirizzare i “capitali pazienti” dei privati verso le più diversificate opportunità esistenti. L’Italia ha una grande risorsa costituita dal risparmio dei privati, che però è spesso male utilizzato. Durante le crisi intervenute fra gli anni 2008 e 2016 gli italiani hanno tenuto circa 2.000 miliardi di euro dormienti, depositati nei conti correnti a rendimento zero. Oggi, questi risparmi trovano come alternativa – spero non esclusiva – la sottoscrizione dei titoli del debito pubblico che però, con un’inflazione che si stima essere intorno al 2%, danno rendimenti reali pari a zero. Quindi si produce il mancato adeguamento al potere d’acquisto di beni e servizi essenziali. In questo contesto finanziario, noi abbiamo copiato bene quello che facevano già altri paesi d’Europa e al di là dell’Atlantico, innovando e migliorandolo un modello di investimento molto semplice. La famiglia italiana ha sempre visto nell’investimento immobiliare il suo baluardo, in grado di mantenere il tasso di inflazione, perché il prezzo degli immobili tendenzialmente si rivaluta nel tempo. Ma oggi è rimasta amaramente delusa dal rendimento netto ottenuto dagli immobili di proprietà, assediata da ingenti spese di condominio, imposta IMU e altre tasse, cui si aggiunge la mancanza di tutele quando l’inquilino non è adeguato e solvibile. Queste sono le ragioni per cui, tendenzialmente, siamo in una fase di disaffezione dall’investimento immobiliare a gestione diretta. È chiaro che stiamo parlando del caso di un singolo privato cittadino, non di chi esercita una vera e propria attività di impresa, affittando molti appartamenti nelle aree centrali della città, da cui si possono trarre affitti brevi a turisti, studenti e così via. Il risparmiatore, quando ha comprato una casa per sé e poi anche per i figli, incomincia a porsi grossi dubbi sul la redditività dell’investimento immobiliare diretto. E allora noi di Rerum Capital abbiamo avuto un’idea semplice: facciamo un’impresa che unisca le forze finanziarie di molti privati, rendendoli co-imprenditori, e che intraprenda progetti e iniziative immobiliari redditizie e di qualità, tramite la capacità professionale e la lungimiranza di manager ed esperti del settore.

L’ISTAT rileva una domanda non soddisfatta di circa un milione di alloggi in Italia, ossia un desiderio di acquisto di case nuove, dotate di
sistemi integrati di risparmio energetico per migliorarne l’efficienza, di domotica avanzata per migliorare le funzioni domestiche e per aumentarne la sicurezza. Questo vuol dire forse che è necessario inondare l’Italia di nuove costruzioni? Oppure che dobbiamo tornare all’epoca dei palazzinari degli anni cinquanta e sessanta? Assolutamente no. Si sta facendo strada invece un nuovo concetto: la “rigenerazione urbana” delle aree della città in cui permangono fabbricati obsoleti, vecchi capannoni industriali dismessi oppure edifici scolastici abbandonati e caserme vuote, che nella maggioranza dei casi sono di proprietà demaniale o comunale e che oggi sono assolutamente inutilizzabili.

La rigenerazione urbana è un modo nuovo di restituire la città ai suoi cittadini, promosso dalla società civile, attraverso costruzioni di nuova generazione e tecnologicamente avanzate, intervenendo nelle aree semi-periferiche che oggi sono poco servite e caratterizzate da degrado diffuso. I progetti di rigenerazione urbana qualche volta risentono di pregiudizi: vorrei citare il caso di un nostro intervento di rigenerazione urbana che si è meritato la prima pagina del “Resto del Carlino – Bologna” di alcuni giorni fa, additato come ecomostro e con tanto di foto. A fianco vi era anche un’altra foto, quella del precedente vecchio edificio scolastico abbandonato e occupato abusivamente, fonte di problemi sociali nel quartiere, con le finestre murate e infestato da topi. Quale dei due, secondo voi, è l’ecomostro? Secondo gli abitanti e i commercianti del quartiere San Rufillo la risposta è scontata: l’edificio degradato precedente! Lo stesso assessore all’Urbanistica e all’Ambiente di Bologna ha riconosciuto che a protestare contro i presunti ecomostri sono sempre i soliti comitati di quindici persone, che si spostano a tutti i capolinea di autobus. Con il nostro intervento noi abbiamo sanato questa ferita della città, e vorremmo continuare a fare lo stesso con le altre.

Un altro tema da considerare, a proposito della rigenerazione urbana, è la verticalizzazione delle città. Vogliamo città percorse da autostrade a otto corsie, come Los Angeles? Oppure vogliamo una città che, tramite una sapiente verticalizzazione degli edifici, consenta ai cittadini di abitare a 15 minuti da tutti i servizi e dal centro storico, dall’università e dalla stazione ferroviaria? Secondo il ragionamento di questi detrattori della città storica, i bolognesi non avrebbero mai dovuto costruire la torre degli Asinelli! Ma invece Bologna è nota nel mondo per essere la “città turrita”, perché era caratterizzata da oltre cento torri.

L’Italia è un paese che, stretto fra due mari, si sviluppa geografica mente in lunghezza, perciò occorre organizzare anche la logistica delle merci, che devono poter circolare in modo semplice e veloce. Inoltre – ce lo ricordava Ivonne Capelli – gli italiani invecchiano ed è necessario costruire strutture di accoglienza e centri per anziani oppure, per chi se lo può permettere, senior house. E poi oggi a Bologna è sempre più urgente costruire nuovi studentati. Rerum Capital, per esempio, ha acquistato un vecchio istituto scolastico in una zona centrale della città, al posto del quale si sarebbero potuti costruire sessanta appartamenti con posto auto. Poi, è arrivato un grande investitore istituzionale che, usufruendo dei contributi del PNRR, è pronto a realizzare uno studentato. Ci ha fatto una proposta di acquisto coerente e noi abbiamo venduto. Quindi, in questa zona molto pregevole di Bologna, in cui noi volevamo costruire nuovi appartamenti, nascerà uno studentato intelligente. Ecco, allora, che il club deal Rerum Capital incomincia a diventare un motore di sviluppo per l’edilizia residenziale e non solo,
contribuendo a riconvertire le aree urbane di ex uso pubblico e anche perseguendo il rendimento che si aspettano i nostri numerosi soci e investitori. Nella penultima assemblea di bilancio, i soci iniziali di Rerum Capital sono stati premiati della loro fiducia con un rendimento medio del 7% annuo. Un bel traguardo, considerando che per qualche anno i mercati finanziari hanno offerto rendimento zero e oggi il BTP Valore per i primi tre anni offre il 2,6%. Quindi, mi sembra che la nostra iniziativa sia anche un modo per valorizzare il risparmio privato tramite la forma di Società per Azioni: non con la formula dell’imprenditore unico quindi, ma tramite un consorzio di investitori privati di
tutti i censi. Questo Club Deal non è quindi un salotto per pochi, e non è nemmeno un supermercato o una cooperativa, ma è un Club dove si può diversificare l’investimento in modo intelligente.

Questo Club è bolognese – come lo sono io e i suoi manager – perché noi lavoriamo a Bologna, dove, durante la crisi economica in cui c’erano solo cinque gru nella città, tre erano le nostre. Anche noi riteniamo che l’impresa privata sia motore disviluppo e di progresso: questa è
l’utilità sociale dell’impresa. Chi la frena di fatto impedisce di rispondere adeguatamente alle necessità dei cittadini.

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