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DALL’INFANZIA ALLA SCOMMESSA IMPRENDITORIALE

presidente di Chimar SpA, Limidi di Soliera (MO)

Pubblichiamo in questo numero una breve anticipazione del libro che Giovanni Arletti sta scrivendo per dare testimonianza del suo itinerario nell’impresa e del suo impegno nella società civile, a partire dai primi anni della sua vita, fino alla fondazione della Chimar SpA insieme al figlio Marco.

La mia storia inizia a Limidi, dove sono nato in una via proprio dietro a quella che oggi è la nostra azien- da. La mia era una famiglia povera; eravamo in quattro: io, mia sorella Mariangela, più giovane di tre anni, e i miei genitori, Fausto Arletti e Marina Pulga. I nonni materni facevano i contadini ed erano una famiglia numerosa, sei sorelle e un fratello, così come i nonni paterni, che avevano quattro maschi e una femmina.

La nostra vita è stata segnata dal viaggio fin dall’inizio. Mio padre era carabiniere e si faceva trasferire spesso per guadagnare qualcosa in più; era una vita molto scomoda per noi figli, che dovevamo adattarci a un cambiamento continuo: abbiamo abitato a Limidi fino a tre anni, poi ci siamo spostati a Pianello Val Tidone, in provincia di Piacenza, dove ho fatto l’asilo e metà della prima elementare. Dalla metà della prima siamo andati a Baiso, sulle colline reggiane, restandoci fino a metà della quarta, per poi approdare a Tizzano Val Parma, un paesino di montagna a 840 metri dove allora d’inverno scendeva tantissima neve.

In ogni posto trovavamo una casa provvisoria per sistemarci succes- sivamente; era una situazione molto faticosa. Ma, all’epoca, in poco più di un camioncino ci stava tutto quello che avevamo. Era una vita modesta: le case non avevano il riscaldamento nelle camere, avevano solo la stufa a legna in cucina, dove si faceva da mangiare. La doccia non esisteva, ci si faceva il bagno nella bacinella una volta alla settimana e la sera si andava a giocare a pallone con le scarpe di tutti i giorni, perché non avevamo certo le scarpe da ginnastica. Ma non era così solo per noi, era così per tutti.

Mio padre era una persona molto equilibrata, tranquilla, ma non sopportava il suo lavoro. Nelle famiglie contadine di allora si doveva fare i conti con la terra. La sua famiglia aveva un lotto piccolo e i figli maschi che non potevano restare a lavorare in campagna avevano due strade obbligate: fare il carabiniere o il sacerdote. Mio padre non ha mai accettato di fare il carabiniere, la sua non era una scelta, ma una necessità. Questa scelta obbligata gli ha generato un malessere, probabilmente psichico, che si manifestava con l’ulcera gastrica. Per questo è stato riformato e messo in pensione anticipata a Reggio Emilia; io l’ho visto quasi sempre in pensione. Era un uomo buono, umile, che non avrebbe mai litigato con nessuno. Mia sorella lo ricorda come un “poeta pittore” che amava dipingere con la tempera.

Il vero “carabiniere di casa” era invece mia madre. Era una donna forte, energica, di carattere e di temperamento. Ha iniziato a fare la sarta a sei o sette anni e ha lavorato per tutta la vita fino a novant’anni. Poiché le mogli dei carabinieri per legge non potevano lavorare, lei proseguiva la sua attività senza farsi notare troppo. Quando ci trasferimmo a Carpi, iniziò a lavorare a domicilio per le aziende tessili; sentivo la macchina da cucire partire alle cinque del mattino e andare spesso avanti fino a tarda notte. In mezzo preparava il pranzo, la cena e sbrigava le faccende di casa. Era meticolosa e precisa, e sgridava mia sorella, che l’aiutava da bambina, perché i suoi sottopunti non erano corti e perfetti come quelli di una macchina. Mia madre ci ha trasmesso la fede; era lei che andava a messa, mentre mio padre la accompagnava, senza mai ostacolarla.

Fin da giovanissimo sentivo di volere la mia indipendenza; non avevo il carattere per stare in un’azienda dove mi dicessero cosa fare. Ho iniziato a lavorare molto presto, all’inizio degli anni sessanta, perché con mio papà malato c’era bisogno anche del mio apporto in famiglia. La mia prima occupazione come apprendista operaio fu in un’azienda metalmeccanica di Reggio Emilia che fabbricava giostre. Già a quindici anni avevo iniziato a lavorare durante la pausa estiva dalla scuola, l’istituto tecnico professionale. Dopo la terza, ho interrotto gli studi e ho iniziato come operaio in un’azienda meccanica. Erano tempi duri: tutto era fatto manualmente con grande fatica, non c’era sicurezza, c’erano saldatrici e cavi ovunque in ambienti affollati. Lavoravo nove ore al giorno, qualche volta anche la domenica mattina per spedire i macchinari. Rimasi lì due anni, ma capii subito che quella non era la vita che desideravo.

Quando la famiglia si trasferì a Carpi, entrai in un’azienda di macchine per la lavorazione del legno come impiegato. Avevo capito che senza studio non potevo crescere, così, a ventitré anni mi ero iscritto alle scuole serali dell’Istituto “Fermo Corni” di Modena, diplomandomi dopo due anni di immensa fatica come perito metalmeccanico. Mi piacevano i ruoli di responsabilità, volevo occuparmi di organizzazione e gestione della produzione. Rimasi in quella azienda dodici anni, vivendo anche i tempi duri delle lotte sindacali. Poi, andai a lavorare da un piccolo artigiano, che ora è un gruppo internazionale. Lì ero il primo impiegato e feci di tutto: disegnatore, responsabile acquisti e organizzazione. Con il titolare e suo figlio nacque un bellissimo rapporto che prosegue ancora oggi.

Il mio percorso è stato una continua formazione. Quando andai a lavorare in un gruppo internazionale incontrai un direttore commerciale che veniva da esperienze americane e mi trasmise una moderna cultura commerciale e di marketing. Quell’esperienza fu fondamentale per completare la mia formazione.

Nel settembre del 1987 mia moglie vide un’inserzione sul giornale: cercavano un responsabile per un’aziendina di imballaggi, la Safa. Quando arrivai il primo giorno, trovai un capannone modesto con due operai molto anziani e due giovani. Entrai in società con il 25%, così finalmente potevo cimentarmi in ciò che desideravo fare: l’imprenditore. Iniziai a introdurre la tecnologia, i primi computer per l’amministrazione e i fogli Excel per i disegni tec- nici, cose che nel nostro settore allora non esistevano. Grazie ai rapporti con i manager della CNH, imparai il concetto di outsourcing: capii che le aziende volevano terziarizzare tutto ciò che non era il loro core business, come il confezionamento e la logistica. Lavorai in quella direzione e in pochi anni la Safa fece passi da gigante.

Tuttavia, nel 1999, le cose cambiarono. Il socio di maggioranza voleva gestire in prima persona l’azienda. Nonostante l’azienda andasse benissimo, il fatto che la mia visibilità fosse superiore alla sua gli dava fastidio, pertanto io me ne andai.

Tuttavia, questa situazione mi portò a fondare la Chimar, in società con mia moglie, Francesca Praudi, e i miei figli, Chiara e Marco, i cui nomi hanno formato quello della Chimar, l’azienda di famiglia, che non è nata da un’invenzione improvvisa, ma il risultato di tutto il mio percorso precedente. La vita mi ha insegnato che, per ottenere risultati, occorre fare sacrifici. Ho dovuto rinunciare alle serate con gli amici per studiare e prepararmi, perché la questione di base è sempre la stessa: vogliamo solo sopravvivere o vogliamo produrre valore? La cosa importante è avere degli obiettivi e cercare di perseguirli. Io sapevo che la mia indole mi portava verso qualcosa d’altro: ho aspettato l’occasione giusta per seguire quella vocazione e, quando è arrivata, l’ho colta immediatamente.

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