Il traduttore
Chi è Francesco Saba Sardi, traduttore e curatore dell’edizione italiana della Nave dei Folli di Sebastian Brant? È stato uno scrittore impegnativo, i suoi libri sono ritenuti molto difficili e di ardua lettura, la sua vita è un elogio dell’oscurità, più che della luce. È stato un traduttore molto noto e di vasta produzione. Nel suo intervento, Davide Bertagnolli notava che la traduzione di quest’opera ha comportato un enorme lavoro per restituire una serie di impressioni, un clima, un’atmosfera, un contesto culturale che in genere nelle traduzioni – seppure tecnicamente esatte – si perde. Sul tema della traduzione, Saba Sardi ha scritto Il traduttore libertino, un libro che mette a confronto in forma di dialogo due figure: Semantico e Giocoso. È una testimonianza teorica essenziale intorno alla sua attività di traduttore.
Fino dai suoi esordi nel mestiere di traduttore ha introdotto in Italia opere che hanno trasformato la cultura italiana, fra queste va citata Il mito della malattia mentale di Thomas Szasz, partendo dalla quale Saba Sardi in seguito scrisse un libro sulla nascita della follia. Sulla scia dei capolavori europei troviamo la traduzione di Das Narrenschiff, un testo letterario del Cin- quecento tedesco la cui traduzione è stata una vera impresa letteraria.
Il crogiolo delle lingue
Francesco Saba Sardi è stato un «figlio» degli dèi fugaci e momentanei dei confini e delle frontiere. Nasce a Trieste, parla diversi idiomi fin dall’infanzia: il tedesco, l’italiano e il triestino sono le lingue che parla in famiglia, ma quelle terre sono attraversate anche dalle lingue slave, dal russo al ceco, al serbo croato. Nasce, dunque, in un crogiolo di lingue e di tradizioni che lo sottrae all’idea di localizzazione della lingua e al contempo gli impedisce di ritenere che ci sia una lingua che possa considerarsi propria. La lingua resta sempre Altra. Vita da viandanti nell’hic et nunc da un Altrove all’altro. L’atopia della parola e del linguaggio – che ha le stesse caratteristiche dell’idea della follia – diventa per lui una caratteristica strutturante sia il suo percorso di vita sia il suo progetto intellettuale e dell’intera sua produzione saggistica e artistica letteraria.
Oltre al suo straordinario talento intellettuale era dotato di enorme forza fisica, e noi che separiamo sempre parola e corpo dimentichiamo di essere simultaneamente la combinazione di entrambi gli elementi. Atletico e dotato di una resistenza fuori dal comune, riusciva a lavorare anche dieci ore al giorno – cinque a tradurre e cinque a scrivere – con una disciplina sportiva ed esistenziale mantenuta per tutta la vita, da qui l’enormità della sua produzione: traduzioni, saggi, romanzi. Apolide per lungo tempo, ha vissuto in Francia e in molti altri luoghi, viaggiatore instancabile passava da una lingua all’altra restituendo a ciascuna la forza della propria particolarità.
Quando crediamo di appartenere in modo esclusivo a una lingua, tendiamo a radicarci in essa fino a illuderci di rimuoverne l’atemporalità. Per lui anche nella conversazione quotidiana parole tedesche, francesi e italiane si associavano fino a produrre neologismi linguistici: intarsi involontari di giornate trascorse a tradurre in una lingua al mattino e in un’altra al pomeriggio. In questa itineranza culturale fatta di avventura, viaggio e parola si è svolta tutta la sua vita.
L’antipersonaggio
È un autore non catalogabile, e sicuramente poco “praticato”, studiato e analizzato: non perché sia poco conosciuto — ha goduto anzi di una certa fama in Europa e negli Stati Uniti – ma perché leggerlo richiede una partecipazione attiva alla sua scrittura, mentre in genere preferiamo opere che ci consentano un atteggiamento più passivo.
È un autore antipersonaggio: non ha mai amato la pubblicità né il chiasso. Resta una figura di grande forza, perché è riuscito a sostenere per tutta la vita un’immensa solitudine – anche la solitudine di essere profondamente incompreso – pur nella frequentazione di amici artisti e intellettuali straordinari. Non partecipava al rumore mediatico perché era estremamente rigoroso, refrattario a qualsiasi compromesso, indisponibile alla compiacenza e a cedere sulla libera esposizione delle proprie convinzioni. Un autore raro, e per questo prezioso.
Sul piano intellettuale, ha dedicato una parte consistente del suo lavoro all’ambito delle teorie psichiatriche e delle istituzioni manicomiali, con una posizione fermamente antipsichiatrica: non ha mai creduto alla localizzazione della malattia mentale, alla celebre ricerca della «pietra della follia». Scelte assunte con estrema responsabilità anticonformista, il che rende ancora più evidente quella forza morale, intellettuale di cui parlavo in precedenza.
La sua era, in realtà, un’esistenza di grande disciplina. Al di là di ciò che poteva suggerire una certa teatralità trasgressiva in cui talvolta si esibiva, conduceva una vita rigorosa, da “monaco buddista” come avrebbe detto lui: e non avrebbe potuto essere altrimenti, considerando la mole delle sue pubblicazioni.
Il mito vissuto e la produzione
Potremmo dire, citandolo, che la sua scrittura è un «mito vissuto»: la vita narrando. La sua scrittura è vita, è appunto il mito vissuto. Figura insolita rispetto alla propria epoca, oltre ogni convenzionalità, può essere considerato un classico per la sua inveterata esplorazione onnivora di ogni forma di cultura; il suo è stato il cimento arduo di vivere da intellettuale ciascuna esperienza esistenziale che gli si sia presentata innanzi.
«È raro trovare un ingegno così eccentrico e proteiforme, tanto impegna- to nell’indagare ogni aspetto dello scibile: con estrema attenzione e rigore, ha curato e scritto libri per bambini, racconti erotici e sconci, volumi di viaggio sulla traversata dell’Africa, sull’India, sul Brasile, testi colti di cucina, recensioni per artisti e musicisti, pamphlet sull’immigrazione, opere saggistiche di grande rilievo in materia di religione (è suo Il grande libro delle religioni), di follia (ha scritto Nascita della follia), di guerra – con diversi libri che tra l’altro sono in dotazione al Ministero della Difesa –, di potere, di militarismo, di arte e della vita dei «selvaggi», che ha frequentato viaggiando a lungo e anche vivendo con loro, interessato a capire culture «altre». Tutto questo insieme a una sterminata produzione letteraria in cui ciascuna teorizzazione trova una speciale incisività, data dalla forza stilistica del testo» (i brani tra virgolette caporali, qui e di seguito, sono tratti dalla mia postfazione alla nuova edizione del libro La nave dei folli, Spirali, 2026).
Elogio dell’oscurità
La parola è oscura – e qui siamo alla follia di cui dicevo prima. Noi pretenderemmo che tutto fosse chiaro, ma presumere che tutto sia chiaro vuol dire dare un fondamento metafisico alla parola, cioè fissarla in un locus. Saba Sardi ha scritto un Elogio dell’oscurità, un libro in cui l’oscuro – che non riusciamo a leggere nella sua po- tenza – è uno straordinario elemento da cui scaturisce la parola. Essa è oscura prima che ci appaia, prima che si manifesti. L’oscurità, dunque, non è qualcosa da mettere in chiaro, «in chiarese», come scrive Saba Sardi, con un presupposto ontologico o epistemologico: è da lasciare nella sua condizione originaria, perché l’inquietante non possiamo toglierlo dall’esistenza. Anzi, è un elemento fecondo della poiesis, di quella che con un termine di moda chiamiamo “creatività”, ma sarebbe più corretto definire arte e invenzione. «La parola oscura non ha presa, non c’è possibilità di avere dimestichezza con il linguaggio, non abbiamo facoltà, capacità, competenza che ci faciliti il percorso; restiamo consegnati al viaggio impervio di esistere raccontando sulle tracce del mito».
La particolarità narrativa di Saba Sardi è di attenersi a uno stile che non utilizza la logico-discorsività, cioè la discorsologia. Logos vuol dire anche semplicemente parola, però nella nostra cultura il logos designa il discorso, cioè tutto l’apparato razionale, quello che misura ogni cosa e la significa letteralisticamente. Dalla logico-discorsività
risulterebbe una costruzione, un procedimento causale che imporrebbe l’adesione a una coerenza precostituita e riconducibile a un’episteme di partenza. La logico-discorsività presuppone un’origine conoscibile al di fuori della parola, di cui l’autore si avvarrebbe per dominare la lingua in cui egli stesso si pone. Presupposto che determina la credenza nell’uso e consumo della lingua, una concezione che Saba Sardi considera dettata dalla paura della parola – parola che invece resta extra-referenziale, inservibile, e si staglia sul nulla. La speranza di trovare, in un’in- variabilità pre-Babele, la conferma di una lingua adamitica, il germe iniziale, la scaturigine dell’universo dalla quale far dipendere la genealogia del bene e del male, dell’al di qua e dell’al di là, del mondano e del divino, è il risultato di un pensiero che presuppone il principio di identità come negazione dell’alterità, del tempo secante.
Follia, logos e il principio di non contraddizione
È difficile intendere che ciascun atto di parola in quanto tale è originario – cioè fanico (il citato phanés) – e che in esso si situa il nostro stesso esistere. È chiaro che il phanés, l’apparire della parola nella sua emergenza, è «folle», nel senso che la follia è modus della parola stessa. Nel momento in cui si tenta di situare la parola in un punto, di localizzarla, essa da “folle”, da “insituabile” (connotata dallo straniante, dall’anomalia, dall’alterità), si inabissa nella credenza del deficit cognitivo universalizzato, perdendo così il carattere inventivo originario, improvviso, anarchico, condizione sorgiva sempre originale, nuova: nascita e morte nell’istante dell’atto. La parola agrammaticale al suo emergere viene stigmatizzata come sbagliata, errata, deficitaria, catturata sul versante patologico: ne conseguono diavoli, peccati, la malattia della mente, il disturbo, cioè tutta una serie di rappresentazioni sciento-religiose che scartano a priori la qualificazione della parola che inaugura il “sempre e comunque vita” nell’eternità dell’attimo.
Potremmo dire che la pazzia, così come viene definita dalla psichiatria, è una reazione, una rappresentazione che procede dalla paura della follia della parola. In altri termini, la paura della follia della parola trova le sue impersonazioni nella gnoseologia del «matto», per così dire. Il principio di non contraddizione e la coerenza gerarchica nella logica del discorso sono l’espressione della cultura occidentale che, da Platone, Aristotele, Cartesio e Hegel, non ammette l’inconciliabile a causa del principio del terzo escluso, il tertium non datur. Il principio di non contraddizione e il principio di identità sono i cardini su cui si regge il logos inteso come discorso. Se il tertium, l’Altro, è tolto, il discorso si qualifica come rappresentazione della morte con i suoi fasti e i suoi nefasti, poiché è inammissibile per il discorso l’alterità, il non sintetizzabile nella mediazione di due termini risultanti dall’uno diviso in due.
L’uno diviso in due è ancora molto di moda, viene riproposto ogni giorno – quasi non ce ne accorgiamo – perfino nei sentimenti, fino alla capillarità delle nostre esistenze. Viene raccontato che non viviamo procedendo dall’apertura, dal due originario, ma che c’è sempre la riduzione all’uno, visibile in tantissime forme linguistiche. Forme lontanissime dell’esperienza di Saba Sardi, esente dalla riduzione al linguaggio unificante. Tale riduzione linguistica fa sì che si perdano tantissime sfumature provenienti da altre lingue, da altri modi di intendere, da altre immagini, fino a giungere a una riduzione ideologica. Ci sono testi cinesi tradotti in italiano dall’inglese che sono una lettura ideologica del testo cinese, non una traduzione cultural- mente significativa, e questo indica quanto sia importante una traduzione che proceda dall’apertura anziché dalla riduzione all’uno.
Saggistica, narrativa e poiesis
«Saba Sardi ha sempre elaborato in simultanea narrazioni, traduzioni e trattazioni saggistiche, combinando varietà e stili. L’eccezionalità del procedimento è data dal fatto che intercorre una differenza radicale di forma espositiva tra l’ambito saggistico, in cui impiega la ratio per analizzare il discorso come causa, e quello narrativo, in cui si avvale della poiesis per articolare il mito».
Ma cos’è la poiesis? È la condizione stessa in cui la parola inventa, fa, crea; è la condizione originaria della parola. Noi siamo parola, viviamo nella parola, mentre molto spesso supponiamo che ci sia qualcosa prima della parola, prima che essa si dia, che si effettui. E tutto ciò che noi chiamiamo pazzia è questa oscurità, perché pensiamo di porre la parola al di fuori del suo stesso apparire. La lingua poetica è la nostra lingua originaria, come quella dei bambini, che parlano sempre in poesia e sono poeti straordinari, artisti straordinari.
a nostra condizione originaria non è quella razionale. Quella razionale l’abbiamo inventata; è un’invenzione, in parte tecnica, derivata da questa condizione originaria che possiamo chiamare poiesis. Poiesis non vuol dire solo poesia: vuol dire soprattutto produrre, mettere in forma ciò che appare. Questi significanti – la follia, l’oscurità, la phanía, ciò che appare – indicano che ciascuno di noi, mentre parla, si situa in un atto nuovo. In ciascuno di noi, nell’apparire della parola, c’è questa originarietà che è il nostro “non d’essere” sempre inedito, il nostro essere altro, il nostro non essere significati né definiti. Questa è una teorizzazione cui Francesco Saba Sardi ha lavorato a lungo, producendo un lavoro enorme sulla parola che è diventato un poema, Il Dottor Sottile, dove il linguaggio è la condizione che ci struttura e ci costituisce.
Comunemente, invece, si crede sempre che ci sia un “fuori dalla parola” che la domina: la parola sarebbe dunque un nostro strumento, usabile, consumabile, e non la parola che inventa lo strumen- to. Differentemente, la condizione originaria costituita da arte e cultura (che possiamo separare solo per convenzionalità discorsiva) è la condizione in cui inventiamo ciascuna cosa. È per via di questa phanía, di questa anarchia, di questa follia che abbiamo le invenzioni scientifiche, le misure, le matematiche, la tecnologia – non il contrario. Saba Sardi riteneva che con la nascita del Potere-Dominio fosse avvenuto un “rovesciamento dei simboli”, tanto che l’aspetto poietico, seppure intoglibile come rivela il sogno, fosse stato relegato al marginale, un alcunché di eliminabile in nome del “trionfo della volontà” razionale. Ma anche il potere, il dominio, il razionale sono ancora parola e narrazione. Ecco perché la parola è la vita stessa.