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GIOVANE È CHI COMBATTE PER LA RIUSCITA

presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Emilia, CEO di Sideius Srl, Campogalliano (MO)

Il tema di questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026), ovvero la questione della valorizzazione dei giovani e dei talenti, è veramente cardine. Ma chi sono i giovani? Giovane è chi combatte, chi ha un obiettivo, una prospettiva, chi ha voglia di crescere e d’innovare, pertanto si può essere giovani anche a cinquanta o a settant’anni. Allora, come valorizzare i giovani? È un tema che ci poniamo anche come Gruppo Giovani di Confindustria Emilia in tanti modi. Per esempio, si ricollega alla questione del passaggio generazionale, che sappiamo essere critico per le nostre aziende; e va interpretato anche rispetto al coinvolgimento dei collaboratori, non solo rispetto alla continuità familiare. Credo che valga lo stesso approccio in entrambi i casi, perché per valorizzare un giovane occorre permettergli di divenire protagonista dell’esperienza, indipendentemente dal fatto che sia il figlio del fondatore che incomincia a lavorare nell’azienda di famiglia o un collaboratore appena assunto.

Il nostro pianeta sta cambiando molto velocemente, forse più di quanto vorremmo, e bisogna tenerne conto. Abbiamo la guerra nel cuore dell’Europa, con le armate russe che stanno massacrando il popolo ucraino, e tante altre circostanze che tutti noi conosciamo. Allora, a fronte di questi eventi, come si può pensare che un ragazzo, un neolaureato o un diplomato, possa accettare di svolgere un ruolo qualunque in un’azienda ritenuta qualunque? Non può farlo. Anzi, i giovani oggi tendono a dividersi fra due posizioni: da una parte, c’è chi in grossa le fila dei Neet, ragazzi che non studiano, non lavorano e non s’impegnano in nessun progetto – e questo è un dramma che deriva spesso da una
questione di disillusione, dall’idea che non si possa far nulla, perché “tanto va tutto a rotoli, tanto il nostro paese non ha prospettiva, tanto, se studio o non studio, non cambia nulla”, e noi dobbiamo contrastare a livello culturale questa narrativa che è falsa –; dall’altra, ci sono invece giovani che hanno voglia di cimentarsi e d’impegnarsi, che vogliono avere un purpose, vogliono avere un obiettivo, un’influenza, un’efficacia in ciò che fanno, e se noi nelle nostre aziende non glielo permettiamo, non permettiamo loro di cimentarsi e di raggiungere il loro obiettivo, di sentirsi utili, di avvertire che stanno contribuendo a un progetto, questi giovani cambiano azienda o paese. Da qui le Great Resignation e la
fuga dei cervelli, che non sono legate solo a temi economici.

In questo contesto s’inseriscono anche le nuove tecnologie: siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, non si parla d’altro, anche giustamente.
L’intelligenza artificiale avrà un’influenza enorme: porterà nel digitale, o comunque nei ruoli un tempo definiti white collar, il tipo di automazione che la meccanizzazione e la robotica hanno già portato nei lavori manuali, nei blue collar. E quindi diminuiranno le funzioni intermedie, operative, meramente esecutive. Il nostro sistema di istruzione, compresa l’università, cerca chiaramente di promuovere un pensiero critico, un contributo più strategico, e i ragazzi arrivano in azienda con questo tipo di approccio. Ma se non viene loro permesso e riconosciuto, carcano di andare a esprimersi in altre realtà, anche all’estero. Quindi noi dobbiamo assolutamente metterli in condizione – attraverso la formazione, ma anche assumendo il rischio di dare loro responsabilità – di esprimersi, d’inventare e d’innovare. Ne va della riuscita delle nostre imprese, perché se noi non teniamo conto di questi elementi perdiamo le nostre migliori risorse e rimaniamo zoppi, in un pianeta che invece va a velocità elevatissima. Quindi, oltre a essere eticamente giusto, è un fattore competitivo per le nostre imprese tener conto di questi aspetti.

Mi ricollego anche a un altro tema della giornata di oggi: la questione del gioco. Il gioco è essenziale, perché permette di cimentarsi con sfide
che comportano una crescita individuale, anche attraverso l’educazione al raggiungimento degli obiettivi e al gioco di squadra. Questo è vero, sia nello sport sia nei videogame, e rimane vero anche all’interno delle nostre aziende. Così come un bambino, per raggiungere il suo obiettivo di montare il castello dei cavalieri Lego, impara a seguire le procedure e alla fine trova soddisfazione nell’averlo completato, perché non può esserci la stessa soddisfazione anche per un collaboratore che raggiunge un obiettivo aziendale? E, così come il bambino, entusiasta, a un certo punto magari s’ingegna e prova a costruire una torre più alta, ipotizza una variazione e si mette in gioco, anche nelle nostre aziende possiamo permettere ai collaboratori di proporre cambiamenti e innovazioni, affinché non solo il castello Lego, ma anche l’impresa divenga più loro. E dovremmo prestare ascolto a queste proposte, perché sono una chance per noi imprenditori: incentivando questo approccio giocoso, che tiene conto dell’entusiasmo dei nostri collaboratori, abbiamo tutto da guadagnare.

Faccio un esempio: di recente parlavo con l’amministratore delegato di una grande azienda del settore aeronautico nostra cliente, era la prima volta che ero in call con lui e discutevamo di un algoritmo di intelligenza artificiale che dobbiamo mettere a punto per loro. Dopo un po’ ha incominciato a chiedermi prestazioni esagerate, che non sono tecnicamente fattibili. Allora, avrei potuto dargli una spiegazione seriosa, però non potevo limitarmi a dimostrare le mie competenze, che comunque bisogna avere. Così, gli ho risposto: “Certo, riusciamo a fare tutto questo, e poi chiediamo anche all’algoritmo di determinare se la vostra pala di turbina dovrebbe essere assegnata a Grifondoro o a Serpeverde”, come dire che a questo punto l’algoritmo farebbe magie da Harry Potter. Chiaramente si è messo a ridere e abbiamo parlato trenta secondi di questa cosa. Certo, è stata un’uscita audace, un rischio, magari il cliente non sapeva neanche di cosa stessi parlando; invece è risultato un modo efficace per fargli notare che stava chiedendo l’impossibile. Ma l’umorismo, il motto di spirito, l’ironia sono modi con cui ciascuno può mettersi in gioco integralmente, anziché fare solo il funzionario. Noi dobbiamo riuscire a incentivare questo approccio giocoso e soprattutto valorizzarlo, quando abbiamo la fortuna che i nostri collaboratori lo adottano.

Del tema della fuga dei cervelli verso l’estero ormai si parla da vent’anni. È problematico per noi perché ci priviamo delle risorse migliori, mentre dobbiamo creare opportunità qui. Non è un male che i ragazzi si spostino, non possiamo impedirglielo. E, poi, se parliamo di Unione Europea, forse dovremmo anche iniziare a smettere di considerare gli altri paesi come se fossero estero, perché non c’è niente di strano se un ragazzo americano che cresce in Massachusetts va a studiare in California e a lavorare in Ohio: nessuno ritiene che sia andato all’estero. È chiaro che noi paesi dell’Unione Europea dovremmo lavorare veramente sull’integrazione, dovremmo avanzare lungo le direttrici ben delineate nel rapporto Draghi. In ogni caso, la nostra priorità dovrebbe essere creare nuove opportunità e dare testimonianza ai nostri ragazzi delle opportunità che qui già esistono. Per quanto forse non ce ne rendiamo conto, l’Italia è appena diventata il quarto paese esportatore nel pianeta. Invece, purtroppo, continuiamo a presentare classifiche in cui siamo al 151° posto, fra Angola e Cambogia, anziché essere orgogliosi di comunicare che siamo il quarto paese esportatore, dopo Stati Uniti, Cina e Germania, prima del Giappone. Ditemi voi se è poco: in mezzo a tutte le difficoltà e a una gestione politica che non incoraggia certo l’impresa e l’iniziativa privata, siamo comunque al quarto posto.

Quindi, possiamo andare all’estero, però vorrei che ci andassimo con l’audacia di considerarci eredi del rinascimento, quali in effetti siamo,
quindi che tentassimo di andare negli Stati Uniti e in Cina come Cristoforo Colombo e come Marco Polo. E sono migliaia le nostre PMI che hanno esattamente questo approccio, PMI emiliane che acquisiscono aziende negli Stati Uniti e in altre aree del mondo. Vorrei che parlassimo di più di questo e che ascoltassimo la testimonianza di queste aziende. Come Gruppo Giovani di Confindustria Emilia stiamo organizzando una serie di interviste con gli imprenditori, centrate sul passaggio generazionale e su questo approccio, perché è importante tenerne conto. La realtà dell’impresa, in Emilia in particolare, è molto più ricca e le prospettive possono essere molto migliori di quello che comunemente si crede.

 

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