Gli interventi dei relatori che mi hanno preceduto in questo convegno (Il privato, Bologna, 4 novembre 2025) sono stati molto interessanti. Certamente il privato riguarda l’impresa, e non a caso si parla di “libera impresa”. Sull’importanza dell’impresa e, in particolare, dell’industria per la nostra vita non avrei nulla da aggiungere all’intervento di Bruno Conti: l’industria garantisce davvero il nostro stile di vita.
Ma le imprese non sono tutte uguali, soprattutto quando parliamo di libera impresa. Qual è, dunque, il “privato” nell’impresa? Il simbolo del privato nell’impresa è l’impresa familiare. E l’impresa familiare ha una caratteristica fondamentale: se volete incontrare chi decide in Sefa Holding, incontrate Bruno Conti o i suoi figli. Questo è essenziale. Non è così per tutte le imprese: ci sono società quotate, multinazionali, imprese controllate da fondi pubblici, e non hanno lo stesso stile, non sono la stessa cosa.
Così come esistono molti pregiudizi verso il privato in generale, esistono pregiudizi anche verso le imprese familiari, che invece rappresentano l’ossatura, la struttura portante del nostro paese. Uno dei pregiudizi verso le imprese familiari è che esse investano di meno e per questo siano meno performanti rispetto alle grandi multinazionali o alle imprese pubbliche. A questo proposito, invece, ho trovato un’interessante indagine recente svolta da AIDAF, Unicredit e Bocconi: uno studio che copre l’arco temporale che va dal 2013 al 2023: dieci anni in cui è successo di tutto, dalle crisi al Covid, insomma tutto tranne gli alieni. Ebbene, nel corso di questi dieci anni le imprese familiari hanno avuto una maggiore crescita di fatturato rispetto alle altre, maggiore redditività, più utili, più assunzioni di personale – che, pur non essendo lo scopo principale di un’azienda, è comunque un modo in cui l’impresa contribuisce al territorio – e un indebitamento inferiore.
Sarà vero che hanno speso meno in investimenti, ma forse proprio per questo hanno fatto quelli giusti: perché dietro c’è una proprietà, una ownership, qualcuno che scommette del proprio, che valuta bene e investe dove serve, dove c’è una prospettiva di crescita e di margine. Non investe “per spendere”, come a volte accade nel pubblico. Pensiamo al PNRR: se la missione è “spendere”, allora, siamo bravi tutti.
Si tende a confondere le cose, ma i dati dicono chiaramente che le imprese familiari sono la spina dorsale del paese, non solo in senso figurato ma anche in termini numerici. E da qui si capisce quanto sia cruciale la questione del passaggio generazionale. Noi, come Giovani Imprenditori di Confindustria Emilia Area Centro, abbiamo proprio questa missione: formare la prossima generazione imprenditoriale. Lo facciamo attraverso la formazione dei giovani imprenditori, ma anche trasmettendo cultura d’impresa, in occasioni come questa, nelle scuole e nelle università. E, se non ci fosse il valore del privato, se non ci fosse il valore dell’impresa familiare, non esisterebbe neppure il problema del passaggio generazionale. Un imprenditore che invecchia potrebbe semplicemente limitarsi a vendere a un fondo. Ma i dati dimostrano che la perdita di un’impresa familiare ha effetti disastrosi sul territorio. Ecco perché dobbiamo affrontare questa sfida, soprattutto rispetto ai fondi di investimento, che nella maggioranza dei casi sono una vera piaga: puntano solo al rendimento finanziario, ma non giovano affatto al nostro tessuto economico. Il loro gioco è semplice: acquistano dieci aziende e le rivendono a pacchetto con un moltiplicatore più alto. Non hanno ottimizzato processi, non hanno sviluppato progetti, hanno solo messo insieme dei pezzi acquistandoli scontati da imprenditori che non avevano passaggio generazionale. E nel frattempo? Nella migliore delle ipotesi, quelle aziende perdono la loro particolarità, la loro direzione, la loro forza sul mercato. Nella peggiore, vengono chiuse o delocalizzate, magari in Cina. È devastante. Occorre reagire, valorizzare le imprese esistenti e impedire che si disperdano in questo modo.
Ma noi abbiamo una chance su cui scommettiamo. Chi prosegue nell’impresa, chi non vende, ha una possibilità. Durante gli anni delle Great Resignations, si diceva che un dipendente non lascia l’azienda, ma il suo responsabile. È altrettanto vero il contrario: i giovani, quando scelgono il loro percorso lavorativo, scelgono un’azienda e spesso anche l’imprenditore o il manager che incontrano. E chi mette in gioco in prima persona il proprio sogno imprenditoriale e la storia della propria azienda ha la chance di essere molto più attrattivo rispetto a un anonimo fondo d’investimenti. La nostra azienda, Sideius, è una PMI di cento persone, stiamo crescendo molto bene, siamo attrattivi. Per questo noi, come altre aziende d’eccellenza del territorio, dobbiamo contrastare la paura verso i grandi gruppi, l’idea di essere “piccoli”. Quando un fondo acquista un nostro concorrente, noi festeggiamo: loro acquistano l’azienda, per noi aumentano le chance di attrarre i loro clienti e il loro personale, che non trova identificazione nella gestione puramente speculativa di un fondo. Chi resta sul campo e combatte con forza e virtù poi raccoglie i frutti. Noi, per esempio, l’anno scorso siamo cresciuti del 27% e quest’anno prevediamo un ulteriore 17%, nonostante la congiuntura che non è delle più favorevoli. Il mio è un messaggio di speranza e di battaglia: non dobbiamo cedere alle tendenze dell’epoca, ma continuare a combattere.
Ho trovato molto interessante l’affermazione di Caterina Giannelli: “Il privato è l’istanza verso cui tende il pubblico”. È vero. La nostra azienda, che è pubblica – nel senso che coinvolge cento persone e le loro famiglie – tende comunque al privato: da un lato mette ciascun collaboratore in condizione di dare il massimo contributo nelle attività che svolge, dall’altro valorizza chi diventa protagonista del progetto d’impresa. Per esempio, abbiamo una divisione che funziona in modo straordinario perché il giovane che la guida ha 35 anni e un talento unico. Se non ci fosse lui, non avremmo gli stessi risultati: ha un approccio da vero imprenditore. E allora perché non riconoscerlo? Nel 2026 faremo uno spin-off di quel ramo d’azienda: lui acquisirà una quota e diventerà imprenditore. È la prova che un’organizzazione di interesse pubblico tende a generare nuova iniziativa privata.
La mia scommessa è arrivare a un’impresa senza dipendenti, in cui ciascuno sia protagonista, assuma responsabilità e tragga profitto – intellettuale e finanziario – dal proprio impegno.
Come notava Elisabetta Brunelli Monzani, l’indipendenza è un requisito essenziale del privato, e allora perché non immaginare un’impresa in cui ciascuno possa trovarsi in questa indipendenza? Evidentemente non tutti aspirano a divenire imprenditori, ma possiamo tendere a un modello in cui ciascuno divenga protagonista. Perché la sfida è questa: essere tutti, in qualche misura, proprietari. Io so che l’impresa non è solo mia – è anche dei miei collaboratori – e questa non è una rinuncia al privato, è la sua espressione più alta.
E poi c’è la questione della libertà, come ricordava Ivonne Capelli: come può esistere il privato senza libertà? Guardiamo l’Ucraina: lì si difende la libertà, la democrazia, la libera impresa. Qualche imprenditore o politico potrebbe avere nostalgia e proporre di “tornare a vendere alla Russia”. Ma, se viene meno la democrazia, viene meno anche la libera impresa. Senza libertà non c’è spazio per l’individuo.
Per questo anche nella nostra azienda teniamo conto della libertà: adottiamo lo smart working – quando si tratta di compiti che si possono svolgere da remoto – e l’orario flessibile. Perché obbligare tutti a timbrare alle 8, alle 12, alle 13, alle 17? A cosa serve? Se c’è una base culturale solida – come quella che nella nostra azienda è frutto di un percorso che mio padre porta avanti dal 1990 e come nuova generazione stiamo proseguendo – allora si può lavorare con libertà, perché la responsabilità non viene meno, anzi, tende ad aumentare.
Io auspico che ci siano cento cervelli in ciascuna azienda, non un cervello e cento esecutori, altrimenti vince la Cina. La nostra forza è avere cento cervelli liberi, capaci di pensare, ingegnarsi e innovare.
Per questo dall’anno prossimo toglieremo anche le timbrature: ciascuno risponderà del proprio lavoro. Certo, ci sono regole, responsabili e
referenti di dipartimento, dispositivi: non si accetterà che qualcuno lavori a metà. Anzi, si lavorerà di più e meglio, con entusiasmo, costruendo il proprio percorso, senza la necessità di giocare a guardie e ladri.
Questa è la nostra chance, e anche il mio augurio: che sempre più imprese possano adottare dispositivi che valorizzano i talenti, la libertà, la responsabilità e la cultura del privato.


