Da oltre cinquant’anni B.E.A. Srl interviene nell’ambito delle biotecnologie applicate all’agricoltura e all’ambiente. Ma la sua ricerca è nata in Italia nel settore agrobiologico, con un allevamento di lombrichi. Quando ha incominciato, nel 1970, non immaginava che, tramite quei lombrichi, avrebbe percorso molta strada…
Nel De re rustica, Lucio Giunio Moderato Columella, vissuto fra il 4 e il 70 d. C., faceva alcune annotazioni valide ancora oggi, quando scriveva che un terreno privo di lombrichi vale poco. All’epoca non si sapeva perché il lombrico fosse un indice di fertilità, ma oggi sappiamo che il lombrico, mangiando e triturando la terra, ne mescola tutte le sostanze organiche, i residui vegetali e quelli animali, trasformandole in humus, ovvero in terreno fertile, tramite le sue deiezioni. Ma, soprattutto, il lombrico si nutre del citoplasma di microrganismi che rendono fertile il terreno.
Io ho incominciato a interessarmi alla ricerca sui lombrichi nel 1970 e venivo chiamato “il papà dei lombrichi”. Poi, nel 1972 ho aperto la società Lombritalia e ho incominciato a produrre fertilizzanti tramite l’humus di lombrico. Dopo pochi anni è scoppiata “la febbre del lombrico” e, nel 1978, una lettiera di due metri quadrati di lombrichi era arrivata a costare un milione e mezzo di lire. Molti speculatori aprivano aziende di allevamento, ma era un lavoro difficile e oggi di quelle attività ne sono rimaste pochissime.
Attualmente, studio i lombrichi per le loro molte proprietà nutrienti, che li rendono una fonte inesauribile di proteine anche per l’alimentazione animale. Se mettiamo la farina di lombrico nei mangimi, per esempio, noteremo che non conferisce odore né sapore sgradevole al latte, alle uova o alle carni. Basti considerare che le uova migliori provengono da galline che mangiano i lombrichi. La nostra
ricerca è indirizzata anche alla fertilità del terreno, che purtroppo sta declinando rapidamente.
Perché ciò accade?
Perché l’uso scriteriato e massivo di prodotti antiparassitari, di fertilizzanti e concimi chimici – che certamente non sono da demonizzare – senza l’apporto di sostanza organica, ha determinato la perdita di humus nei suoli. Oggi abbiamo suoli poverissimi di sostanza organica: i terreni stanno perdendo struttura e le piante producono malamente, perché hanno un sistema di difesa indebolito e, anche per questo, richiedono l’impiego di più acqua per l’irrigazione. Se invece il terreno è nutrito, se c’è l’humus che trattiene grandi quantità di acqua, allora ne saranno necessarie minori quantità.
Inoltre, i microrganismi del suolo utilizzano come fonte energetica il carbonio che si trova nell’humus. Se immettiamo urea nel suolo, perché
i microrganismi possano utilizzare l’azoto presente nell’urea avranno bisogno del carbonio, che prenderanno dall’humus. Quindi, senza l’apporto di sostanza organica, che contiene carbonio, vi sarà una diminuzione dell’humus che finisce per ossidarsi.
Nel momento in cui è stato depauperato questo patrimonio, alterando l’equilibrio microbiologico che ha la sua casa nell’humus, le piante soffrono in buone condizioni. Per questo, noi abbiamo cercato di studiare la composizione dell’acqua che è fra le radici, ovvero nella rizosfera di un terreno fertile, e abbiamo cercato di fabbricare prodotti che contengono le stesse sostanze e nella stessa concentrazione che è nei terreni ricchi di humus. Fornendo alla pianta questi prodotti, le diamo l’impressione di vivere in un terreno ricco di humus con in più i microrganismi propri di quel terreno, che forniremo con una certa frequenza. In questo modo noi consentiamo alle piante, che sarebbero destinate a produrre poco e male, oltre che ad ammalarsi, di produrre con maggiore abbondanza e con migliore qualità.
Voi intervenite anche nei casi di inquinamento…
Noi interveniamo in tutte le condizioni di inquinamento da sostanze organiche, che possono essere risolte dall’attività microbica. Un depuratore non funziona perché c’è la struttura di cemento che lo contiene, ma fun ziona quando l’acqua viene depurata dai microrganismi. Questi poi si moltiplicano, formano i fanghi e così via, però l’acqua non si depura se manca l’equilibrio dei microrganismi nel depuratore.
Quell’equilibrio che, per esempio, è essenziale nell’acqua termale, le cui proprietà terapeutiche sono dovute all’ampia varietà dei suoi microrganismi…
Noi non potremmo vivere in assenza di microrganismi. Nel nostro intestino, per esempio, ospitiamo come minimo un chilo di microrganismi. Se noi prendiamo una gallina e la lascia mo razzolare in libertà, quando va a beccare nel terreno, oltre a prendere i lombrichi e a pizzicare qua e là, ingoia anche pezzetti di humus. Se la sacrifichiamo, troveremo particelle di humus nel suo apparato digerente. Quelle particelle di humus contengono i microrganismi che poi diventeranno parte del microbiota intestinale dell’animale. Se noi diamo da mangiare le stesse cose a due galline, una delle quali viene lasciata libera di razzolare nel campo, questa avrà anche la carne migliore e produrrà uova migliori.
Quali clienti usufruiscono delle vostre ricerche?
Le industrie, gli agricoltori e gli operatori ambientali ci chiamano quando si verificano casi di inquinamento, sversamenti di idrocarburi in particolare. In Congo, per esempio, in appena due anni abbiamo trasformato 5.000 tonnellate di petrolio in humus. L’area era diventata una vera e propria palude di petrolio a causa dell’accumulo di residui della più grande raffineria della costa occidentale dell’Africa. Con l’aiuto dei microrganismi che hanno trasformato quel petrolio noi abbiamo risanato quest’area, che oggi è un paradiso terrestre. Ma il terreno è fertile
perché il petrolio è stato trasformato in humus, grazie all’azione dei microrganismi, e oggi continua a liberare anidride carbonica, fondamentale per la crescita delle piante.
Dobbiamo considerare che una pianta, per esempio un olivo, per produrre un litro d’olio ha bisogno di tutta l’anidride carbonica presente in circa 10.000 metri cubi di aria, altrimenti non potrebbe produrre quel litro d’olio. Così come, per produrre un chilo di farina, il grano ha bisogno di tutta l’anidride carbonica contenuta in 4.000 metri cubi di aria. Quindi, la pianta non può crescere e non può produrre se manca l’anidride carbonica. Lo stress carbonico è la porta che si apre agli attacchi dei fitopatogeni. Le piante con attività microbica impoverita vanno incontro più facilmente anche a stress carbonico e conseguente intossicazione del suolo che crea poi fenomeni di allelopatia: la pianta sta male, non cresce, non ha anidride carbonica sufficiente e il terreno si intossica sempre di più.
Noi produciamo anche microrganismi per i depuratori di acqua e per la zootecnia, per esempio per deodorare le stalle, abbattendo l’ammoniaca negli allevamenti. Inoltre, interveniamo nell’itticoltura, perché, mettendo questi microrganismi nell’acqua di allevamento, ne abbattiamo l’ammoniaca, che mina la salute dei pesci facendola diventare una pozzanghera intossicata.
Abbiamo un laboratorio biologico che ci consente di fare ricerche specifiche per ciascun caso, ma, dopo oltre cinquant’anni di esperienza ciò che facciamo non è codificato. Oggi tutti parlano dell’utilità dei microrganismi, però, chi avvia un laboratorio per studiarne la valenza, viene guardato ancora come se fosse uno stregone.
In questo numero della rivista apriamo il dibattito intorno a come il privato dia un contributo essenziale in ciascun ambito. Quali sono i risultati di un’impresa privata come B.E.A.?
La ricerca che facciamo in un’impresa privata come la nostra deve avere sempre un obiettivo preciso da raggiungere, altrimenti rischiamo di gettare via tempo e soldi. Noi, di volta in volta, abbiamo trasformato il petrolio in humus prodotto a livelli industriali, abbiamo migliorato il funzionamento dei depuratori risparmiando energia e con i nostri prodotti abbiamo ridotto le quantità di acqua da impiegare nei suoli agrari. In Egitto siamo riusciti a risparmiare fino al 75% di ac qua modificando anche l’impianto di irrigazione. Grazie all’aiuto di questi microrganismi, con dei catalizzatori minerali che sono presenti nei nostri prodotti, la pianta riesce a catturare l’umidità sospesa nell’aria durante la notte, trasformandola in acqua utile per le foglie. È come se ogni notte piovesse un millimetro o un millimetro e mezzo di acqua per metro quadrato di superficie fogliare, che corrisponde a circa 30/45 mm di pioggia in un mese.
Questo meccanismo, in caso di siccità, si traduce nella capacità delle piante di sopportare meglio un grave stress idrico: la mattina le piante non presentano gocce di rugiada sulle foglie, perché l’acqua è entrata all’interno della loro struttura. La pianta compie la fotosintesi quando sorge il sole. Normalmente le altre piante perdono due ore di fotosintesi perché devono asciugare le gocce d’acqua, altrimenti quelle gocce si comporterebbero come una lente che provoca un’ustione. Con i nostri prodotti, le foglie guadagnano soprattutto due ore di fotosintesi, quando è massima la concentrazione di anidride carbonica nell’aria. Questo significa che producono più zuccheri, più biomassa, più sostanze di difesa. Se la pianta ha più zuccheri, infatti, può produrre acido salicilico, per esempio, e può difendersi dagli attacchi di insetti e di altri microrganismi patogeni.
Questo tipo di intervento comporta an che la riduzione dell’uso di fitofarmaci?
Certamente. Per esempio, la rogna dell’olivo, una malattia causata da un batterio, lo Pseudomonas savastanoi pvsavastanoi che vive sulla corteccia di questo albero, aggredisce la pianta anche tramite una minima ferita che può essere causata da grandine, da potature o dalle pratiche di raccolta delle olive. Se manca un buon sistema di difesa, sulla corteccia e sui rami dell’albero si formano tutte quelle escrescenze che ne compromettono la produttività e la qualità dell’olio. Con i nostri prodotti noi riusciamo a controllare benissimo questo microrganismo.
La ricerca nell’attività microbica è un settore che avrà sempre maggiore sviluppo, perché non può esserci vita se mancano i microrganismi.