Il titolo di questo numero della rivista è La mano dell’arte e dell’invenzione. La vostra azienda si avvale di oltre cinquanta collaboratori che, con mani esperte, realizzano silos e altri prodotti di carpenteria metallica destinati a industrie di tutto il pianeta. Quanto conta il lavoro della mano nell’era dell’intelligenza artificiale?
Oggi si moltiplicano i dibattiti su come l’intelligenza artificiale e internet possano risolvere i problemi del mondo. Ma la realtà è che esistono molti lavori nei quali è impossibile sostituire l’uomo. Nella carpenteria metallica, per esempio, utilizziamo già robot per alcune saldature e abbiamo automatizzato buona parte della produzione, ma non riesco a immaginare una totale sostituzione della manualità. Noi non realizziamo prodotti in serie: ciascun silos, ciascun impianto, ciascuna costruzione ha una storia, un progetto e caratteristiche proprie. Lo stesso vale per il montaggio delle strutture, che richiede esperienza e sensibilità che una macchina non possiede. È vero, alcuni settori sembravano impossibili da automatizzare e invece lo sono diventati: penso all’edilizia, con sistemi che realizzano automaticamente parti delle costruzioni, oppure alle case prefabbricate in legno, dove le macchine tagliano ciascun elemento con precisione assoluta. Sicuramente continueremo a inventare nuove soluzioni, ma resteranno sempre mestieri nei quali la manualità è decisiva: la carpenteria, l’idraulica, l’impiantistica, il lavoro del falegname, ma anche tutta l’assistenza tecnica e la manutenzione.
Quindi, è impossibile fare a meno del lavoro della mano. Ma, anche ammesso che un giorno ci si riuscisse, che cosa faranno poi gli uomini? Saranno tutti ingegneri o sviluppatori di software? È un problema che riguarda il futuro della società.
Ci sono invece professioni in cui l’intelligenza artificiale sta entrando con forza: penso agli avvocati, ai commercialisti e a molte attività intellettuali. Ma il rischio maggiore non tocca soltanto il lavoro, ma anche la formazione intellettuale delle persone. Internet e l’intelligenza artificiale stanno abituando molti giovani a cercare immediatamente la risposta, senza approfondire davvero gli argomenti. Si scommette sulla facilità, mentre diminuiscono la voglia di studiare, il sacrificio e la capacità di costruire una preparazione solida. È una trasformazione culturale che rischia di impoverire prima le persone e poi le professioni.
Naturalmente tutto questo cambierà il nostro modo di vivere, di lavorare e di stare insieme, come sta già avvenendo. Ma ci sono valori umani che non dovrebbero mai essere sostituiti dalla logica dell’efficienza.
Prendiamo, per esempio, la crescente difficoltà di trovare assistenza per gli anziani: mancano posti nelle case di riposo e manca il personale, e questo mette in difficoltà moltissime famiglie. Temo che, se continueremo a ragionare soltanto secondo la logica della macchina, finiremo per considerare l’uomo come un computer: utile finché funziona e da eliminare quando non serve più. Da qui nasce anche il rischio che l’eutanasia venga considerata sempre più come una normale soluzione.
Si crea un parallelismo tra la mac- china e l’uomo, pericoloso soprattutto sul piano etico: se continuiamo a pensare soltanto a come rendere ogni cosa più facile, arriveremo inevitabilmente a chiederci quale sarà il posto dell’uomo quando la macchina farà tutto. E che cosa succederà a noi quando saremo anziani? Sarà davvero così semplice risolvere tutto con una puntura?
Il tema della mano ricorre spesso nei dibattiti sull’intelligenza artificiale…
La mano è alla base della nostra vita. Lavorare con le mani, anche svolgendo un mestiere considerato umile, arricchisce l’intelletto, costrin- ge a ingegnarsi, a trovare soluzioni nuove. Se invece ci impoveriamo intellettualmente, rischiamo di cre- dere che tutto sia possibile e che non esistano limiti. E procediamo quasi automaticamente, senza interrogarci sugli effetti delle nostre azioni.
È interessante questo legame tra il lavoro manuale e la tendenza a immaginare una vita priva di difficoltà…
Se automatizziamo ogni processo, finiamo per rendere sostituibile qualsiasi cosa, comprese le persone. Basta osservare ciò che accade in un ristorante: gruppi di amici seduti allo stesso tavolo che invece di parlarsi chattano con qualcuno al telefono. Così, se uno di loro venisse sostituito da un altro, magari nessuno se ne accorgerebbe. Lo schermo rischia di spersonalizzare le relazioni e di produrre indifferenza.
Per questo considero la manualità un’esperienza imprescindibile per lo sviluppo dell’umanità. Scrivere con una penna è un gesto che ci qualifica. Domani forse esisteranno tecnologie capaci di trasferire direttamente il pensiero su un supporto. Ma un conto è utilizzarle per aiutare persone colpite da gravi disabilità a esprimersi, un altro è se la ricerca dell’automatismo ci porta a diventare tutti simili a robot, quindi a perdere la nostra umanità.
Se scompare il lavoro della mano, scompare anche una parte dell’intelligenza. Nella mano ci sono l’ingegno, la forza, ma anche la dolcezza di una carezza. Oggi sempre meno persone si abbracciano, eppure un abbraccio può risolvere problemi che nessuna macchina riuscirà mai a risolvere.
