La nave dei folli (Spirali) è un “trattato di mattologia”. Tradurlo in rime baciate dal tedesco antico è valso a conferire, nel 2005, il Premio Nazionale per la Traduzione al suo straordinario traduttore, Francesco Saba Sardi, da parte del Presidente della Repubblica Italiana. Pubblicato a Basilea nel 1494, La nave dei folli di Sebastian Brant esce appena due anni dopo l’“invenzione dell’America e la reinvenzione dell’Europa”, come scrive Saba Sardi nella sua prefazione.
Brant appare come un “borghese illuminato”, preoccupato di ricondurre alla luce della verità di cui lui è certo i matti che folleggiano nel Carnevale altorenano. Nel suo trattato, se per un verso l’autore dileggia gli stolti che s’abbandonano alle carnevalate non ancora riformate dalla Chiesa, all’alba della modernità annunciata dalle tre caravelle di Colombo, per l’altro, però, si avvale proprio dello strumento fra i più potenti della modernità nascente: la stampa. L’invenzione di Johannes Gutenberg, avvenuta fra il 1450 e il 1455, consente infatti una diffusione dell’opera senza precedenti. Tradotta in varie lingue, La nave dei folli sarà fra i primi libri accessibili anche ai non chierici, inaugurando un modo nuovo della divulgazione del sapere ma anche una nuova tecnica del controllo morale.
Pubblicando La nave dei folli, l’autore non scrive soltanto un poema allegorico o una satira morale, ma fornisce l’inventario delle deviazioni, delle illusioni e delle paure dell’uomo alle soglie della modernità. Ed è per questo aspetto che il testo diviene qualcosa di più di una semplice satira. Con questo libro si diffonde, infatti, anche una precisa ideologia contro l’anomalia, contro l’idioma particolare a ciascuno, contro la parola e il suo modo non convenzionali. Brant redige il catalogo della follia che, a partire dall’idea della parola come circoscrivibile in un sistema di canoni, contribuirà a fornire le basi della moderna nosologia psichiatrica. La follia viene classificata e delimitata nelle sue presunte varianti. E ciò avviene attraverso la stampa: attraverso lo strumento principe della modernità si diffonde l’istituzionalizzazione della follia e dell’idea di morte che secondo Brant la sottende.
“La follia di Brant è sempre carnevalesca”, scrive Saba Sardi nella prefazione. E nota che se matto è affine al greco máte cosa vana, vuota, esso è ricollegabile al mat indo-iraniano (come in shah mat, il re è morto, scacco matto). E allora il carro del carnevale, per esempio di Basilea, rimanda al carro che porta via i morti, che poi diventa le navi in cui questi venivano lasciati andare alla deriva.
atto si fondono vanità e morte: “Il viaggio della nave è dunque quello di un battello carico di morti”, prosegue Saba Sardi. Brant mette la paura della morte a guida della rettitudine dell’uomo tardo-medievale per redigere un trattato che contenga ciò che non si può contenere, la modernità. E, allora, la nascente città moderna non può tollerare ciò che sfugge al canone. Occorrono ordine e confor mità. La nave dei folli rappresenta ciò che deve essere espulso, in modo che la civiltà possa costituirsi come luogo del controllo e della normalizzazione.
In questo senso il libro di Brant risulta essere di grande attualità. Attraverso la stampa si certifica un nuovo razzismo mentale, fondato su canoni che hanno la funzione di preservare le strutture del potere e del sapere dominante. L’uso della moderna stampa per mantenere l’antico sistema di regole costituite risulta un ossimoro che possiamo cogliere anche oggi nell’utilizzo dei social network, strumenti di diffusione della comunicazione che non risparmiano l’avanzare dell’ignoranza e delle nuove forme di conformismo digitale.
E forse anche lungo l’incontro con Armando Verdiglione – più volte editore di Saba Sardi – il traduttore della Nave dei folli coglie benissimo come il testo di Brant proceda dall’ossimoro e dalla contraddizione strutturali della parola, ovvero dalla questione aperta. In altre parole, il sistema che Brant si propone di mantenere, irridendo chi non ne segue i canoni, non riesce a costituirsi come tale. La parola procede dalla questione aperta, pertanto sfugge al controllo ideale, all’uniforme e all’uniformità. Questa la civiltà della parola, anziché il discorso ideale, anziché il pensiero unico postulato dal nuovo inquisitore.
Oggi siamo forse esenti dal riproorsi di questo sistema di canoni contro la questione aperta da cui procede la modernità? Nella mia pratica clinica e di formazione, come nelle equipe di formazione e insegnamento che tengo a Bologna e in varie città, la parola si specifica come originaria, perché procede dalla questione aperta anziché dall’idea di Unico. Ma oggi dappertutto, nelle famiglie, nelle scuole, nelle imprese viene proposto e riproposto il corretto modo di parlare, con il coniuge, con i figli, con gli alunni, con i collaboratori, predicando di mantenersi alla larga dalle emozioni negative, di cui viene redatto il catalogo a partire dalla religione del pathos eretto a modello, come dimostra il successo del lessema empatia.
Brant tenta continuamente di riportare la parola entro i confini della morale ecclesiale, descrivendo con minuzia l’obbrobrio dei folli alla deriva dagli steccati della civiltà. Ma di quale civiltà? Quella che procede dalla verità del sapere dominante o quella che procede dalla parola come questione aperta? Questione aperta cioè che non si chiude nell’idea di Unico, per uniformare l’itinerario costituito da ricerca e impresa, arte e invenzione.
È proprio intorno all’idea di civiltà che l’opera continua a interrogarci. Ancora oggi persiste l’idea di civiltà come contenimento dell’anomalia, quindi della parola e del pensiero non conformi al canone. La follia assume allora i caratteri della “malattia” che minaccia le città e che deve essere esorcizzata attraverso nuove forme di controllo sociale e psicologico. E non è forse rispetto alla paura di questa malattia, come malattia di morte, che sorgono continuamente nuovi esperti della salvazione laica? Figure pronte a scandagliare il negativo per indirizzare ognuno verso la casella diagnostica appropriata, verso la patologia da curare, verso il contenimento dell’anomalia e della differenza? La normalizzazione contemporanea non è meno potente di quella descritta da Brant: cambia linguaggio, cambia tecnica, ma conserva la medesima aspirazione alla classificazione dell’uomo secondo il canone del negativo.
La città rinascimentale, invece, la città moderna, la città del fare non si rappresenta più la morte nella differenza e nella varietà pragmatiche, dunque non deve più esorcizzarla o consacrarla nella pazzia condivisa. E la follia non è più minaccia, non turba più l’ordine stabilito, perché, assieme al rigore, è condizione delle arti e delle invenzioni. A Brant non sfugge che la comunità, dopo il viaggio di Colombo, è avvolta da una modernità che metterà in discussione la “scienza certa” dei clerici e degli umanisti. Ma allora La nave dei folli valga come monito: a viaggiare senza meta, nella direzione non univoca, non si trova l’America ma la morte certa.
La pedagogia dell’autore che si propone di condurre all’Unico però non riesce. Brant tenta di costruire un trattato capace di contenere ciò che non si può contenere: la modernità stessa. Perché la modernità procede dall’apertura, da quel viaggio della parola che ha come condizione una garanzia che non entra nel canone, una follia che non si lascia uniformare. Ed è proprio questo che spaventa l’umanista: l’assenza di una verità univoca in grado di ordinare il mondo. Da ciò deriva l’ossessione pedagogica dell’opera. Il pleonasmo della parola è inteso come deviazione dal luogo comune, dall’ordine simbolico garantito, per esempio, dalla famiglia, dalla Chiesa e dalla società, come scrive Brant nella ballata sul Cattivo esempio dei genitori:
“È pieno il mondo di mali insegnamenti,/e indocili e infama- te son le menti./La colpa ne va data ai genitori:/dal marito la moglie ed a fortiori/ da loro il figlio impara, che patrizza,/e da loro la figlia che matrizza./Non deve dunque nessun meravigliarsi/se matti ovunque quaggiù vede sparsi./Il granchio marcia come fa suo padre,/ d’un agnello una lupa non è madre”.
Riprendendo la lezione di Platone, il figlio del vasaio non potrà che fare il vasaio. Brant ripropone l’idea di una trasmissione genealogica del fare (“il granchio marcia come suo padre”), in modo che sia rispettato il canone dell’Unico, quel canone a cui la follia non si uniforma. Ma proprio nella linguistica dell’opera di Brant qualcosa eccede continuamente questo moralismo. L’uno, il significante, il figlio, non è uguale all’uno, differisce da sé, non si uniforma. Nessuna genealogia o archeologia della parola: l’ironia, il gioco linguistico, la pluralità dei registri nel testo di Brant aprono varchi inattesi. È que- sta la grandezza della traduzione di Saba Sardi: lasciare emergere, accan- to al trattato morale, la contraddizione della vita.
La nave di Brant continua a navigare, carica di pazzi e di morti, in ogni epoca che pretenda di ridurre la vita all’idea di Unico. Ma la civiltà che ammette l’anomalia, dunque anche la differenza e la varietà della parola, non cessa di annunciare la modernità dell’era della parola.


