Il tema di questo numero della rivista è Il privato, inteso anche come l’iniziativa privata, che ha sempre comportato la cura della proprietà e dell’ambiente circostante, anziché l’abbandono dei beni alle avversità della natura. Tuttavia, com’è noto, a partire da Marx ed Engels, la proprietà è stata considerata “un furto” e si è diffuso un pregiudizio contro l’impresa e gli imprenditori, come se fossero nemici della collettività. Da qui l’eccesso di burocrazia che rallenta o addirittura blocca l’iniziativa privata, anziché sostenerla e promuoverla…
Mi viene in mente Campitello di Fassa, un borgo di montagna dove la gente va in villeggiatura. Un tempo era un paese agricolo, costruito secondo le esigenze del lavoro e della vita quotidiana. Le case erano fatte con uno stile particolare non per motivi estetici, ma funzionali. Oggi le troviamo meravigliose, ma i contadini le avevano costruite con il buon senso, non con un piano regolatore. Una volta, la proprietà privata era libera di costruire e organizzare le proprie attività secondo le necessità, sempre rispettando la natura. Se vai in Trentino, lo vedi: il rispetto per l’ambiente è enorme, ma nasce dal legame con la terra, non da un’ideologia.
Anche da noi, in Emilia, ci sono stalle bellissime, fatte di mattoni con le volte. Diversi materiali, ma la stessa intelligenza. Ricordo a Campitello le stalle interrate, con un piccolo finestrino aperto per far entrare aria: tenevano le mucche al caldo, e d’inverno diventavano anche luoghi di socialità. In modenese si diceva “andèm a vécc”, cioè “andiamo a chiacchierare un po’”. Si stava al caldo, si parlava, si stava insieme. Chiaramente si sentiva l’odore delle mucche, ma non era una cosa indecente.
Oggi, un contadino che deve costruire una stalla deve fare i conti con regole assurde: altezze minime, vincoli strutturali, burocrazia. È costretto a comprare prefabbricati in cemento armato, tutti uguali, anche se sono destinati a una costruzione in montagna. In certi casi, per rispettare le norme, si costruiscono strutture in legno, ma la forma non è più quella originaria, viene obbligatoriamente cambiata e modernizzata. Allora ci chiediamo: è meglio o è peggio?
Se in un borgo storico come San Gimignano, per esempio, volessi costruire una casa con una torre, sarebbe giusto che mi chiedessero di farla uguale alle altre, ma se voglio farla a Modena e non me la fanno fare, perché mi dicono che è troppo alta, mi chiedo perché e chi lo decide. Lo
decide un burocrate che non tiene conto delle esigenze pragmatiche dei cittadini e delle imprese. Allora, se volessi fare una casa con una torre
alta come quella di San Geminiano a Modena, magari nel quartiere Sacca, sarebbe sicuramente un pugno nell’occhio e non mi meraviglierei
del fatto che me la impedirebbero. Ma se io in una zona industriale voglio costruire una fabbrica con il soffitto alto venti metri perché è funzionale allo svolgimento del mio lavoro, perché devono dirmi che non posso superare i quindici metri, che purtroppo sono diventati la norma?
Lei fa appello all’approccio pragmatico per cui le cose si fanno secondo l’occorrenza, sempre seguendo il criterio della qualità, che non è mai standard…
Sì, perché con il buon senso del contadino si sono fatte cose meravigliose. Lo stesso vale per molte vecchie fabbriche italiane: penso alle prime officine della Fiat, oggi considerate archeologia industriale, ma di una bellezza straordinaria.
Non bisogna vergognarsi del passato. Bisogna ricordare come si è partiti per apprezzare ciò che si è diventati. Se, per esempio, le acciaierie modenesi vengono restaurate e destinate a un nuovo utilizzo importante, il risultato ci farà capire sia com’eravamo sia come siamo diventati. Se invece vengono demolite e al loro posto viene costruito semplicemente un parcheggio, si snatura il luogo e si cancella la memoria, anzi, la si rinverdisce soltanto nel giorno dell’anniversario. Se vado a Campitello e visito un’antica stalla, ho modo di apprezzare una tradizione che è anche storia e cultura. Il contadino che oggi vuole costruire una nuova stalla potrebbe avvalersi di questo modello, anche senza farla identica, ma non può omologarla al prefabbricato standard, perché capisce benissimo come fare qualcosa che sia in armonia con l’ambiente
circostante. Ecco perché dico che, forse, se le amministrazioni pubbliche lasciassero un po’ più di libertà all’individuo, non sarebbe male.
Lei dice che non si può partire dal presupposto che l’individuo non sia interessato al bene della comunità: se è un cittadino, un civis, non può essere contro la civitas, contro la città e la civiltà…
Nello scambio fra cittadini e pubblica amministrazione, purtroppo, a volte constato una tale rigidità delle autorità che parlare di burocrazia è
poco, sarebbe meglio parlare di ottusità, perché regnano pregiudizi pari a quelli che si hanno nei confronti dei carcerati, che non hanno diritto di parola, anche perché, soprattutto dopo il Covid, gli uffici non sono più aperti al pubblico, si parla da remoto, per telefono, quando si riesce a mettersi in contatto con qualcuno. Quindi il cittadino non ha più un interlocutore, tutt’al più un funzionario che il più delle volte risponde “no”.
Non è solo un problema di regole, ma anche di cultura: se abbiamo la fortuna d’incontrare un funzionario preparato e competente, riusciamo in qualche modo a trovare una via, a fare incontrare le nostre esigenze con l’interpretazione della normativa in questione. Cosa che, se devo essere onesto, mi è accaduta diverse volte: mi è capitato di trovare interlocutori intelligenti e disposti ad ascoltare in vari uffici. Ultimamente ne trovo un po’ meno, ma questo avviene anche quando cerco collaboratori, quindi temo che sia un problema culturale. Forse anche la scuola di formazione degli amministratori non è più adeguata come quella di una volta. La Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA), fondata nel 1957 (originariamente come Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione – SSPA) dalla Presidenza del Consiglio, ha la missione di selezionare, reclutare e formare funzionari e dirigenti della Pubblica Amministrazione italiana, con l’obiettivo di rendere la PA un fattore di competitività e innovazione. Il modello che ispirò la SSPA era quello dell’ENA francese (l’École Nationale d’Administration), ma la struttura italiana oggi ha caratteristiche proprie. Pur essendo scuola di eccellenza, un’analisi recente evidenzia che la SNA in Italia non ha sempre avuto risorse e struttura pienamente equiparabili al modello francese. La formazione è molto focalizzata su dirigenti e funzionari centrali, mentre la formazione degli amministratori locali – sindaci, assessori – è meno strutturata in un percorso unico nazionale (anche se ci sono corsi e master per enti locali, soprattutto erogati da istituti privati). Invece, proprio la formazione per gli amministratori locali dovrebbe essere resa obbligatoria, perché i sindaci e gli assessori vengono eletti come politici, non assunti come dirigenti attraverso concorsi che ne valutano le competenze. Anche perché, per quanto possano avvalersi dell’interlocuzione con i dirigenti, le decisioni spettano a loro, quindi dovrebbero sapere qual è l’approccio da adottare verso il loro cliente, che è il privato.
Ricordo un episodio emblematico a questo proposito. Anni fa comprai un terreno per costruire una nuova fabbrica. Il mio cliente tedesco, vedendolo, mi disse entusiasta: “L’anno prossimo faremo il collaudo dei nostri trasformatori nel nuovo stabilimento”. L’anno dopo tornò e si
ritrovò nella vecchia sede. Al suo stupore risposi semplicemente: “Non c’è la volontà politica di farlo”. Lui non riusciva a crederci: in Germania, in un anno, costruisci una fabbrica. Io invece, dopo tanti anni, sono ancora lì a discutere. Ormai non la farò più, perché l’azienda è cresciuta e il terreno è diventato troppo piccolo, quindi ho perso l’occasione. Mi hanno fatto buttare via soldi e opportunità.
Ecco perché, quando si parla di privato, bisogna parlare anche della controparte: il pubblico. Se il pubblico funziona così, non va bene. Capisco che il privato non deve nuocere alla collettività, ma se chi scrive le regole è cieco e ottuso, non si costruisce nulla.
Il privato non deve ledere l’interesse della comunità, ma anche il pubblico non deve farlo, perché quando blocca un’impresa toglie posti di lavoro, e così toglie vita alla comunità…
Qui devo aggiungere un altro aneddoto: quando comprai quel terreno, mi recai dal sindaco per dirgli che dovevo costruire una fabbrica dove
avrei assunto 150 persone. Non avrei mai immaginato una risposta simile a quella che mi diede: “150 operai? Ma sono 150 famiglie, quindi 300 figli: ci vuole una scuola in più. Non posso organizzare tutto questo”. Anziché essere contento che arrivava una nuova fabbrica, si preoccupava delle complicazioni. Ma proviamo a pensare al Rinascimento: Lorenzo il Magnifico si tirava indietro davanti a un progetto o diceva: “Che bello, facciamolo!”?
Così si ferma lo sviluppo. E poi ci si chiede perché le aziende delocalizzino. Io stesso ricevo proposte dal Veneto: “Vieni a costruire qui, vicino al Po, potrai trasportare tutto via nave”. Mi fanno ponti d’oro.
Puoi dirmi che non vuoi una fabbrica che inquina con le sue lavorazioni, ma non una fabbrica di un’azienda che ha sempre avuto la massima attenzione all’ambiente e al benessere dei collaboratori come la nostra. Così tu stai solo fermando la crescita di una comunità, e questo è inconcepibile. La pubblica amministrazione dovrebbe avere un po’ più di fiducia nelle capacità del cittadino di attenersi al criterio della qualità, anziché partire dal pregiudizio che il cittadino sbagli a prescindere, perché la civiltà nasce dalla libertà di fare, non dal timore di sbagliare.

