Nata nel 1960, l’Elettromeccanica Tironi è un mito in tutto il mondo: già alla fine degli anni settanta vendeva le sue macchine a Taiwan e aveva un distributore inglese per gli USA e il Canada. In realtà suo nonno Carmelo lavorava nell’elettromeccanica fin dagli anni venti, mentre suo padre Luciano è scomparso quando lei aveva soltanto quattordici anni. Oggi l’azienda è governata dalla quarta generazione, quella dei suoi figli Matteo e Marco, e lei ha investito non solo nella loro formazione, ma anche in quella delle maestranze, in modo da assicurare il proseguimento e la crescita dell’azienda negli anni a venire…
Quando è morto mio padre ero molto giovane, per cui la continuità aziendale è stata assicurata da mia madre finché mi sono laureato in ingegneria e ho preso in mano l’azienda. Conseguentemente, il mio primo passaggio generazionale fu forzatamente frettoloso e più complicato di quello che si sono trovati a vivere i miei figli quando hanno incominciato il loro passaggio generazionale. Ma sono stato agevolato dal fatto che la famiglia mi ha cresciuto in fabbrica. Alcuni relatori che mi hanno preceduto in questo convegno (L’eredità intellettuale dell’impresa nell’era dell’AI, Modena, 21 novembre 2024) hanno detto che la famiglia è il centro di tutto: sono d’accordo, è tutto lì. A tre anni credo di essere stato il più giovane feritosi in bicicletta in fabbrica e ho ancora la cicatrice. A sei anni per gioco mi ero impossessato di un sidecar senza freni, non riuscivo a fermarmi e sarei finito direttamente in via Emilia attraverso un cancello aperto, se non ci fosse stato un operaio a fermare il sidecar: non mi scorderò mai di lui.
Io sono stato educato in azienda e la stessa cosa è stata per i miei figli, nel senso che per noi l’azienda è sempre stata tutto. Ricordo ancora il direttore tecnico di trent’anni fa, che veniva a cena a casa nostra tutti i martedì sera. I miei figli cenavano con noi e, anche se distrattamente, ascoltavano. A volte, sorridevano delle stranezze di quel signore che era “ingegnere” anche mentre mangiava: per esempio, una sera si era incantato a verificare se la porta fosse in parallelo con la parete retrostante. Però, in questa maniera, pian piano, i ragazzi hanno imparato un modo di ragionare: noi abbiamo sempre parlato delle vicissitudini dell’impresa insieme a loro, oltre che dei loro problemi a scuola o con gli amici. Ascoltavamo e parlavamo, e mia moglie in questo è stata un punto di riferimento essenziale: insieme, abbiamo fatto entrare in loro il germe dell’amore. Purtroppo, la parola “amore” non viene citata spesso accanto alla parola “lavoro”, ma è importante che lo sia perché, se si ama il proprio lavoro, è un piacere farlo.
Quando ho incominciato la mia avventura eravamo in ventitré e io ero impegnato in prima persona in tutte le funzioni aziendali. Oggi siamo tanti e riesco a non fare nessuno dei mestieri che facevo allora e che ho proseguito negli anni: mi limito a gestire piccole novità di cui non c’è esperienza in azienda e cerco di lasciare un metodo che possa servire per il futuro. Fino a due anni fa ero direttore tecnico, poi ho lasciato anche quel ruolo a un giovane ingegnere che era venuto con noi per fare la tesi, si è innamorato del mestiere ed è rimasto. Così, ho provato il piacere di cedergli anche quella che per me era stata l’attività principale.
Per i sessant’anni della Tironi Elettromeccanica avete pubblicato una bella monografia, catalogata nell’Osservatorio Monografie d’Impresa, che narra anche la storia del nonno Carmelo e di suo padre Luciano…
Il primo passaggio generazionale che ricordo, quello tra mio nonno e mio padre, era stato un po’ travagliato, perché mio padre non voleva andare a lavorare con mio nonno, che era direttore tecnico di quella che oggi si chiama ABB, che costruiva trasformatori a Legnano, dove io sono nato. Allora, è andato a lavorare alla concorrenza, la Scotti, Brioschi & C. di Novara, che costruiva sempre trasformatori. Però, finita la guerra, mio nonno ha intuito che Modena era un territorio ricco di opportunità e vi ha aperto una fabbrica di trasformatori, e mio padre l’ha raggiunto. Hanno cominciato subito a costruire trasformatori speciali, come quelli da forno per vetrerie come Bormioli, per esempio. Ne conservo uno che ha lavorato tanti anni e lo faccio vedere agli studenti quando vengono in visita perché è un esempio di ciò che è ben fatto. Infatti, nonostante gli anni e l’uso, non è rovinato, la carta è ancora chiara, non è diventata scura, e questo dice tanto. Sono cose che aiutano i ragazzi a capire il valore di un’impresa in cui le cose si fanno con la massima cura.
Di recente, durante un inventario, abbiamo scoperto vecchi strumenti di misura abbandonati in un angolo. Li abbiamo esposti in una teca nel nostro piccolo museo, perché è importante ricordare come si lavorava in altre epoche. Poi, largo ai giovani! Riconosco la mia ignoranza in materia, per esempio, d’intelligenza artificiale, ma per fortuna i miei figli hanno dimestichezza con le nuove tecnologie e questo è il bello della “staffetta” con cui realizziamo il nostro passaggio generazionale. Questo è importante e dobbiamo farlo condividendo un amore fondamentale: l’amore per la nostra azienda. È lei che ci ispira. Noi moriremo, ma lei no.

