Skip to content
Menu

LA MANO DELL’ARTE E DELL’INVENZIONE PORTA GIOIA

ingegnere, general manager di CerealVeneta Srl, San Martino di Lupari (PD)

In questo numero della rivista pubblichiamo gli interventi ai dibattiti di Bologna e Modena intorno al libro di Armando Verdiglione Vincent van Gogh (Spirali), dal titolo La mano dell’arte e dell’invenzione, e ospitiamo le testimonianze di imprenditori che, come lei, intendono la mano non come mera esecutrice di compiti dettati dal cervello, ma come mano intellettuale, come notava Leonardo da Vinci parlando di “manuale operazione”. Le aziende manifatturiere italiane sono la prova che non esiste una separazione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. In che modo, in CerealVeneta, anche chi svolge attività apparentemente soltanto manuali si trova in un processo intellettuale costante?

La questione della mano intellettuale è molto importante, anche se purtroppo spesso si sentono persone che si autodenigrano perché fanno un lavoro cosiddetto manuale anziché un lavoro d’ufficio. È come se pensassero: “Valgo poco perché non uso il computer, non elaboro documenti, ma svolgo un lavoro in produzione”. Non parlo dei miei collaboratori in particolare, ma di un approccio che s’incontra spesso. Lo dimostra anche il fatto che mestieri come l’idraulico, il falegname o l’elettricista si stanno perdendo e che perfino i maestri vetrai di Murano non riescono più a trovare giovani che proseguano la loro arte. La mia esperienza va invece nella direzione opposta.

Come abbiamo illustrato nel numero precedente della rivista, nel vostro nuovo stabilimento allergen-free – un vero centro di trasformazione innovativo a livello internazionale, dedicato esclusivamente alle materie prime prive di allergeni – molte delle vostre macchine sono prototipi realizzati in base alle esigenze differenti e varie che avete constatato in quasi trentacinque anni di esperienza. Mai come in questo caso possiamo dire che è stata messa all’opera la mano intellettuale…

Esatto. Quello che ho avviato con il nuovo stabilimento, insieme al gruppo di lavoro che mi ha accompagnato, è lo stesso processo che vivono quotidianamente i collaboratori. Il singolo operaio, il responsabile della produzione, il manutentore, ma anche l’impiegata dell’amministrazione, il venditore, l’addetto R&D, ciascuno analizza, coglie qualcosa che può essere migliorato, sviluppa un’idea, la progetta, la realizza e infine la perfeziona. Il criterio è lo stesso, cambia soltanto la dimensione economica dell’intervento, ma il processo è il medesimo.

Quando ci si accorge di questo è una soddisfazione enorme, è la prova che in azienda si vive, anziché sopravvivere. C’è qualcosa che va oltre. Chi arriva a realizzare un miglioramento torna a casa con una soddisfazione in più. Credo che questa sia una delle missioni fondamentali dell’impresa: dare “opportunità di vita” alle persone. Vita nel senso di avvenire, di soddisfazione, di piacere, di gioia. Non una gioia ideale o di semplice divertimento, ma quella che nasce quando, alla fine della giornata, qualcosa è giunto a valore. Così si torna a casa con il sorriso, magari senza sapere nemmeno perché, ma probabilmente il motivo è proprio questo.

La mano dell’arte e dell’invenzione porta gioia. Che si realizzi un quadro, un’automobile, un macchinario o un processo produttivo, il lavoro della mano genera soddisfazione e vita.

Tornando al nuovo stabilimento, durante la progettazione ho svolto un intenso lavoro di ricerca e di analisi, ma quando sono iniziati i lavori per l’avvio e il collaudo delle linee, nel 2024, mi sono vestito da lavoro e ho seguito personalmente i montatori degli impianti. Ho lavorato mesi accanto a loro per vedere, capire e mettere operativamente mano alle cose, affinché ciascun aspetto potesse essere migliorato e perfezionato.

Questo è essenziale, perché senza operatività nulla si costruisce, nulla si crea, nulla s’inventa. Pertanto non esiste un lavoro di serie A e uno di serie B: il lavoro manuale è un lavoro intellettuale. Se non metti mano alle cose non riesci neppure a intenderle e tantomeno a costruirle. I migliori ingegneri edili, infatti, non sono quelli che rimangono sempre nello studio a disegnare, ma quelli che frequentano i cantieri e fanno esperienza dei materiali e delle tecniche costruttive sul campo. Anche CerealVeneta è un esempio di manifattura basata sulla mano intellettuale. Lo vediamo continuamente. I nostri operatori affrontano audit molto rigorosi da parte dei clienti, che richiedono standard elevatissimi di qualità. Ciascuna ve- rifica è un’occasione per osservare, ragionare e migliorare. L’invenzione non nasce soltanto dall’idea, ma dalla mano che ha memoria dell’esperienza. E l’invenzione non è soltanto quel- la di una macchina o di un prodotto rivoluzionari: spesso l’invenzione consiste nel trovare quell’aggiunta, quella modifica o quella variazione che il contesto richiede e che emerge proprio lavorando. Può trattarsi di un intervento sulla sicurezza, un tema sul quale non si finisce mai di migliorare; può riguardare una nuova attrezzatura, una modifica capace di ridurre un rischio, oppure un cambiamento nel posizionamento di un macchinario che permette di passare da una produttività del 70% al 75% o all’80%; o, ancora, può riguardare l’intervento su una procedura o su un documento digitale o cartaceo che consente di snodare un incagliamento in atto. In CerealVeneta invenzioni di questo tipo sono numerose e danno una grande soddisfazione. Così come abbiamo “inventato” il nuovo stabilimento, prima come idea e poi attraverso il lavoro manuale intellettuale che lo ha reso concreto, allo stesso modo è straordinario vedere un miglioramento nascere in produzione, essere applicato e portare valore perché qualcuno ha colto qualcosa che esigeva di essere compiuto.

È molto interessante constatare il processo di arte e d’invenzione nelle aziende. Per questo uno dei compiti principali della politica dovrebbe essere valorizzare la manifattura italiana, perché nella manifattura c’è il terreno della soddisfazione e dell’avvenire, che è il terreno dell’Altro.

Sì, ma qui entra in gioco anche la caratura culturale della politica. Se prevale l’ideologia diventa difficile affrontare i problemi reali. Continuo a sentire parlare di sostenibilità in senso puramente ideologico e con vincoli che diventano sempre più paralizzanti per le imprese, invece di facilitarle.

Rischia di diventare una sostenibilità insostenibile.

Esatto. È assurdo. Eppure ci sono politici e istituzioni che continuano a seguire questa direzione anche quando produce effetti dannosi. Vedere automobili Byd con targa tedesca circolare in Germania fa riflettere. Mao diceva che, se non puoi sconfiggere un avversario militarmente, puoi farlo dall’interno. Mi riesce difficile pensare che un paese come la Germania abbia deciso consapevolmente di distruggere il proprio comparto automobilistico seguendo direttive europee che hanno aperto il mercato alle auto elettriche cinesi. Chiunque avrebbe potuto capire che non avevamo neppure una rete energetica adeguata a sostenere una transizione di questa portata. Lo capisce e lo coglie facilmente anche chi non appartiene al settore automobilistico.

A proposito delle direttive europee, basterebbe leggere il libro di Vladimir Bukowskij Eurss. Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Spirali) per intendere l’origine di politiche che negli ultimi decenni hanno penalizzato la manifattura europea con obblighi burocratici sempre più onerosi, soprattutto per le piccole e medie imprese italiane.

Infatti stiamo pagando questo prezzo. Se la politica vuole davvero aiutare la manifattura deve anzitutto sbrogliare la matassa della burocrazia. Questa è la priorità. La burocrazia è una catena che imbriglia le imprese, ne rallenta il ritmo e ne blocca l’energia. Servirebbe un intervento legislativo deciso, con una forte riduzione delle normative e una loro semplificazione. Probabilmente richiederebbe anni, ma sarebbe un passaggio fondamentale.

C’è però anche un altro aspetto, di carattere culturale. Occorre che finisca questo continuo attacco all’industria, che viene ancora rappresentata con scenari ottocenteschi: fabbriche pericolose, lavoratori trattati come schiavi, imprenditori interessati soltanto al profitto. È una caricatura che non corrisponde minimamente alla realtà. Oggi il mercato del lavoro è talmente aperto che un imprenditore che si comportasse in quel modo farebbe semplicemente il proprio male. Le uniche situazioni di questo tipo, che non voglio neppure definire impresa, sono quelle gestite dalla criminalità orga- nizzata, come certi casi di sfruttamento nei campi. Ma, ribadisco, quelle non sono imprese. Eppure la maldicenza contro gli imprenditori continua a circolare attraverso la televisione, i social e perfino alcuni quotidiani finanziati dalle stesse associazioni datoriali. E questo è davvero il colmo.

Quindi la nostra scommessa per il rilancio della manifattura italiana ed europea esige sempre più un maggio- re impulso verso la narrazione della realtà effettiva dell’impresa e la formazione intellettuale degli imprenditori e dei collaboratori, in modo che ciascuno divenga brainworker, “lavoratore di cervello”, anziché continuare a pensare che al cervello spetti il comando e alla mano l’esecuzione.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner