Il 22 novembre scorso, lei è stato premiato dall’Associazione Amici del Corni di Modena, mentre all’esterno dell’Istituto che ospitava la cerimonia era esposta “Emilia 5.9”, la solar car in fibra di carbonio realizzata da “Onda Solare”, un team che riunisce il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna, l’Istituto “A. Ferrari” di Maranello, il MOST – Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile – e l’ITS Maker Academy, di cui lei è presidente. Lo scorso settembre, “Emilia 5.9” aveva ottenuto il terzo posto nella Bridgestone World Solar Challenge 2025, la competizione internazionale più prestigiosa dedicata ai veicoli a energia solare, che attraversa l’Australia da Darwin ad Adelaide per 3.022 chilometri nel deserto. Un risultato straordinario. In che modo un territorio può riuscire a raggiungere traguardi di questo livello?
Il tempo sviluppa conoscenza e desiderio di rinnovamento: due elementi che, come mattoni, vanno a costruire una casa. In questo processo, istruzione e formazione sono fondamentali, fanno parte della storia dell’umanità. Senza la formazione, oggi non avremmo risultati come “Emilia 5.9”. Sessant’anni fa, quando andavo a scuola, la conoscenza evolveva molto più lentamente, ed erano spesso gli insegnanti degli
istituti tecnici a veicolarla, perché le imprese di allora erano nate in un contesto prevalentemente contadino e artigiano.
Lei ha spesso ricordato l’importanza della scuola e della conoscenza tecnica per lo sviluppo del territorio. C’è un episodio emblematico di questa tradizione modenese che vuole raccontare?
Sì, una storia che sembra una favola, ma è vera. Durante la seconda guerra mondiale, gli americani fecero prigioniero il professor Nicolini,
che negli Stati Uniti imparò la radio tecnica, allora sconosciuta in Italia. Dopo la Liberazione tornò a Modena e, all’inizio degli anni cinquanta, divenne assistente dell’ingegner Mario Personali, che insegnava all’Istituto Corni. Fu Nicolini a raccontargli che in America c’era già la televisione. I due andarono a vederla e tornarono in aereo con le antenne infagottate: le installarono sul tetto del Corni, e così i primi segnali televisivi di Modena furono trasmessi da lì. Quegli insegnanti promuovevano la conoscenza e davano gloria alla nostra città. Non a caso, le aziende del Nord mandavano i propri funzionari ad accaparrarsi i diplomati del Corni.
E lei da lì è partito per il suo viaggio nell’elettronica e nell’automazione…
Esatto. Dopo il diploma, entrai in Auso Siemens Telecomunicazioni (futura Italtel) a Milano. Fu l’ingegner Personali a suggerirmi di trasferirmi nella capitale industriale, perché allora Modena era ancora a digiuno di elettronica e telecomunicazioni. Dopo qualche anno, però,
stanco di prendere il treno ogni settimana, cercai lavoro nel distretto ceramico di Sassuolo. E lì incontrai due figure decisive per la mia storia imprenditoriale. Fu un caso curioso. Un giorno, mentre mi stavo recando a un colloquio, mi fermai davanti a un’azienda per chiedere informazioni: era la System. L’uomo a cui chiesi aiuto era William Bellini, socio del fondatore Franco Stefani, e proprio in quel momento arrivò anche lui. Mi dissero che cercavano un tecnico: feci il colloquio sul posto e fui assunto. Rimasi lì otto anni, che per me furono fonte di acquisizioni pratiche straordinarie, in particolare grazie al mio maestro Bellini che, per esempio, costruiva i circuiti stampati disegnandoli con l’inchiostro, li metteva nell’acido e poi, quando l’acido scioglieva il rame, restavano solo le piste. Con lui montavamo i primi chip, che erano molto rudimentali, tuttavia in questo modo si passava allo stadio dei componenti statici, per cui le valvole erano superate ed era molto più semplice attuare l’elettronica digitale, anche se eravamo lontani dalle soluzioni attuali.
I suoi insegnamenti si rivelarono ancora più preziosi quando, nel 1978, fondammo la S.C.E., con un amico e le nostre rispettive mogli, per produrre sistemi di cercapersone per le aziende. Dopo due anni, però, le nostre strade si divisero, anche perché non c’erano tanti punti d’incontro, pertanto, lui continuò a occuparsi della radiofonia, mentre io mi dedicai all’elettronica applicata all’automazione. Da allora, l’azienda è rimasta familiare. Mia moglie, Gabriella Sanna, ha avuto un ruolo centrale: curava l’amministrazione, dava una mano in produzione e, allo stesso tempo, gestiva la famiglia. È sempre stata il perno di tutto, e oggi si dedica con la stessa dedizione ai nostri cinque nipoti.
A metà degli anni ottanta arrivarono i PLC e il mercato cambiò…
Fu un momento difficile: i PLC ci tolsero una parte del mercato, ma siccome ancora costavano troppo, questo ci permise di ricavarci nuove nicchie. Come diceva Niccolò Machiavelli, la necessità aguzza l’ingegno, per cui ciascuna sfida diventava un’occasione per sviluppare conoscenza e innovazione. Per esempio, nel 1995, lavorammo al problema della mucca pazza: inventammo un sistema per tracciare la bistecca dal contadino al banco della macelleria. Collaborammo con Cremonini, il più grande macello d’Europa, e diventammo leader del settore. Fino al 2012, il 70% dei macelli italiani acquistava i nostri computer, progettati per resistere ad ambienti gravosi.
L’automazione per ceramica è stata però il nostro cavallo di battaglia: nel 1980 abbiamo incominciato a collaborare con Barbieri & Tarozzi, e il rapporto prosegue ancora oggi. Poi siamo entrati nel settore dell’imballaggio e, nel 1995, in quello del le macchine utensili con Euromac. Quando è partita la nostra collaborazione dovevamo automatizzare macchine che foravano la lamiera un colpo alla volta, mentre oggi abbiamo a che fare con macchine che sparano 3000 colpi al minuto per lavorare la lamiera e piegarla. Sono belle storie del nostro territorio, fatte di contratti verbali: sia con la Barbieri & Tarozzi sia con l’Euromac non è mai esistito un pezzo di carta che determinasse il valore in capo.
Il valore sta nella parola…
Infatti. In oltre trent’anni, non è mai stato scritto come doveva essere eseguito un lavoro o quali fossero i limiti di eventuali danni subiti. Si andava avanti, di corsa, si metteva sul tavolo il problema che poteva sorgere e, insieme, si trovava una soluzione. E così siamo cresciuti mettendo a disposizione del mercato quello che oggi questo territorio esprime nei vari segmenti professionali.
Quindi avete contribuito a introdurre l’educazione all’automazione?
Sì. All’inizio, pochi sapevano unire meccanica ed elettronica, pertanto, insieme ai nostri clienti, abbiamo fatto nascere prodotti che hanno anticipato il mercato. Nel 2004, per esempio, abbiamo trasformato un veicolo sostituendo motore e serbatoio con un motore elettrico e una batteria al sale: con quel mezzo siamo partiti da Piazza Grande e siamo arrivati a Capo Nord. Alla guida c’era Filippo Sala, oggi uno dei principali promotori del progetto “Onda Solare”.
Le vostre innovazioni hanno sempre avuto una forte attenzione alla qualità e all’ambiente.
Nel 1995 abbiamo pubblicato il primo manuale della qualità del settore elettrotecnico in Italia, in collaborazione con CNA e CEI, sotto la supervisione di Aster, che all’epoca era l’associazione per lo sviluppo tecnologico della Regione Emilia Romagna. È stata una tappa importante per il nostro comparto.
Siete stati pionieri in tanti settori…
Sì, siamo stati tra i primi a sviluppare sistemi di controllo delle batterie al litio e dispositivi per la gestione energetica. Agli inizi del 2000 abbiamo realizzato i primi sistemi di trasferimento dati a bordo macchina per la telesorveglianza da remoto. Abbiamo anche collaborato con l’Università di Parma su uno spin-off per monitorare da remoto le batterie dei veicoli elettrici. Ricordo un episodio curioso: un Ducato dotato del nostro sistema fu rubato a Rimini e, grazie al segnale, riuscimmo a guidare la polizia fino al furgone, ancora carico della refurtiva. Oggi sembra normale, ma allora fu un caso di cronaca.
E siete stati protagonisti anche del primo progetto di taxi elettrici in Europa…
Infatti, nel 2005, realizzammo 129 taxi elettrici per il Comune di Roma, trasformando il Fiat Ulisse per tra sportare persone con disabilità. Fu
la prima applicazione in Italia di batterie al litio. All’inizio soffrivano le vibrazioni dei sanpietrini romani, ma cambiando la posizione delle celle risolvemmo il problema. Come tutti i pionieri, ci siamo presi qualche “freccia”, ma ciascuna sfida ha lasciato un segno.
Oggi l’azienda è ancora familiare, con i suoi figli impegnati in ruoli importanti…
I nostri figli sono cresciuti in azienda. Simone, il maggiore, dopo la laurea in economia aziendale, ha assunto un ruolo gestionale. Tiziano, dopo il diploma in elettronica e la specializzazione al Politecnico di Milano, applica teorie innovative nell’organizzazione e nella logistica.
Allora, i suoi figli, come quelli di altri imprenditori del settore manifatturiero che hanno proseguito l’attività di famiglia, potrebbero testimoniare il valore della tecnica e la sua bellezza…
Infatti. Le famiglie devono capire come le industrie di oggi sono cambiate. Non c’è più l’operaio con la tuta blu sporca di grasso: le fabbriche moderne sono ambienti tecnologici, puliti, stimolanti. È importante che genitori e insegnanti visitino le aziende per orientare i giovani verso
mestieri tecnici qualificati, che sono fondamentali per il nostro tessuto industriale. Il mondo è cambiato, e chi lavora nell’educazione deve aggiornarsi, altrimenti continueremo a formare ragazzi per mestieri che non servono più. Per questo nel mio intervento alla cerimonia di premiazione ho invitato genitori, docenti e studenti a documentarsi per conoscere le opportunità che offre il nostro meraviglioso territorio.
