Skip to content
Menu

SERVE UNA POLITICA LUNGIMIRANTE PER L’EUROPA E PER LE NOSTRE IMPRESE

ingegnere, general manager di Clevertech Group Spa, Cadelbosco di Sopra (RE)

Questo numero della rivista verte intorno alle difficoltà che incontrano oggi le imprese a vari livelli. Constatiamo un rallentamento in molti comparti: alcuni settori sono in stallo, altri registrano un calo sensibile. L’incertezza è diffusa e, quando c’è incertezza, le imprese rallentano gli investimenti, i clienti temporeggiano, le filiere si irrigidiscono. Che cosa può dirci a partire dalla sua funzione di consigliere delegato all’Internazionalizzazione di Unindustria Reggio Emilia e di CEO di Clevertech Group Spa, con sei filiali nel mondo (in Nord America, India, Francia, Asia del Sud, UK e Est Europa)?

Con l’avvento della presidenza Trump negli Stati Uniti, parecchi punti di riferimento sono stati messi in discussione e questo ha provocato molte incertezze. La principale è lo sconvolgimento dell’interscambio commerciale provocato dai dazi. Un dazio del 10%, per un’azienda ben strutturata e con filiere controllate, è gestibile. Lo abbiamo verificato anche internamente. Ma quando quella soglia si alza o quando entrano in gioco nuove limitazioni normative o valutarie – per esempio una svalutazione aggressiva del dollaro o controlli alle esportazioni europee – lo scenario si complica molto. E il rischio è che la pressione si scarichi sulle PMI, che non hanno la forza per assorbire urti di questa portata.

Non c’è dubbio che uno dei fattori chiave che provoca instabilità rimane il debito pubblico americano. Jerome Powell, governatore della Federal Reserve, lo ha detto chiaramente: il debito, oggi, è ancora sostenibile. Ma la traiettoria su cui si sta muovendo non lo è. Tradotto: finché i tassi restano sotto controllo e l’economia tiene, gli Stati Uniti possono onorare i propri impegni. Ma se il debito continua a crescere al ritmo attuale, si rischia di compromettere la stabilità finanziaria nel medio termine.

In parallelo, Powell ha anche messo in guardia sulle conseguenze delle politiche commerciali protezionistiche – in particolare i dazi – che stanno alimentando pressioni inflazionistiche. La Fed, infatti, ha deciso di non tagliare i tassi proprio perché teme un rialzo dell’inflazione legato anche all’incertezza sui flussi commerciali. Questo per noi esportatori si traduce in un doppio rischio: un dollaro più debole e una domanda più volatile, soprattutto nel settore industriale.

È una prospettiva assolutamente fuori da ogni immaginazione che la prima economia del mondo vada in default e che l’economia mondiale non abbia più come riferimento il dollaro.

Per quanto riguarda il nostro Gruppo, essendo la nostra azienda un’esportatrice diretta, in questa tornata noi non siamo toccati dai dazi perché se ne fa carico il nostro cliente americano, però ci è stato già chiesto di fatturare attraverso la nostra filiale americana, e questo cambia gli equilibri.

Al contesto commerciale si aggiunge un quadro internazionale reso instabile dai conflitti in corso in Ucraina, a Gaza e, di recente, in Iran: tre focolai aperti, con implicazioni dirette sui costi dell’energia, della logistica, delle assicurazioni internazionali. Ma c’è un altro fronte, meno visibile e forse ancora più importante: quello della militarizzazione dei bilanci pubblici. I paesi Nato si sono impegnati ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL, e anche se difficilmente questa soglia sarà raggiunta in tempi brevi, il trend è tracciato. Questo significa meno risorse per la sanità, l’istruzione e le politiche industriali. E soprattutto significa una fiscalità più pesante per le imprese e i cittadini.

In questo quadro di pressione internazionale, quale ruolo può e deve giocare l’Europa?

L’Europa oggi è di fronte a un bivio: o si consolida come attore politico vero oppure sarà destinata a contare sempre meno nello scacchiere globale. Il punto è chiaro: se gli Stati Uniti spostano il loro baricentro strategico verso il Pacifico – per contenere la minaccia rappresentata in particolare dalla Cina – allora è l’Europa che deve presidiare la sua sicurezza, le sue catene del valore, il suo modello sociale. Non possiamo più dipendere dalle decisioni di Washington per la nostra stabilità.

Ma non ci sono segnali in questo senso, mi sembra che ancora non siamo pronti, come Europa, ad assumere questo ruolo. Il sogno di un’Europa federale è rimasto incompiuto. Serve un presidente eletto, un ministro degli Esteri con poteri reali, l’abolizione del diritto di veto. Se vogliamo davvero un’Unione Europea capace di agire con una voce sola – anche a livello industriale, commerciale, energetico – allora servono scelte coraggiose. Altrimenti continueremo a rincorrere gli eventi, invece che governarli.

In tutto questo, scorge anche qualche opportunità?

Certo. Se l’Europa saprà compiere questo salto di qualità istituzionale, allora potremo dotarci di politiche industriali comuni, affrontare la transizione energetica senza sacrificare la manifattura, garantire indipendenza strategica sulle materie prime critiche e sulla tecnologia. Ma la politica deve tornare a essere lungimirante. Oggi troppi leader sembrano rincorrere i sondaggi del giorno dopo, invece di costruire il decennio che ci aspetta.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner