Skip to content
Menu

DALLA QUESTIONE DONNA AL MITO DELLA MADRE

analista, brainworker, presidente dell’Istituto culturale Centro Industria

Ringrazio l’Associazione cifrematica di Venezia per l’accoglienza e per aver promosso, in collaborazione con la Regione Veneto, con Metalogos Srl e poi con Confindustria Verona, la serie di appuntamenti di formazione intorno al tema delle donne. Ringrazio, inoltre, la Cooperativa di Cortina e Ascom Formazione Belluno per l’invito a inaugurare i nuovi progetti di formazione dell’Academia Cooperativa.

Il testo che segue è tratto dalle lezioni intervenute nell’ambito dei dispositivi avviati con ciascuno di questi enti intorno alla mia esperienza di cifrante e di brainworker e tiene conto delle questioni poste dai partecipanti in ciascun appuntamento.

Le donne non sono un genere, non rappresentano una categoria o un ruolo sociale. Il mio intervento non è catalogabile come l’intervento di “una” donna o di una donna fra “le” donne. È la testimonianza della mia esperienza, a partire dagli incontri intervenuti lungo il mio itinerario, anche con i bambini. Quando i bambini in cominciano a parlare, per esempio, ciò avviene in fasi differenti per ciascuno, ma alcune mamme si preoccupano se ciò non sembra avvenire nei tempi attesi comunemente, come se fosse il “segno” di qualche malattia del figlio. Incominciare a parlare concerne tempi e modi che non entrano nello standard e ciascuno parla una lingua che non conosce. Se invece presupponiamo che si possa parlare la lingua comune, che sia possibile intendersi, ecco che poi, in famiglia e al lavoro, prevale la lingua dei litiganti, la lingua di chi si conosce e quindi conosce l’Altro, la lingua della sordità.

Nella parola vi è una pulsione, una forza, una tensione che si rivolge verso il valore assoluto. Questa forza è anomala, non entra nello standard dell’uguale, quindi non è misurabile, confrontabile o paragonabile. Per incasellare questa forza, e la sua anomalia, sono state costituite categorie e ruoli sociali a partire dall’idea di uguale, con le categorie di identico, di simile, di analogo e di opposto. Le donne ciarlano e questo ciarlare mette in questione l’idea di uguale. Quindi, le donne non sono l’altra metà del cielo, ovvero non sono una categoria opposta o compensativa o a completamento dell’uomo. Donna e uomo non sono categorie diverse che devono raggiungere l’unità ideale per confermare l’idea di uguale su cui si fondano tutte le rivendicazioni che sempre seguono a questa idea. Appartenere a un genere o a una categoria è il business dell’epoca, non soltanto per le ragioni di carattere commerciale ma anche per i professionisti della rivendicazione dell’appartenenza. Tutti uguali nell’appartenenza a una comunanza ideale, quindi tutti in lite tra loro come avviene nei partiti politici, nelle famiglie e negli ambiti lavorativi. Nella rappresentazione della famiglia, per esempio, chi non rispetta questa comunanza ideale diventa il negativo, viene bollato come il “matto”, come la “pecora nera” del gregge mai abba stanza aggregato.

Alle donne è stato assegnato il compito di fare l’economia del negativo, rappresentato per esempio nell’idea di perdita. Nella donna la perdita è rappresentata in particolare dalla perdita del sangue. Ecco perché in molti paesi le bambine fra i nove e i dieci anni devono essere subito sposate, devono indossare il velo che le assegna come appartenenti a un uomo e a un clan. Quindi, si pone la questione di come contenere questa perdita.

Nelle Strutture elementari della parentela, Claude Lévi-Strauss indica le donne come “supporto della relazione fra gli uomini”. Le donne diventano valore di scambio per fare l’economia del negativo, rappresentandolo per assicurare la circolazione del sangue nella genealogia del clan: per circolare, questo sangue deve essere puro.

Il sistema genealogico, con il suo albero della conoscenza del bene e del male, e il sistema sociale, con i ruoli e le categorie collocate in basso o in alto della cosiddetta scala sociale, assegnano alla donna un posto a partire dalla sua presunta mancanza compensata dalla vicinanza di un uomo. Non soltanto nei Paesi islamici ma anche in Occidente la donna che “non ha” un marito, che non è “accompagnata” è considerata pericolosa: come può vivere senza qualcuno che si prenda cura di lei, lei che è mancante di qualcosa?

In altre parole, la rappresentazione della donna rimanda all’idea di mancanza e assume la forma (e il valore) dell’utero (uterus, nell’etimo, è cavità chiusa), luogo chiuso funzionale alla riproduzione dell’uomo, come già aveva constatato Luce Irigaray nel 1975 (rivista Vel n. 2, Il godimento e la legge, collana diretta da Armando Verdiglione). Per questo, conclude l’autrice, per l’uomo “Il solo rapporto desiderato sarebbe quello con la madre-nutrice dei significanti”. Jacques Lacan diceva che: “La donna non sarà considerata che quoad matrem. La donna entra in funzione nel rapporto sessuale solo in quanto madre” (Il seminario, libro XX).

Da questa idea deriva la rappresentazione della sessualità femminile in base a parametri maschili, con la contrapposizione di “genere” perfettamente complementare che ne segue. In questo immaginario la donna non è altro che supporto dell’uomo per confermare l’unità ideale del sistema.

A lei è riservato un potere naturalistico, quello che proviene dal cosiddetto apparato riproduttivo. “Un materno, d’altronde, fallico. Rinchiuso sul possesso geloso del suo valoroso prodotto. In rivalità con l’uomo nella valutazione di ciò che è più produttivo” (Irigaray). Il potere della mater certa, della materia-Terra-madre naturale.

Compito della donna sarebbe, quindi, quello di confermare il sistema: la donna-madre riproduce l’uomo nel suo destino di uguaglianza nell’“Ora di tutti”. Ma anche nel linguaggio, questo potere riproduttivo sarebbe detenuto dalla donna-madre, per la competenza sul sapere dell’origine di cui sarebbe detentrice. Non a caso nel 1801, nella vicina Francia viene presentato un progetto di legge per “vietare alle donne di imparare a leggere”.

Ascoltando le donne, Freud constata invece che questo non-tutto struttura le che interviene nel linguaggio ne impedisce l’unità ideale: ciò che dice una donna non è mai identico a sé e non si capisce mai “cosa vuole una donna”. Freud chiama “rimozione” questa impossibilità di dire tutto, di padroneggiare la parola. Parlando qualcosa precipita, ecco il lapsus, e interviene un nome che non fonda un’identità rispetto a quanto volevamo dire, l’anonimato del nome non consente che un nome significhi un altro nome facendo sistema nel discorso. La donna è indice di questa rimozione, di una castrazione che non rende possibile la significazione di un nome, indice di un anonimato strutturale. Nella parata sociale, invece, la donna è anonima e deve assumere il cognome del marito lasciando quello del padre, che le assegna un valore in quanto moglie o figlia dell’uomo, anche quando lei sembra farne la caricatura fallica.

La cifrematica come scienza della parola, non del soggetto, constata che la donna, nella struttura della parola, è indice dell’anonimato del nome, indice di un nome che non è possibile avere o essere e che non fa sistema, un nome che, a partire da questo non tutto, avvia l’arte e l’invenzione. Questo anonimato del nome che non si conosce, questo zero che è nella parola avvia l’itinerario di ciascuno (talora, dell’imprenditore si dice che incomincia “da zero”), non è una mancanza da attribuire a un soggetto bisognoso di quote sociali che ne riconoscano la capacità. Se la questione è strutturale allora non è di alcun interesse parlare a partire dall’appartenenza a una categoria. “La questione non è nei termini di classe, di genere maschile o femminile e, quindi, di insieme”, scrive Armando Verdiglione. La questione donna non è stata mai enunciata, da nessuna parte. Soltanto nella cifrematica, nella scienza della parola che va in direzione della qualità della vita, la questione donna riguarda ciascuno.

Senza la questione donna interviene il farsi carico di un nome per rappresentarlo, nella famiglia come nel lavoro. Con moltissime implicazioni. Chi si trova in questa logica, per esempio, assume il ruolo di inquisitore, deve “correggere” quanto non si conforma al nome diventato canone. Sarà per questo che nel 1486 viene stampato il Malleus Maleficarum, Il martello delle streghe, il manuale che indica la procedura per mettere al rogo centinaia di donne. Su questa procedura scommettono i nuovi totalitarismi. Ma anche le famiglie e le aziende si sfasciano perché non tiene questa unità ideale, che trae con sé la severità materna nella forma dell’autocritica, per esempio. E questa rap presentazione di un sapere sul nome, di un sapere sull’identità, sembrerebbe anche segno di competenza e di professionalità indiscusse. Questo sapere del canone non è il sapere che è frut to dell’esperienza, il sapere effettuale tanto aborrito nei luoghi deputati alla distribuzione del sapere in carta bollata. Chi si trova in una scommessa e in un rischio assoluti, invece, intende benissimo il valore dell’esperienza. Per
questo è essenziale nei vari ambiti della vita che ciascuno intervenga facendo, scommettendo e rischiando senza ritenersi depositario di un nome o di un sapere, per farne un affare religioso che distrugge l’esperienza. Con questo approccio ognuno si dibatte nella questione “della” madre mancando il mito della madre come mito dell’industria, con le sue proprietà, la poesia (che in greco sta per il “fare”), l’impresa, con la sua arte e con la sua invenzione, e la politica del tempo che avvia un altro passo. Con il mito della madre non è questione di riproduzione e nessuno, facendo, toglie nulla all’Altro. Nelle famiglie come nelle imprese, invece, spesso intervengono risentimenti e vendette nell’idea di rappresentare il nome o l’impresa del padre e ognuno diventa spettro dell’Altro. Allora, non si tratta di riprodurre ciò che era stato nell’idealità perfetta del prima: occorre un’altra formazione per un’al tra industria della parola. L’industria interviene nell’intersezione strutturale dell’invenzione e dell’arte, nel fare senza l’idea di dover riprodurre qualcosa. Questo fare trova la piega e, trovando la piega, interviene l’ascolto e la valorizzazione di quel che si cerca e di quel che si fa. Con la questione donna ciascuno ha la chance di divenire artista, che è sempre un’anomalia rispetto al canone perché non si rifà alla legge dell’inquisitore, ma si attiene alla lingua dell’esperienza, lì dove interviene la novità.

 

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner