Skip to content
Menu

LE DONNE E IL MITO DELLA MADRE: NON C’È PIÙ FEMMINICIDIO

psicanalista, brainworker, direttore dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Nel 2024, Sandro B. (quarant’anni), ingegnere disoccupato, accusava l’ex moglie di essere stata di “ostacolo” alla sua carriera e di averlo privato della possibilità di vivere con i figli. In che modo Nadia F. (trentacinque anni), ricercatrice con diversi riconoscimenti istituzionali, era di “ostacolo” all’itinerario del marito? Non sappiamo, ma questo è servito da pretesto, accanto alla sentenza definitiva del giudice che affidava a lei i figli, perché lui la uccidesse.

Dinanzi all’ennesimo caso di femminicidio c’è subito la promessa delle istituzioni che “saranno attivati programmi di prevenzione fin dai banchi di scuola, per insegnare la cultura del rispetto e sconfiggere la prepotenza della mentalità patriarcale”. Eppure, dovremmo chiederci se la violenza dei partner che si ritengono abbandonati o “sorpassati” si scateni perché manca la “cultura del rispetto” oppure perché chi compie un gesto così estremo è intrappolato proprio nella “cultura del rispetto”. In altre parole, si vendica perché si sente offeso nel suo orgoglio, “non rispettato” come marito o come padre: poiché fa (non è) il padre ma non gli riesce, accusa la moglie perché non rispetta il suo ruolo, anzi, guadagnando di più, è lei a “fare il padre”, a prendere il posto che egli ritiene gli spetti di diritto o per natura. È chiaro che questo accade quando non s’instaura un dispositivo della parola tra i partner, ma una gara a chi è più bravo a “fare il padre”, appunto. E spesso le donne cascano in questa falloforia, in questa rappresentazione della prestanza che porta al matricidio, alla morte della materia della parola (in latino mater, “madre”, ha la stessa radice di “materia”), prima ancora che all’esito tragico del femminicidio. “La questione padre e la questione donna sono le due facce della questione della legge”, scrive Armando Verdiglione nel libro La parola è la vita in atto. Le lucciole e i girasoli (Nota 19, D. 8). La questione padre viene elusa se il padre fa questione, se è inteso come detentore della legge, patriarca, despota che, proprio come il padre primitivo di cui parla Sigmund Freud in Totem e tabù (1913), incarnerebbe la legge del più forte. Freud aveva ipotizzato che la civiltà fosse nata a partire dalla legge del padre primitivo che, in uno stadio arcaico dell’umanità, deteneva il potere assoluto sul gruppo, monopolizzando le donne e reprimendo i figli. Questi, mossi dall’invidia e dal desiderio di libertà, si sarebbero associati per uccidere il padre e prenderne il posto. Tuttavia, il senso di colpa collettivo avrebbe portato alla nascita del totemismo: il padre morto sarebbe stato simbolicamente sostituito da un totem sacro, e sarebbero nate le due proibizioni fondamentali del tabù: il divieto di uccidere il totem (simbolo del padre) e il divieto di incesto. Quindi, la legge del padre primitivo sarebbe stata ripristinata, ma questa volta dopo essere stata accettata come patto sociale alla base della civiltà. Ma il padre è il genitore “castrante”? Oppure è indice dell’auctoritas, di quella che Freud chiamava “rimozione” e Verdiglione “funzione di nome”, innominabile e anonimo, quindi non attribuibile al soggetto? Il padre non castra, non reprime, ma indica che non c’è facoltà, che nulla è facile e che è impossibile dire le cose perché sono le cose a dirsi, nell’atto di parola in cui la rimozione funziona e varia con effetti di senso e di controsenso che sfuggono alla padronanza ideale sulla parola e disturbano la corretta enunciazione: da qui il lapsus, il qui pro quo, l’equivoco strutturale e intoglibile.

La questione donna viene elusa se la donna fa questione, se è intesa come il negativo dell’uomo, l’essere che rappresenterebbe la tentazione verso il male, il peccato, l’incesto, Eva, complice del demonio, fonte di seduzione e via per la perdizione, assetata di potere, come Lady Macbeth. Tanto il fantasma del padre primitivo quanto quello della donna diabolica partecipano dell’idea di soluzione e di facilità, dell’idea che ci sia chi fa ciò che vuole, ovvero chi si situa oltre la legge in quanto ne è l’incarnazione. Chi uccide la moglie che ha ferito il suo orgoglio di “padre”, così come chi assume il ruolo di Eva, per accelerare l’ascesa al potere, cerca la soluzione ai problemi della vita, pertanto non può che trovare la morte. Nel Macbeth di Shakespeare, Lady Macbeth, al suo primo ingresso in scena, legge una lettera che la in forma dell’apparizione delle streghe che hanno indicato suo marito come futuro re di Scozia. Considerando il marito troppo tenero e incapace di seguire “la via più breve”, la via facile, la via che porta dritto alla soluzione, lo spinge a macchiarsi le mani dell’omicidio di Duncan, re di Scozia, per prenderne il posto. Lady Macbeth incita il marito a lasciare che lei “riversi nelle sue orecchie i demoni che ha dentro”, ovvero ad ascoltare le parole pronunciate dalla sua “lingua intrepida” per cacciar via ogni intralcio che gli impedisce di adempiere a quello che lei immagina come suo destino: il “cerchio d’oro”, la corona. Ecco la demonologia: la donna come il negativo dell’uomo, un’idea che viene da lontano. Nell’alchimia e nell’esoterismo, il principio maschile è spesso associato all’attività, alla luce, al fuoco, al Sole, quindi a un’energia espansiva e creatrice (+), mentre il principio femminile è visto come ricettivo, lunare, acquoso, legato alla terra e alla passività (-). In tradizioni come il Taoismo, lo Yang (maschile) è attivo e luminoso, mentre lo Yin (femminile) è oscuro e ricettivo.

Ma anche Aristotele, nella Generazione degli animali, ritiene che “l’organismo femminile” sia imperfetto e debole rispetto a quello maschile, in quanto “l’animale femmina non è fisiologicamente in grado di portare a termine la cozione del sangue” – e da qui le mestruazioni come dispersione –, che invece il corpo maschile realizza pienamente, “trasformando il sangue in sperma, grazie al calore vitale che gli è proprio”. Così, Aristotele ritiene il contributo maschile il vero responsabile della generazione: “È lo pneuma contenuto nello sperma a indurre attivamente nella costituzione materiale del nascituro l’eidos”. L’uomo è sostanza che dà forma, eidos, alla materia inerte della donna. Quante implicazioni ha avuto e ha ancora oggi questa dicotomia (materia inerte-spirito animatore)? La pulsione (Trieb, “spinta”, come la chiamava Freud), la forza (come la chiamava Leonardo da Vinci), la virtù (come la chiamava Niccolò Machiavelli) s’instaura parlando, facendo, scrivendo. Ma quante sono le donne che ancora oggi credono o immaginano che, per fare e per riuscire, abbiano bisogno della “spinta” di un uomo che le valorizzi, le adori, le ami? E come può ciascuno, uomo o donna che sia, instaurare un’interlocuzione, divenire capitano in un’azienda, giungere alla riuscita e al compimento, se aspetta la spinta, più o meno gentile, per fare?

Procede proprio da qui il compromesso fantasmatico che porta alla violenza: accettando la logica aristotelica per cui la donna è soltanto un recipiente vuoto in attesa di essere riempito dallo spirito dell’uomo, viene meno l’alleanza e s’introduce il gioco delle parti, come esplora Luigi Pirandello nelle sue opere. Pertanto, non c’è più il dispositivo della parola, vengono elusi il nome e la sua funzione, la funzione di rimozione, da cui procede l’autorità (auctor in latino, “autore”, deriva da augeo, “aumento”, per cui autore è chi dà aumento, accrescimento), con le sue arti e le sue invenzioni, e al suo posto sorge l’autoritarismo, la severità materna che pretende il possesso e la ragione sull’Altro.

Dicevamo che il nome è innominabile (nessuno può “darsi un nome” e “dare un nome”) e anonimo (nessuno può dire “io ho un nome”, non c’è nome del nome). Chi crede che il nome si possa “avere” si preoccupa di quanto sia inferiore rispetto al nome di qualcun altro. Se poi immagina che, per esempio, il nome della moglie sia superiore al proprio, la tragedia è alle porte. Senza ironia, senza apertura, senza umorismo, senza motto di spirito e riso, allora, si scaglia contro chi gli fa ombra. Ma se una donna fa ombra a un uomo è sempre l’ombra del padre che incombe. Dove sta l’autorità, dove stanno i giochi e le invenzioni che dall’autorità procedono, quando il padre fa questione? E chi pensa di non avere un nome abbastanza importante, come crede di farsi valere, di avere ragione sull’Altro? Con la violenza. Le idee sono libere di operare, ma l’idea d’imperium e l’idea di dominium derivano dal tentativo di controllare le idee, soprattutto l’idea di sé e l’idea dell’Altro. Il femminicidio, come ogni omicidio, indica lo scacco di tale controllo: “Tu non sei più quella/o di prima. Se non posso averti come prima, se non servi a garantire che il nostro mondo esista, non devi esistere neanche tu”. Chi “deve morire” in questo enunciato non è soltanto la donna o l’uomo, ma la madre nella parola, la materia della parola. La “Grande madre”, che esisterebbe esclusivamente in funzione del bambino nella cosiddetta relazione simbiotica, la madre che dà e la madre che toglie, quando toglie, diviene colei che esercita la funzione di morte. Per questo, se il padre e la donna sono indici della funzione di rimozione e il figlio e l’uomo sono indici della funzione di resistenza nella parola, la madre non è indice di alcuna funzione. Anzi, come nota Armando Verdiglione, la “funzione madre”, se ci fosse, sarebbe proprio la funzione di morte. La madre nella parola, il mito della madre è indice del malinteso indissipabile, per cui le cose che si dicono non significano.

Senza il mito della madre come mito del tempo che non finisce, gli umani si scontrano in cerca dell’equazione, della conciliazione e della soluzione. Ma nello scontro non c’è nulla dell’esperienza e della memoria come esperienza in atto, c’è soltanto il ricordo di “come eravamo”, la nostalgia di ciò che si ritiene conosciuto, immortalato e cristallizzato. Ogni idea di soluzione partecipa dell’idea di morte, per questo, il passaggio all’azione è senza analisi. Come precisa Armando Verdiglione nel libro Processo alla parola (pag. 248): “L’analisi è l’assoluzione: ovvero non c’è più psicofarmaco; non c’è più soluzione, non c’è più sostanza”. L’assoluzione è l’assenza di male, di negativo, di morte su cui fondarsi e indica innanzitutto l’instaurazione del sembiante come condizione dello scambio, ob-jectum, ostacolo assoluto, ciò che fa ostacolo a qualsiasi presa. In nessun caso, quindi, è la donna a fare ostacolo alla carriera dell’uomo o viceversa. Il sembiante è la condizione dell’itinerario intellettuale, del viaggio della vita, del percorso culturale e del cammino artistico. Ed è anche la condizione per la domanda di qualità. Nessuna riuscita delle cose che si fanno se, anziché instaurare il sembiante, ognuno vede nelle donne, negli uomini, nel partner, nel padre, nella madre, nel fratello, nella sorella un impedimento al proprio itinerario.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner