Lo spunto per l’organizzazione di questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026), ci è stato offerto dalla pubblicazione del libro di Jean-Joseph Goux, Freud, Marx. Economia e simbolico (Spirali), che esplora la “funzione simbolica” e le nozioni di valore e di scambio che essa implica. L’Autore trova che “l’equivalente generale, in cui si esprime il valore di tutte le merci” porti alla dissoluzione del capitalismo tradizionale. Ma se l’equivalente generale non regge più, come fare della “durata” del lavoro la misura del valore? E come possiamo intendere oggi il lavoro senza più il concetto di “alienazione” e il concetto di “salario” come risarcimento per la sofferenza cui ognuno sarebbe sottoposto?
La scienza della parola, la cifrematica, constata che il lavoro non avviene senza il gioco: gioco e lavoro sono simultanei, anche se ognuno è abituato a pensarli in tempi differenti e a localizzare il gioco nei luoghi di svago e il lavoro nei luoghi di produzione.
A dissipare questo pregiudizio basterebbe il mito della tavola italiana: l’intero pianeta ci ammira perché gli affari nel nostro paese si fanno a tavola. Per noi il banchetto è ancora quello del rinascimento, occasione di parola e d’incontro che procede dall’apertura, all’insegna dell’ospitalità, dove il lavoro e il gioco sono imprescindibili l’uno dall’altro. Lo stesso allestimento del banchetto rientra nel gioco dell’accoglienza con la sua scenografia, la disposizione dei commensali all’ascolto e alla parola libera da schemi e da formalismi. Questo gioco, questa arte non è riproducibile, fa parte del nostro patrimonio intellettuale, insieme alla cultura e insieme al lavoro, non come peso o come schiavitù, ma come opportunità per mettere a frutto i nostri talenti.
Leonardo da Vinci era ingegnere, alimentava l’ingegno con il lavoro e con il gioco, con la cultura e con l’arte. E una cosa giovava all’altra, perché Leonardo e i maestri del rinascimento procedevano per integrazione, non per alternativa, non si preoccupavano di capire se fosse meglio lavorare o giocare nella loro giornata. Nel gerundio della vita, parlando, cercando, facendo, scrivendo, dipingendo, si cimentavano in ciascuna cosa, secondo l’occorrenza.
Allora, da dove viene la mentalità che dà al gioco un’accezione negativa, al gioco così come all’arte e all’artista? Dopo il rinascimento, la mentalità protestante ha incominciato a considerare il lavoro come compito affidato da Dio all’uomo, per cui nessuna attività è considerata neutra o puramente oziosa. Mentre nel rinascimento la bottega era dispositivo di otium et negotium, con Martin Lutero il lavoro quotidiano diventa un servizio reso a Dio, e con Giovanni Calvino si accentua l’idea di assiduo controllo del tempo. Nel saggio di Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, questa interpretazione viene eletta come fondamento della cultura dell’efficienza: il tempo deve essere impiegato in modo produttivo, l’ozio è sospetto, l’attività deve
mantenere coerenza e rendimento e l’utilità assume una valenza morale. Dunque, nell’etica protestante tende ad affermarsi l’idea che l’agire umano debba avere sempre una finalità e che la dispersione improduttiva del tempo sia moralmente deprecabile, in quanto l’attività deve essere ordinata a un senso, a una chiamata, a una responsabilità davanti a Dio. In seguito, questa tensione fra finalità morale e produttività economica si è secolarizzata progressivamente fino a chiamarsi pura efficienza.
Mentre il capitalismo, come nota Luciano Pellicani (Saggio sulla genesi del capitalismo), è nato nel rinascimento, lo “spirito” del capitalismo di cui parla Weber è nato dall’etica protestante, che aborriva il gioco, l’arte e tutto ciò che non ha una finalità, ciò che non serve, che non è funzionale. Non a caso le chiese della tradizione protestante sono prive di opere d’arte, tranne in alcuni casi, ma devono avere una finalità didattica o morale, non decorativa o estetica.
Marx nasce nel 1818 in Germania da genitori ebrei. Il padre si era convertito al luteranesimo per motivi professionali prima della nascita di Karl, che quindi cresce in ambiente laico illuminista. Il capitalismo di cui parla Marx non ha niente a che fare con il capitalismo che fiorisce nel rinascimento a Venezia, a Firenze, a Siena, a Milano, a Roma, a Napoli e in altre città d’Italia e d’Europa. E non ha niente a che fare con le imprese che sono nate in Italia nel secondo dopoguerra e che tuttora fanno parte del nostro tessuto industriale.
Ho insistito che la casa editrice Spirali pubblicasse il libro di Jean-Joseph Goux, Freud, Marx. Economia e simbolico, perché è essenziale al dibattito intorno al lavoro e riporta in copertina un’opera dell’artista Mauro Reggiani, che s’intitola appunto Il lavoro e fa parte della collezione modenese Assicoop UnipolSai. Questa opera non descrive affatto una scena che si svolge in un luogo deputato al lavoro, perché l’arte non ha alcuna funzione, non serve a illustrare, a spiegare, a descrivere, tutt’al più evoca, allude. Tra l’altro, anche l’allusione, come l’illusione, fa parte del gioco. Gioco viene dal latino ludus che indicava sia i giochi di intrattenimento sia la scuola e l’insegnamento. Ma torniamo al capitalismo italiano: come nascono le nostre imprese, se non per gioco, per una scommessa, spesso con gli amici al bar? Sono nate proprio così le più belle industrie del distretto di Sassuolo, leader mondiale nel settore delle piastrelle. E allo stesso modo, per gioco, nasce ciascuna avventura. A partire da una sfida, com’è accaduto per Ferruccio Lamborghini, che si è sentito sfidato da Ferrari il quale non ha accettato il suo suggerimento di migliorare il modello di Ferrari che aveva appena acquistato. Quando Ferrari gli rispose: “Cosa vuoi capire di auto tu, che sai fare solo trattori?”, per Lamborghini questo fu il primo passo
nel cammino che lo fece divenire “Lamborghini”. Ma come divenire caso di qualità, caso di cifra, potremmo narrarlo di Leonardo, di Dante, di Steve Jobs e di ciascuno che non resta ancorato al tempo cronologico, che scommette e rischia senza riserve, remore o rimandi a tempi migliori, senza paura dell’avvenire. Perché la partita non riguarda il soggetto, ma il nome. Autore e attore è il nome, lavoratore è il nome: il nome funziona e varia nella parola, cioè lavora e gioca. Chi non teme di mettersi in gioco non impedisce al nome di lavorare e di giocare liberamente,
non qui e ora, ma nell’infinito e nell’eternità del tempo. Leonardo diviene Leonardo: se il nome proprio non è il proprio nome, se il nome non è assunto soggettivamente e non viene limitato. Leonardo non è Leonardo.
Jean-Joseph Goux, già cinquant’anni fa, auspicava un nuovo modo di organizzare, “un nuovo modo, ancora imprevedibile, di simbolizzare”, nell’impresa come nella società. Lo diceva Rispetto ai sistemi sociali e politici che si basano sull’equivalente generale nell’economia, nella famiglia e nelle istituzioni. Un modello obsoleto che i giovani stanno mettendo in discussione, mentre alcuni imprenditori forse si ostinano a considerarlo come modello ideale, quello nato dall’etica protestante, che aborriva il gioco e l’arte a favore dell’efficientismo. Forse i giovani stanno sottolineando proprio questo: che l’efficacia non è l’efficientismo, che la produzione non è soltanto frutto del lavoro, ma anche del gioco, e che l’ingegno si nutre di ciascun aspetto dell’esperienza – cultura e arte, macchina e tecnica – procedendo per integrazione.
Gli imprenditori oggi si domandano come attrarre i collaboratori. I giovani non chiedono soltanto stipendi dignitosi, ma anche e soprattutto interlocutori, chiedono di lavorare con chi ha una posta in gioco di respiro internazionale e intersettoriale, culturale e artistico, non locale e provinciale.
Allora, con quali mezzi e con quali strumenti l’imprenditore può coinvolgere i collaboratori in modo che contribuiscano al valore, lavorando e giocando? Promuovendo l’indipendenza
intellettuale attraverso il brainworking, il cervello come dispositivo della riuscita.
Diviene brainworker l’imprenditore, il manager, il collaboratore, il tecnico che sta al gioco e alla partita, procedendo dalla sfida come questione aperta e scommettendo nella riuscita, con audacia e rischio assoluto.
Ma in che modo l’imprenditore promuove l’indipendenza intellettuale? Attraverso la cultura e l’arte, non come cose da contemplare o da conservare, ma come percorso culturale e cammino artistico, come viaggio intellettuale che ciascuno compie nell’impresa della vita. Per questo è essenziale il libro di Jean-Joseph Goux, perché il lavoro e il gioco approdano al simbolo, la prima forma di valore.
Abbiamo accennato a Marx, ma Goux esplora anche il testo di Freud, non tanto del Freud medico, ma soprattutto quello del Freud linguista, che ha inventato la psicanalisi sulla scia di ciò che disse una delle donne che andavano a trovarlo per parlare del disagio che avvertivano: Anna O. definì gli incontri con Freud “talking cure”, la cura della parola. È nata così la psicanalisi, non come psicoterapia, ma come cura, attenzione alla parola e ai suoi effetti. E il simbolo è proprio ciò cui approdano gli effetti della funzione del nome, ovvero gli effetti del nome che lavora e gioca: un effetto del lavoro è il senso e un effetto del gioco è il godimento come dispendio. Entrambi gli effetti approdano al simbolo, lungo un incessante processo di sostituzione, per cui si enuncia sempre qualcosa al posto di qualcos’altro. Sta qui il lapsus, il qui pro quo: “qualcosa al posto di qualcos’altro”. Il lapsus è strutturale, non è soltanto quello che interviene quando chiediamo, per esempio, un chilo di cane anziché un chilo di pane: la sostituzione, lo scambio è costitutivo dell’atto stesso di parola, perché non diciamo mai esattamente ciò che avevamo pensato di dire.
Forse proprio questa impadroneggiabilità della parola è ciò che fa paura nel mettersi in gioco, fa paura la scena in cui ciascuno si trova nel cinema e nel teatro, non come finzione o come “apparenza” contrapposta alla “sostanza”, ma come essenziali alla realtà effettiva ed effettuale. Questa realtà è imprevedibile e esige ciascuna volta l’ingegno, cioè l’arte e l’invenzione, il gioco e il lavoro. E, tuttavia, ci mette di fronte a qualcosa che già Freud aveva constatato, cioè che “l’io non è padrone in casa propria”, perché basta un lapsus per cambiare le carte in tavola e dare un esito differente alla partita in cui stiamo giocando e lavorando.

