Sabato pomeriggio 16 maggio 2026 ero vicina al punto della via Emilia Centro in cui Salim el Koudri si è lan- ciato con la sua auto contro la folla di persone che passeggiavano tranquille sui marciapiedi. Ma ero lontana: dovevo terminare il lavoro di redazione di un testo da consegnare lunedì mattina e stavo pensando al modo più efficace per restituire i risultati della mia ricerca.
All’improvviso, le urla, gli strazi, le sirene della polizia e delle ambulanze. Cose che non ho udito (ero già arrivata a casa), ma emergevano dal racconto di quanti mi chiamavano preoccupati da altre città: avevano già visto le immagini agghiaccianti dei video di sorveglianza, pressoché in diretta.
Istanti di orrore che immobilizzano: le gambe tremano al solo pensiero del pericolo che minaccia la nostra inco- lumità, e arriva la sensazione di non essere padroni di nulla e di non potere fare nulla per scongiurare gli attacchi alla nostra stessa vita.
Ma, dopo poche ore, c’era già chi si affrettava a trarre conclusioni: “È sta- to un attentato terroristico di matrice islamica”; “È stato frutto di una mente malata, il giovane era stato in cura presso i servizi psichiatrici”. Il giorno dopo, arrivavano i proclami: “Dobbiamo dare maggiore sostegno ai servizi di salute mentale”. E poi le giustificazioni: “Era disoccupato e disadattato, quindi covava rabbia per chi invece guadagnava troppi soldi ingiustamente”. Dopo due o tre giorni, il tema che occupava le prime pagine dei giornali diventava il numero di “psicopatici in Italia” e i “tagli alle terapie”, ovvero, ancora oggi, la “sproporzione fra il male e il rimedio”.
Per Valentine Lomellini (“Corriere della Sera”, 19 maggio 2026), “I fatti di Modena aprono un nuovo scenario, in cui gli strumenti del terrorismo vengono utilizzati per fini diversi e da persone che non appartengono a gruppi terroristici e non sono nemmeno «lupi solitari», pronti ad attaccare dopo essersi radicalizzati. Sono «contagiati» dalle immagini del terrorismo e, in maniera più o meno consapevole, mutuano il modus operandi terroristico quando decidono di attuare un atto di violenza contro la società”.
Sarà il tribunale a emettere una sentenza sulla base del reato commesso. Ma resta la questione: come può accadere che un giovane laureato in Economia e commercio, se non esce di casa e non cerca interlocutori, debba subito essere classificato come “malato mentale”, pertanto, “incapace”, anziché essere prima di tutto indagato per le responsabilità dei suoi atti?
A cosa sono valse le battaglie di Thomas Szasz, autore di libri come Il mito della malattia mentale (1974) e L’incapace, lo specchio morale del conformismo (1990), professore di psichiatria alla Syracuse University (New York), che ha analizato e smontato le impalcature ideologiche e disciplinari della psichiatria e di ogni psicoterapia e ha avuto un’influenza in tutto il mondo sulla nascita dei movimenti per la chiusura dei manicomi? A cosa è valso il gesto di Giorgio Antonucci, medico e psicanalista che, dopo un’esperienza con Franco Basaglia, restituì dignità agli internati del manicomio di Imola, instaurando con loro dispositivi della parola, di arte e d’invenzione in reparti autogestiti, di cui c’è testimonianza nei suoi libri La nave del paradiso (1990), Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni (1999) e Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri (2006)?
La battaglia per la salute intellettuale è stata cancellata e al suo posto è tornata la paura della malattia mentale, del pericolo giallo, il pericolo dell’Altro, dinanzi a cui ogni tentativo di soppressione della libertà e, con essa, della responsabilità e della capacità è giustificato. E ogni sostanza può essere spac- ciata, somministrata e amministrata, se serve alla comunità e ai suoi abitanti per conservare e mantenere la calma.
Negli anni novanta il movimento fondato da Armando Verdiglione e da altri intellettuali non accettava la morte bianca, che non era soltanto la morte per droga, ma anche quella cui si votava chi, per paura, assumeva il luogo comune dell’epoca, la “mentalità” provinciale, che non accetta l’impensabile ed espunge la follia come condizione del cammino artistico, per rintanarsi nella dittatura delle proprie idee. L’idea di sé, che forgia la mentalità, vede il male, il peccato e l’incesto dappertutto e presto trasforma la città in necropoli o, nel migliore dei casi, in una giungla popolata da animali feroci da cui difendersi. L’idea di sé è sempre un’idea di padronanza, idea di origine e idea di salvezza: “Io sono questo, la mia famiglia è questa e, se voglio salvarmi, devo difendermi con le sole armi che il destino mi ha assegnato”. Come può accadere che un giovane si pensi, si immagini o si creda predestinato, se non perché si fa portatore di una mentalità e non incontra interlocutori, ma soltanto comparse che si profondono in discorsi che servono a confermare l’idea di sé, senza l’Altro, senza l’analisi, senza il progetto e il programma della vita?
Il 1984 non è stato soltanto l’anno del Grande Fratello di Orwell e della nascita della Apple di Steve Jobs, ma soprattutto l’anno del secondo rinascimento a Tokyo, il congresso mondiale che ha posto uno spartiacque fra la provincia Italia e l’era intellettuale, internazionale e intersettoriale. Nei dieci anni precedenti, Armando Verdiglione aveva inventato dispositivi di dibattito planetario, di impresa scientifica, culturale, artistica e di edizione i cui effetti proseguono ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni. Tutti i tentativi di arrestare un movimento nuovo – che non pagava alcun dazio all’onorata società – attraverso una caccia alle streghe che ha fatto indignare gli intellettuali dei paesi civili sono falliti: la parola non si può arrestare e neppure la sua influenza. Il movimento prosegue in varie città d’Italia e di altri paesi. E ciascuna città in cui il movimento organizza dibattiti aperti al pubblico ha la chance di divenire città del tempo, città in cui la parola è libera, il fare è libero, l’impresa è libera. E i cittadini hanno l’occasione di cogliere la provocazione all’arte e all’invenzione, di divenire casi di qualità, anziché circolare in una vita penale e penitenziaria e cercare rifugio fra le griglie della nosologia psichiatrica fino a essere annoverati fra i casi patologici.
Certo, il reato di circonvenzione d’incapace, contestato a Armando Verdiglione, guarda caso, l’anno succes- sivo al congresso di Tokyo, ha privato di un’esperienza ineguagliabile i tanti giovani che avrebbero potuto divenire protagonisti di imprese culturali e artistiche di loro invenzione, come avevano fatto i loro coetanei negli anni precedenti al processo. Dopo, alcuni giovani si sono avvicinati al movimento, ma molti purtroppo hanno battuto in ritirata alle prime difficoltà, assediati da familiari che paventavano per la “salute del portafoglio”, perché quanti hanno costruito il “personaggio Verdiglione” gli hanno affibbiato l’etichetta di “truffatore”. Ma è la stessa etichetta che viene attribuita all’imprenditore, che nell’immaginario comune è “chi si arricchisce indebitamente”, è lo “sfruttatore”, che bada soltanto al proprio interesse, anziché a quello della comunità.
Sembra un paradosso: chi tiene alla salute del portafoglio teme proprio coloro che invece trovano nell’investimento e nell’impresa la salute intellettuale, l’istanza di qualità della vita. Come può chiamarsi qualità della vita la sopravvivenza, quella dei tanti giovani che, senza un progetto e un programma, girano in tondo, non fanno alcuna ipotesi di direzione e si scagliano contro ciò che chiamano “la società”? Il movimento cifrematico poggia sull’esperienza della parola originaria, senza origine, senza appartenenza a una classe, a una casta, a una razza, senza mentalità. È ciò cui aspirano i giovani, se s’instaurano come interlocutori, se non sono incasellati o incastonati negli ideali della famiglia e della comunità, se sono lasciati nella responsabilità, nella capacità e nell’in telligenza della parola libera.
Dal 1989 Modena è sede di dibattiti internazionali e intersettoriali che organizzo con un’equipe di giovani ricercatori, imprenditori, lettori (“giovane” deriva dal latino iuvenis, che a sua volta discende dal sanscrito yuvan: forte, eccellente) e del mio dipartimento di ricerca, di insegnamento e di formazione analitico e clinico: una città in cui ho trovato accoglienza e amicizia quando, nel 1982, sono arrivata in Emilia dalla Calabria per frequentare l’Università di Bologna. Ora è il tempo della restituzione, con la lettura come punta della scrittura. Allora, leggiamo e ascoltiamo lì dove qualcosa della novità si enuncia. A questo c’invitano e ci provocano i giovani di cui non im-
maginiamo i talenti finché non li met- tiamo alla prova, finché non offriamo loro l’opportunità di cimentarsi con la difficoltà estrema, anziché continuare a soccorrerli con le “facilitazioni” negli studi, nel lavoro e, a volte, persino nell’incontro con i coetanei. Lasciar riflettere, lasciar fare, ma non lasciar passare, non cercare di “proteggerli” dagli ostacoli in cui ciascuno s’imbatte nella vita: questo il compito di ciascuno di noi verso le nuove generazioni, che hanno il diritto di trovare la loro strada e di combattere per la riuscita, anziché contro un presunto nemico. Nell’impresa della vita, la battaglia per la riuscita è senza nemico, senza l’odio transitivo. Nella cifrematica, la scienza della parola che diviene cifra (qualità, valore), l’odio non è un sentimento, non passa da un “soggetto” a un altro, ma è custode della sessualità come politica del tempo che non finisce. Se c’è l’odio intransitivo, c’è l’infinito. Espunto l’odio intransitivo, subentra la rappresentazione dell’odio contro il nemico interno o il nemico esterno, “il nemico che è dentro di te” o “il nemico che è fuori di te”. Da qui, ogni idea di sé come angelo e ogni idea dell’Altro come demone da cacciare, da distruggere, da neutralizzare. O, viceversa, se il nemico è “dentro di te”, ecco allora l’autocritica, il divorarsi, il dilaniarsi fino ad annientarsi. E non ci meravigliamo se poi c’è chi, senza interlocutori e nell’assunzione dell’idea di padronanza o dell’idea di possessione – la vera pazzia –, oscilla fra martirizzare sé e martirizzare l’Altro.
Non ha niente da spartire la pazzia – la credenza o l’immaginazione di poter fare ciò che si vuole – con la follia, condizione del cammino artistico, come lo stile è condizione del percorso culturale. Senza lo stile e la follia, ognuno alimenta lo spaccio della sostanza e contribuisce alla diffusione della mentalità, accettando il destino degli umani, pur di trovare una definizione della vita. Ma l’unica definizione della vita arriva con la religione della morte, che abbraccia chi si rassegna alla sopravvivenza. Per questo è essenziale che nella nostra città, nessuno si consideri “sopravvissuto” alla strage della via Emilia, ma resti nel gerundio della vita, vivendo, cioè parlando, ascoltando, cercando, facendo, scrivendo. E nessuno potrà mai minacciare l’incolumità e l’integrità di ciascuno come statuto intellettuale.

