Skip to content
Menu

LE DONNE CHE HANNO FATTO GRANDE LA NOSTRA AZIENDA

presidente di Elettromeccanica Tironi Srl, Modena

È difficile pensare che le donne possano dare un contributo importante in un’azienda di un settore prettamente maschile come un’elettromeccanica. Eppure, molti dei vostri giganteschi trasformatori di potenza che aiutano a trasmettere e a distribuire l’energia in tutto il mondo sono stati costruiti dalle donne che hanno lavorato con voi dal 1960 a oggi…

La prima donna di cui dobbiamo parlare è mia madre, Lidia, perché è stata lei a condurre l’azienda dalla scomparsa prematura di mio padre
Luciano, il 13 febbraio 1963, fino al momento in cui l’ho presa in mano io, dopo la laurea in ingegneria, nel 1972. Ha salvato l’azienda e l’ha portata avanti per consegnarla agli eredi. Era una vera leader: se chiudo gli occhi e penso a una leader, penso a mia madre, che si chiamava Cecilia come Cecilia Danieli, nominata dal “Time” First Italy’s Lady of Steel, che ho avuto l’onore d’incontrare tanti anni fa, di cui mantengo ancora vivida l’immagine nella memoria, perché era una donna come ne esistono poche. Che cos’hanno di particolare queste donne? Non sono burocrati! Oggi è frequente vedere donne messe ai posti di comando soltanto per ottemperare alla parità di genere, ma io amo la meritocrazia, quindi chi ha un ruolo deve meritarselo. Mia madre non era laureata, da ragazza aveva lavorato come segretaria alla SAIE, non aveva competenze tecniche, però quando è stato il momento ha messo in campo tutte le sue capacità per la riuscita dell’attività. E come ha fatto? Con estrema umiltà e tanta forza di volontà, pagando per i suoi errori, piano piano ha raggiunto il suo obiettivo: mantenere l’azienda viva per i figli. Quando è scomparso mio padre, io avevo quattordici anni e mia sorella otto. All’epoca, tra l’altro, tutte le decisioni che riguardavano i figli minorenni dovevano essere supervisionate da un giudice tutelare, una figura esterna non sempre in grado di capire le esigenze familiari, tanto meno quelle  aziendali. Un’assurdità che rendeva ancora più duro il compito di una donna rimasta sola a trentotto anni, che doveva fare tanti sacrifici e rinunciare a qualsiasi aspirazione personale per noi e per il nostro avvenire. Ma mi ha insegnato l’amore per l’azienda, dove noi ragazzini trascorrevamo le vacanze di Pasqua, Natale e Ferragosto, eravamo sempre lì a dare una mano.

Nella monografia che abbiamo pubblicato per il 60° anniversario, c’è una sua fotografia (qui pubblicata, ndr) vicino a uno dei trasformatori che avevo costruito per un’importante ditta di Merano. Erano macchine progettate per il professor Basile dell’Università di Bologna, con cui mi ero appena laureato, finalizzate alla produzione di ossigeno e idrogeno. Sembrava una cosa futuribile per l’epoca, quelle macchine però hanno  lavorato con tanta soddisfazione del cliente che, dopo tanti anni, anziché cambiarle, ci ha chiesto di potenziarle del 30%. Era tantissimo, eppure, abbiamo inserito dei refrigeranti in più e ci siamo arrivati. Sono cose che danno una gioia impagabile.

Purtroppo, mia madre ha vissuto un passaggio generazionale orribile: avevo capito che era stata capace di mantenere viva l’azienda, ma non  altrettanto di farla crescere. Aveva paura del rischio e temeva di mettere a repentaglio ciò che aveva custodito con tanti sacrifici. Io le sono infinitamente grato, però, a un certo punto, vedendo che non mi dava fiducia, ho dovuto metterla davanti a una scelta e ho pronunciato una frase malefica che ricorderò per tutta la vita: “O me o te, non c’è alternativa”. Fu una frase ingiusta verso chi mi aveva salvato l’azienda e lei ci rimase tanto male che ci mise quindici anni a perdonarmi, finché non si rese conto che l’azienda era cresciuta veramente. Per fortuna avevo una sorella più giovane che le riempiva le giornate con i nipotini. Io andavo a trovarla tutte le sere, perché, indipendentemente dalle questioni di lavoro, per me era sempre la mamma. Alla fine però è stata contenta: ricordo la gioia che ha provato il giorno in cui abbiamo festeggiato il 50º anniversario dell’azienda, nel 2010, nell’incontrare tutti i vecchi dipendenti. È stata una festa bellissima, con tanto di sorpresa: dovevamo inaugurare una parte nuova  di capannone, allora abbiamo preso in prestito un sipario dal Teatro Comunale e l’abbiamo tenuta nascosta. Man mano che arrivavano gli ospiti, i dipendenti attuali andavano dietro il sipario. Quando tutti i vecchi dipendenti si sono sistemati in platea, si è aperto il sipario e i dipendenti attuali hanno pronunciato in coro un immenso “Grazie”. È stato un momento molto emozionante, soprattutto per mia madre, che è tornata con la memoria ai tempi delle battaglie combattute con quei compagni di viaggio.

Mia madre ha fatto tanti sacrifici, ma ha avuto anche fortuna, perché è stata affiancata da tecnici capaci, che hanno dato continuità al patrimonio di competenze trasmesso da mio nonno Carmelo ai giovani che hanno proseguito dopo la scomparsa di mio padre.

Oggi le donne che assumiamo non devono essere disposte a fare sacrifici o essere fortunate, ma essere competenti e capaci.

Quali funzioni svolgono le donne nella vostra azienda?

L’ingegner Stefania Forni, per esempio, è una delle risorse più importanti nel nostro gruppo dirigente: è stata responsabile della pianificazione per diciassette anni, ma da quando abbiamo deciso d’installare il nuovo gestionale, che è il veicolo di comunicazione aziendale, lei svolge la funzione di team leader nell’implementazione del nuovo sistema. È una donna intelligente e mite, diversamente da me che ogni tanto mi scaldo. Lei è in grado non solo di risolvere i problemi tecnici, ma anche di mitigare i miei spunti e di trarne materia d’implementazione.

Anna Chiara Bellei è la mia segretaria particolare da dieci anni e non so come potrei farne a meno, così come negli ultimi trentun anni mi è stata indispensabile Olivia Fregni per seguire pratiche delicate e l’Ufficio personale, anche se purtroppo presto si ritirerà.

Per assumere la responsabilità dell’Ufficio personale ho quindi assunto Livia Anderlini, che si è subito rivelata una delle risorse più importanti nel nostro gruppo in quanto ha la capacità di parlare con le persone e di capire cosa vogliono dire veramente. Per questo la coinvolgo in tante riunioni, anche aventi oggetto non proprio pertinenti la sua funzione, in modo che possa vedere i colleghi nella loro operatività specifica. Di recente abbiamo constatato qualche non conformità e allora abbiamo deciso di organizzare un corso per i preposti. Lei lo sta organizzando in modo che i direttori che devono tenerlo facciano in tempo a prepararsi bene, ma lo facciano abbastanza in fretta, in modo che chi ha commesso  l’errore ce l’abbia ancora fresco.

Se parliamo dell’amministrazione, ricordo donne capaci e competenti, ma ricordo anche che tante hanno interrotto la collaborazione perché si sono sposate, hanno avuto figli e si sono dedicate interamente alla famiglia. E qui apriamo un capitolo importante: dovremmo tenere conto  delle esigenze che hanno le donne rispetto alla famiglia, andando loro incontro con la flessibilità oraria e la concessione di part-time e permessi quando hanno persone anziane da accudire, perché della famiglia si occupano ancora principalmente le donne. Io ho avuto la fortuna che mia moglie faceva l’insegnante e quindi era abbastanza libera per occuparsi dei figli: le donne che lavorano otto ore, invece, come riescono a gestire tutti gli impegni che la famiglia comporta? Allora, se una collaboratrice è valida, l’azienda deve fare in modo che prosegua il suo itinerario lavorativo, andandole incontro nei periodi critici. E questo sforzo sarà riconosciuto e ricambiato quando meno ce lo aspettiamo e farà  aumentare l’amore per l’azienda.

Ma, come dicevamo, nella vostra azienda le donne lavorano anche in produzione…

Nella nostra fabbrica le donne sono più del 20% della forza lavoro e svolgono lavori che gli uomini non riuscirebbero a fare: il nostro è un lavoro manuale, non utilizziamo macchine automatiche, per cui sono importanti la precisione, la costanza, la delicatezza e la cura, tutte qualità  in cui le donne eccellono. Non facciamo loro spostare pesi eccessivi, ma realizzare componenti massicci che però sono isolati con la carta e, si sa, ci vuole niente a rompere la carta, e se rompi la carta butti via tutto. Le nostre collaboratrici devono maneggiare grossi fili di rame isolandoli  con la carta (perché sono destinati a sopportare tanta tensione), mentre realizzano gli avvolgimenti o i collegamenti. È difficile trovare un uomo che abbia la stessa manualità, le donne hanno imparato a ricamare, a cucinare, a dosare con le mani e, mentre lavorano, sono tranquille, pensano a come risolvere i problemi della casa, fantasticano, sorridono. Gli uomini invece hanno una fisicità che impone loro di “sfogare” le loro energie in modo immediato, senza rimando. Inoltre – adesso dico una cosa che non è politically correct – il “colpo d’anca”della donna è meraviglioso: mentre tengono in mano i fili di rame, con un colpo d’anca lo mettono in tiro; un uomo non lo farebbe così: spingerebbe forte e magari farebbe dei danni.

C’è un’eleganza del gesto che aiuta la lavorazione…

Per questo nel reparto avvolgimenti ci sono molte donne: ci sono anche uomini, ma svolgono lavori diversi, quelli più delicati li fanno le donne.  E nella nostra azienda è stato sempre così: ricordo quando venivo in fabbrica durante le vacanze da ragazzo e lavoravo insieme ad altri apprendisti, fra cui Ezio Tazzioli, che poi è diventato il mio capofficina finché non è andato in pensione, e Mariolina Venturelli, la nostra avvolgitrice giovane. Era bellissimo perché avevamo tra i quindici e i sedici anni e la sera, finito di lavorare, eravamo una banda di amici che andava in bicicletta al Panaro a fare il bagno. Siamo cresciuti insieme, Mariolina è rimasta con me fino a quando è andata in pensione e ancora oggi vado a trovarla ogni tanto in campagna, dove vive con suo marito. Dopo di lei, ricordo Daniela Gabrieli, la moglie di Tazzioli, poi Tiziana Santi e tutta una serie di donne bravissime. Daniela costruiva macchine molto importanti come i trasformatori del TGV in Francia.  Ricordo ancora quando uscivano intere pagine sul “Corriere della Sera” dedicate all’alta velocità, di cui i francesi si vantavano tanto, e io sghignazzavo:  “Sì, ma se funziona è perché ci sono i nostri trasformatori”, quelli che aveva costruito Daniela.

Molte di queste donne sono state e sono importanti per la nostra azienda, per cui abbiamo voluto fosse pubblicamente riconosciuta la loro  professionalità e abbiamo fatto in modo che fossero nominate Maestre del Lavoro.

 

 

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner