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L’INDUSTRIA DEVE GUIDARE IL FUTURO DELL’EUROPA, SENZA PIÙ PAURA

CEO di TEC Eurolab, Campogalliano (MO), presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Emilia Area Centro

Che lettura diamo della situazione attuale della nostra industria? Partiamo da Modena e Bologna: due città ad alto tasso imprenditoriale di cui non s’intende la portata senza parlare di Europa. Ma non di un’Europa astratta: parliamo dell’unico scenario possibile per chi fa impresa oggi, per chi lavora, produce, esporta. Noi imprenditori lo sappiamo bene, purtroppo non è così per l’opinione pubblica, ancorata al proprio “quartierino”, come se le grandi dinamiche globali non ci riguardassero. Certo serve un’Europa meno burocratica, più pragmatica, più industriale, che sia davvero il trampolino di lancio per il nostro sistema produttivo, come ha ben sottolineato anche il rapporto Draghi. Essere europeisti non significa chiudere gli occhi di fronte a ciò che non va: la critica all’iperburocratizzazione – al suicidio industriale del Green Deal – è doverosa, ma l’alternativa non è uscire dall’Europa. L’alternativa non esiste. È all’interno di quel contesto di valori che dobbiamo operare, lottare, costruire, senza cedere alla comoda tentazione del capro espiatorio: se qualcosa non funziona, non è sempre colpa dell’Europa.

Le incertezze ci sono, ma non dobbiamo lasciarci sbigottire dalla paura, perché, come diceva Niccolò Machiavelli: “Molte volte, per la paura solamente, senza altra esperienza di forze, le città si perdono”. Se ci lasciamo intimidire dall’incertezza, se smettiamo di investire e di assumere, se blocchiamo le imprese per timore di ciò che potrebbe accadere, allora sì che ci condanniamo da soli. E invece non dobbiamo dimenticare che i nostri prodotti sono eccellenze. Gli Stati Uniti hanno bisogno di ciò che produciamo, hanno bisogno dei nostri componenti, dei nostri macchinari, dei nostri dispositivi. E continueranno ad acquistarli. I dazi vanno e vengono, ma noi dobbiamo rimanere saldi: produrre, esportare, innovare, anticipando le tendenze e guardando oltre. L’automotive cambierà, perderà centralità? Allora, guardiamo allo spazio, all’aeronautica, all’estrazione mineraria extraterrestre. È fantascienza? No. Sono scenari dei prossimi decenni. E l’Italia, in tanti settori ad alta tecnologia, è già avanti. Anche nella difesa.

E, a proposito di difesa, dobbiamo renderci conto che i valori della nostra civiltà – libertà, democrazia, impresa – sono sotto attacco, non sono garantiti per sempre. L’aggressione della Russia all’Ucraina non è solo un conflitto territoriale, è un assalto all’idea stessa di società aperta. Putin non può tollerare una democrazia ai suoi confini. E noi non possiamo permetterci di essere disarmati, né militarmente né culturalmente. La difesa è un settore industriale nobile, perché garantisce tutto il resto. Certo, non dobbiamo diventare aggressori, ma neppure vittime designate. Da sempre il carnivoro mangia l’erbivoro, ma se siamo un paese erbivoro in un mondo di carnivori, almeno dobbiamo dotarci di aculei per difenderci.

Ma parliamo anche di energia: senza energia non c’è industria, non c’è intelligenza artificiale, non c’è potenza di calcolo, non c’è futuro. E noi, in Italia, siamo ancora dipendenti dall’estero. Dobbiamo diversificare le fonti, aumentare la produzione nazionale. E dobbiamo smettere di demonizzare il nucleare. Il nucleare è sicuro, è l’energia che ha fatto meno morti per kilowattora prodotto. Continuiamo a temerlo come un mostro, invece è come l’aereo, di cui molti hanno paura, anche se è il mezzo più sicuro, dopo il treno.

E qui veniamo al centro della questione: l’impresa. Senza impresa non si produce valore. Tutto parte da lì: dalla manifattura, dal lavoro, dalla
produttività. Non è lo stato a produrre ricchezza, sono le imprese. È lì che si genera il valore aggiunto. E questo deve essere detto forte e chiaro, soprattutto ai giovani. Perché troppe volte l’impresa viene dipinta come luogo di sfruttamento, come male necessario. L’impresa forma, coinvolge, responsabilizza. E può – deve – avere una funzione sociale che non sia né elemosina né welfare di stato in outsourcing. Ma la vera funzione sociale dell’impresa sta nel rendere ciascun collaboratore protagonista, nel coinvolgere le persone, farle crescere, metterle in condizione di investire. Nella nostra azienda, TEC Eruolab, lo stiamo facendo, stiamo trasformando alcune divisioni in vere e proprie società,
dove i responsabili diventano co-imprenditori. Così si costituisce un’azienda di imprenditori, non di esecutori.

E se vogliamo che i giovani restino in Italia, che si entusiasmino, dobbiamo coinvolgerli davvero. Non possiamo aspettarci impegno e passione se poi li lasciamo ai margini. E, soprattutto, dobbiamo dire loro quali sono gli scenari attuali: oggi il pianeta ha bisogno d’industria, di scienza, di tecnologia. Ha bisogno di STEM. Chi ha 15 anni e vuole davvero contribuire alla società, deve sapere che è lì che può fare la differenza.

Nel 2016, lei scriveva sulla nostra rivista: “Se le attività standard e automatizzabili saranno svolte da computer e robot, ciò di cui gli uomini dovranno interessarsi saranno proprio le attività intellettuali. In Italia, paese di Leonardo, Michelangelo e delle botteghe rinascimentali, è essenziale valorizzare quanto di intellettuale c’è in ciascuna esperienza, anche nelle attività manuali. E questa è una chance straordinaria, difficilmente pensabile altrove, dove idee imperialistiche soffocano il rinascimento.

Occorre però che ciascuno accolga la sfida e ne assuma la responsabilità, senza delegare ad altri la direzione della propria vita. Ciascuno deve interrogarsi su quanto c’è di intellettuale nelle attività che svolge. Potrebbe eseguirle un robot ora o fra vent’anni? Qual è il contributo
specifico che la sua intellettualità apporta? In che modo può rilanciare il proprio intervento in direzione dell’unicità? Rinunciare a queste domande è rinunciare alla vita”. Sono annotazioni ancora validissime. Cosa aggiungerebbe dopo dieci anni?

Sono questioni assolutamente attuali. È importantissimo riuscire a ingaggiare ciascuno. Questa credo sia la chance dell’Occidente, o almeno dell’Occidente come lo conosciamo noi, non certo di quello trumpiano (poi magari cambierà idea anche lui). Noi ci troviamo a competere con la Cina, con paesi che hanno numeri e tecnologie impressionanti. Non sono più i cinesi che cuciono i palloni da calcio, hanno tecnologie a volte migliori delle nostre, usufruiscono di un dirigismo politico in cui non è che ci sia tanto dibattito: l’imperatore decide e così si fa. Allora, qual è la nostra chance? La nostra chance è che noi abbiamo cittadini, cittadini che hanno il cervello, e dobbiamo tenerne conto. Non abbiamo schiavi, non abbiamo servi, abbiamo cittadini con il cervello e dobbiamo riuscire a ingaggiarli anche nelle nostre imprese. Questo cervello devono metterlo in gioco, devono riuscire a essere protagonisti dell’impresa. Quindi, noi abbiamo questo compito: riuscire a ingaggiare i pochi giovani che abbiamo e non accettare che quei pochi si disperdano come NEET o che si limitino a studiare materie d’interesse generale. Anch’io studio filosofia e tante altre cose importanti per la mia formazione. Però al pianeta occorre l’industria, occorre la scienza, occorre la matematica, quantomeno in questa fase storica.

Quindi, dobbiamo riuscire a ingaggiare i giovani, ed è ciò che facciamo come Giovani Imprenditori di Confindustria Emilia Area Centro: le attività principali che svolgiamo sono proprio dirette alle scuole medie e superiori e all’università, dove andiamo per raccontare cos’è l’impresa, per diffondere spirito imprenditoriale, per trasmettere entusiasmo per la scienza, la matematica, l’ingegneria. Perché non se ne può più di tutto questo piangersi addosso, è un suicidio collettivo il piangersi addosso, i giovani hanno bisogno di prospettive, devono capire che su Marte possono andarci davvero, possono essere imprenditori davvero, e noi dobbiamo dirglielo.

Per concludere, approfitto della presenza del vice presidente di Confindustria Maurizio Marchesini, con delega delle relazioni per il lavoro, per dire che è importantissima una presa di posizione di Confindustria in questo senso, e ne parlavo anche con il presidente Emanuele Orsini che è intervenuto di recente a un nostro convegno nazionale. Io credo che Confindustria debba riuscire ad avere la capacità e anche l’audacia di rappresentare il sistema industriale del paese, non solo gli industriali, non solo gli imprenditori, non dovrebbe essere solo il sindacato degli
imprenditori, ma una rappresentanza del sistema produttivo industriale del paese e quindi anche dei lavoratori, perché il sindacato attualmente non sta svolgendo la sua funzione. I collaboratori delle nostre aziende non sono rappresentati dal sindacato. E chi li rappresenta? Ora, se noi vogliamo essere ascoltati dal governo, se vogliamo avere un peso politico – ed è necessario che lo abbiamo, perché altrimenti il nostro paese va allo sfacelo – dobbiamo riuscire a rappresentare il sistema produttivo e aggiungere alla nostra forza anche quella dei nostri lavoratori, coinvolgerli nelle nostre imprese, rappresentarli, pagarli di più e portare al governo la voce dell’industria. Perché se vogliamo ottenere ciò che chiediamo e che è indispensabile al nostro avvenire, serve forza, capacità di fare ipotesi di direzione, alleanze. E serve audacia. L’audacia di dire che l’industria è la base della civiltà e che senza industria non c’è libertà.

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