Il Malleus Maleficarum, edito nel 1486 a Strasburgo (oggi sede della Corte europea dei diritti dell’uomo), è stato scritto da due inquisitori tedeschi, i domenicani Heinrich Institor e Jakob Sprenger. All’epoca ha avuto varie edizioni in tutto il mondo ed è stato pubblicato in lingua italiana da Armando Verdiglione, che ne ha tradotto il testo dal latino, nel 1977. Oggi è stata pubblicata la ristampa di questa traduzione, con il titolo Il martello delle streghe. La sessualità femminile nel “transfert” degli inquisitori (Spirali).
Le persecuzioni contro gli eretici e le streghe, le donne accusate di praticare la stregoneria, sono incominciate in epoche precedenti, ma questo libro è il manuale operativo della persecuzione che portò al rogo migliaia di donne in tutta Europa. Il libro nasce in un contesto storico molto preciso, ma restano attuali i modi in cui l’inquisizione è proseguita e prosegue oggi. Come dimostra questo trattato sulla stregoneria, l’inquisizione è l’attacco alla varietà e alla differenza, a tutto ciò che non si conforma al canone dell’Unico, attacco che continua a imperversare in quest’epoca governata dall’oligarchia imperialista con i suoi apparati contro la hybris, contro l’audacia. Non a caso Armando Verdiglione scrive: “La questione è quella dell’economia della differenza: come assorbire la differenza nell’unità, la diversità nell’unità. Il fallo è un’affermazione di hybris come la torre di Babele. Dio punisce l’hybris. L’ira di Dio. La collera di Dio. L’invidia di Dio. E per ciò, nel Deuteronomio, 16, 21: ‘Non erigerai nessuna stele, che il signore Dio tuo ha in odio’”. E poi: “La divinità invidiosa si vendica contro la hybris umana” (La grammatica dello spirito europeo, Spirali).
Spinti dal loro zelo persecutorio, gli inquisitori del Malleus si imbattono nella questione della lingua e nella questione della parola, che non sono oggetto della conoscenza. La questione della lingua, secondo la cifrematica come scienza della parola, sfugge al canone della “lingua che bisogna parlare” o della “lingua che si parla”. Ciascuno parla in una lingua che non è “una”, che non conosce e che non può padroneggiare: la lingua non è normalizzabile né può ridursi alla convenzione. Institor e Sprenger sono gli antesignani degli inquisitori di oggi, ovvero di coloro che sono impegnati nei vari apparati sociali a ricondurre all’unità ideale tutto ciò che non si conferma e non si conforma a questo canone. E
cosa più della lingua e della parola è non univoco?
Sigmund Freud incomincia a cogliere qualcosa di impadroneggiabile – e lo chiama inconscio – quando indaga il lapsus e la dimenticanza, pur mantenendo un’impostazione misterica. Ma sarà Armando Verdiglione, il traduttore del Malleus, nel 1977, a porre la questione dell’alingua come “inappartenenza, insignificanza, ciò che mai potrà prestarsi alla codificazione o al decidibile o alla significazione. Chi e che cosa disturba la parola? Chi e che cosa disturba la lingua? Proprio per questa via Freud si è accostato all’afasia, quindi all’atopia della parola, al non luogo, alla non origine”. E scrive, ancora, nel libro La politica e la sua lingua (Spirali): “Qual è la questione dell’alingua? È la questione intellettuale: a ciascuno la sua lingua. ‘Ciascuno’: dispositivo intellettuale, dispositivo di parola. La questione ebraica, questione della nominazione. La questione cattolica, questione di procedura. Nessuna mitologia nella questione, nessuna delega a qualcosa che presuma la conoscenza della lingua o la credenza nella lingua o soltanto l’immaginazione linguistica”. E non accetta “la distinzione ideologica fra la statica e la dinamica, fra la sincronia e la diacronia. L’alingua non è quella che Jacques Lacan chiama lalingua, che, per lui, è la logica del linguaggio: La linguistique étant la science qui s’occupe de lalangue, e la precisa, appunto, come logica del linguaggio, come legge del linguaggio, lalangue”.
Il cerimoniale di iniziazione delle streghe implica il toccare il corpo del diavolo attraverso la lingua (come nell’illustrazione riprodotta nella copertina del libro, a pag. 11). L’uomo è vittima delle cosiddette streghe come le streghe sono vittime del diavolo per il “loro sesso tanto fragile”, che le rende “corrotte e abbandonate”. Anche le levatrici, per esempio, “superano in malizia tutte le altre” donne. Anche per le levatrici c’è la questione del toccare il corpo? E sono gli inquisitori gli “unici” addetti all’elevazione spirituale. Toccare con la lingua, la lingua di fiele, la lingua della condanna, la lingua della sentenza. La lingua dell’inquisitore, esperto nel separare il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, per il bene di tutti, per il bene supremo: il bene ideale, che però ha sempre bisogno del suo opposto, tanto per confermare la sua idea di uguale, idea totalitaria.
Il Martello delle streghe è il trattato sull’idea di male, che è sempre necessaria a confermare il bene, di cui gli inquisitori sarebbero i portatori. Costoro scrivono, nella Questione VI dal titolo Le streghe che si sottomettono ai diavoli: “il peccato è incominciato con la donna – Eva – che uccide l’anima […] trascinando così il corpo nella pena del peccato”. La donna (Eva è La donna) sarebbe colpevole perché avrebbe indotto in tentazione Adamo. Come? Parlandogli.
Ma cosa interviene in questa parola della donna che indurrebbe al peccato il corpo? Ed ecco cosa scrivono: “Sebbene infatti sia stato il diavolo a indurre Eva a peccare, fu Eva a sedurre Adamo – quindi non il diavolo –, perciò la donna è più amara della morte”. “È ancora più amara della morte perché la morte naturale uccide solo il corpo, mentre il peccato, che è cominciato con la donna, uccide l’anima…”. “È ancora più amara della morte perché la morte corporea è un nemico manifesto e terribile, mentre la donna è un nemico blando e occulto”. E proseguono: “gli uomini non sono solo catturati per i loro desideri carnali vedendole e udendole”. Le donne che “con la complicità del diavolo ottengono quello che vogliono”. Quindi la lingua, la lingua biforcuta, la lingua ambigua delle donne. La lingua non univoca delle donne “che non sanno quello che vogliono”. Il malinteso, che è arte dell’intelligenza, diventa per gli inquisitori intesa con il male, con l’occulto. E proseguono, ancora: “tutte queste cose provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile”. Se sono tre le cose insaziabili (Proverbi): “ce n’è una quarta, che non dice mai basta: la bocca della vulva”. Del resto, concludono: “L’Altissimo ha voluto nascere e soffrire per noi” nel sesso maschile.
La donna sarebbe portatrice dell’occulto, sarebbe un “nemico occulto”, perciò è più amara della morte. Ma cosa sarebbe “occulto”? La lingua deve essere “guidata da Dio”. Invece, è la lingua deLa donna – come fu già con Eva – che indurrebbe a fare qualcosa di malefico. La donna tenta e attenta alla virilità dell’uomo, che si smarrisce nella cavità materna. E gli inquisitori scrivono che le donne vanno “bruciate per il loro sesso”. Il loro sesso attenta al potere dell’Unico, il potere della verità assoluta di cui sarebbero detentori questi religiosi?
Gli inquisitori scrivono di una “terza lingua” e precisano che: “viene detta terza la lingua di coloro che parlano in modo imprudente e disonorevole fra due parti avverse”. Ancora una volta sono le donne. Poi citano Cicerone nella Retorica, il quale scrive: “l’uomo è indotto a un unico misfatto dalle sue molte passioni, ma le donne sono portate a tutti i misfatti da una passione unica”. Alla passione degli inquisitori sembra fare concorrenza la “passione unica” delle donne. Concorrenza al potere dell’Unico?
La “lingua terza”, la lingua del diavolo, lingua malefica come limite alla lingua dello spirito. Non a caso, l’editore e traduttore del Malleus, scriverà nel 2021: “La giustizia sociale è prerogativa dell’esorcismo della cosa: è la giustizia dell’eroe e dell’autonomo. È la giustizia di chi presume di parlare la propria lingua, la lingua di classe, la lingua di partito, la lingua di razza, la lingua di genere, la lingua dello spirito” (Il gerundio della vita. Analisi e clinica, Spirali).
Gli inquisitori considerano la lingua che non si parla, la lingua del fare con cui le cose si intendono – nella cifrematica, la lingua della Pentecoste – come lingua dello spirito. È la lingua dello spirito – la lingua che non si vede e che perciò viene intesa come spiritualizzata – il tramite attraverso cui parlerebbero le donne, detentrici della conoscenza del mito della caverna di Platone, in quanto sono portatrici della cavità materna. In questo caso, però, non è lo spirito divino, ma è lo spirito maligno. La lingua dello spirito maligno ha la capacità di incarnarsi nella donna, quindi il corpo e la scena sono corrotti nella donna e sono corrotti proprio per la possessione operata dal diavolo. La lingua dello spirito maligno è la lingua che non si attiene al canone della lingua dello spirito divino trasmessa “direttamente” da Dio agli inquisitori. Il “sesso tanto fragile” sarebbe posseduto per l’idea stessa di incarnazione dello spirito maligno: è in questo modo che avviene il contatto di spirito, tramite la lingua, innanzitutto. Institor e Spenger considerano le donne pericolose ma vittime: il rogo serve a salvare il loro corpo corrotto dalla possessione del diavolo, che opera tramite le streghe. Le streghe sono “pazienti”, patiscono la sofferenza come “giustificazione del male”. E Armando Verdiglione scriverà, nel 2018, “La sofferenza è il ‘prodigio’ dell’ideale” (Urkommunismus. La paura della parola, Spirali). E quante donne continuano a credersi vittima. E quanti uomini continuano a credersi vittima delle donne. L’idea di vittima è, da sempre, il business degli apparati dell’Unico.
In questo convegno poniamo la questione donna come questione dell’assenza di vittima e di stereotipi, come questione intellettuale, questione del servizio intellettuale senza servilismo e senza sudditanza, senza il riferimento all’idea di bene, che si regge sempre sull’idea di male. Questione per ciascuno.
Il testo di Caterina Giannelli e i successivi (fino a pag. 17) sono tratti dagli interventi al convegno dal titolo La questione donna e gli inquisitori di ieri e di oggi (Bologna, 22 maggio 2025).

