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TUNNELING E DRILLING PER LE GRANDI INFRASTRUTTURE NEL MONDO

presidente di Palmieri Spa, Gaggio Montano (BO)

Le vostre macchine e gli utensili per tunnelling e drilling sono impiegate in vari cantieri di grandi infrastrutture nel mondo. Nel vostro lavoro è molto importante la ricerca e la sperimentazione, perché la composizione del terreno in cui intervenite è molto variabile da paese a paese. Come riuscite a intervenire in ciascun caso?

Stiamo lavorando molto e abbiamo richieste di nuove teste di taglio da vari paesi del mondo, dove c’è grande interesse per le nostre tecnologie. Però siamo anche molto attenti ai lavori che decidiamo di acquisire, perché, per esempio nei paesi in cui abbiamo bisogno di manodopera specializzata, solo in parte riusciamo a trovarla.

Quindi, a seconda del partner che troviamo, decidiamo se avventurarci nella sperimentazione o meno, anche se abbiamo già eseguito lavori simili in altri paesi. Basta una piccola variazione per cambiare tutto. Quando conosciamo le dimensioni del progetto vogliamo poter mettere anche le nostre idee su come eseguirlo al meglio. Se riscontriamo rigidità in coloro che non hanno esperienza di ciò che occorre per fare alcuni lavori specifici oppure quando il coefficiente di rischio diventa troppo elevato, per noi o per il committente, allora rinunciamo alla commessa.

Conosciamo molto bene il nostro lavoro e i limiti di ciò che possiamo fare. Anche quando accettiamo di fare la sperimentazione vogliamo essere sicuri che il lavoro sia eseguito in modo perfetto. A volte occorre più tempo nella progettazione che nella realizzazione, per questo non ci interessa avventurarci in progetti che esulano dalla nostra esperienza.

Voi progettate e realizzate direttamente nelle vostre sedi?

Noi accettiamo di acquisire commesse difficili, ma soltanto quando ci consentono di proseguire la nostra ricerca. Abbiamo realizzato un utensile speciale per scavare in un terreno molto argilloso in Brasile. Prima di questa, mentre si procedeva nell’escavazione, l’argilla si attaccava dappertutto e nes- suno riusciva a tagliarla. Allora, noi abbiamo progettato una testa di taglio completamente nuova, con una lama affilatissima in modo da sbriciolare quel materiale.

Non abbiamo potuto fare la sperimentazione in un terreno che aveva le stesse caratteristiche. Per questo il cliente ha provato la nostra macchina direttamente sul campo. Dopo averla impiegata, ci ha inviato una lette- ra di ringraziamento e di referenze perché era estremamente soddisfatto. Noi abbiamo verniciato la testa di taglio anche con una vernice speciale, che costava più del lavoro complessivo. Nessuno era riuscito a ottenere i nostri risultati. All’inizio abbiamo prodotto quattro teste di taglio quasi senza guadagnare niente, ma ci interessava fare la sperimentazione. Però, appena il cliente le ha provate, ci ha già ordinato altre quattro teste da due metri e mezzo di diametro ciascuna. Per questo noi facciamo prima il progetto e poi l’offerta, sappiamo già che acquisiremo l’ordine.

Perché oggi è molto importante impiegare queste tecnologie?

Avremo sempre più bisogno di utilizzare tecnologie in sotterraneo, perché garantiscono una velocità diversa nell’esecuzione delle opere infrastrutturali e con costi ridotti rispetto a quelli che si eseguono in superficie. Inoltre, la tecnologia di queste macchine moderne è stata talmente perfezionata che si può applicare a tutti i tipi di terreni e anche nei fondali marini.

A proposito del tema di questo numero della rivista che ruota attorno al libro La nave dei folli (Spirali), quanto è importante l’intervento della follia nella sua esperienza?

La follia interviene, per esempio, nella sperimentazione, ma ciò deve avvenire quando ci sono probabilità concrete di riuscita del progetto, quelle che io chiamo “il rischio calcolato”. Questo modo d’intervento della follia forse è tipico dell’industria italiana. C’è un episodio che potrei raccontarle al riguardo. Negli anni novanta, ho acquistato un grande maglio industriale da un’azienda che non era interessata a tenerlo. Un ingegnere si era occupato personalmente dello smontaggio e del rimontaggio. Mentre arrivavano i pezzi in azienda, io me li disegnavo tutti, uno ad uno. Oggi sarei in grado di ricostruire quel maglio perfettamen- te. Era una macchina da 400 tonnellate, che però aveva il problema di vibrare troppo. Avevo bisogno di un sistema di ammortizzazione che fosse più efficace. Allora ho pensato di provare a utilizzare come ammortizzatore il Kevlar, lo stesso materiale dei giubbotti antiproiettili, anziché dei gommoni. La mia idea aveva funzionato e praticamente ho regalato il brevetto alla multinazionale che produceva i gommoni.

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