Da oltre cinquant’anni lei ha avviato una ricerca intorno all’agricoltura rigenerativa. Oggi, mentre cresce sempre di più l’attenzione alla fertilità dei suoli, suscita grande interesse la ricerca di B.E.A., la società di Biotecnologie per l’Ecologia e l’Agricoltura di cui lei è amministratore. In particolare, all’edizione di quest’anno di Macfrut, la grande fiera internazionale dell’ortofrutta, voi avete incontrato molti agricoltori provenienti da vari paesi e con i quali state avviando nuove collaborazioni. Che cosa avete percepito rispetto alle scorse edizioni?
Ho notato qualcosa di molto preciso: gli agricoltori incominciano a intendere che è urgente intervenire sul problema della perdita di fertilità dei terreni. Però, spesso non sanno esattamente che cosa sia la fertilità. Molti la confondono con il fertilizzante. Sono due cose molto diverse. Il fertilizzante serve a dare nutrimento alle piante, ma la fertilità è la capacità del terreno di produrre.
Il terreno non è semplicemente un supporto in cui affondano le radici delle piante. È un mondo vivente, perché è costituito da un microcosmo di batteri, funghi, insetti, lombrichi e da una quantità enorme di organismi che vi coabitano. Quando questo equilibrio funziona, la pianta è in salute, ma, quando si guasta, la pianta è sofferente.
Oggi molti terreni sono compatti, difficili da lavorare, trattengono troppa acqua oppure non ne trattengono abbastanza. E soprattutto non si vedono quasi più i lombrichi, che sono indice di un terreno in salute. Gli agricoltori stanno constatando gli effetti di questo impoverimento, perché producono meno e raccolgono prodotti di qualità inferiore.
Una delle cose che cerco spesso di spiegare loro riguarda la funzione dell’anidride carbonica. Se una giornata è luminosa ma non c’è sufficiente ricambio d’aria, le piante consumano rapidamente l’anidride carbonica disponibile attorno alle foglie. Entrano quindi in una condizione che definisco di “stress carbonico”. Hanno luce, acqua e sali minerali, ma gli manca il carbonio necessario alla fotosintesi.
Lei era quasi considerato un folle quando ha intrapreso questa ricerca…
Nel 1972, quando ho incominciato nel settore, non si parlava di micro-biologia agricola. Noi abbiamo cercato di capire quali potevano essere i microrganismi utili alle radici delle piante. Poi, abbiamo cercato di coordinarli in consorzi stabili. E questa è stata la parte difficile della nostra ricerca, perché non basta prendere alcuni batteri e mescolarli.
Oggi, per esempio, sono molte le aziende che producono microrga- nismi in ambienti protetti, che poi vengono distribuiti nei campi. Ma la domanda è: quanti sopravvivono quando sono trasportati da un ambiente ideale, quello in cui sono stati coltivati, a uno reale, che è soggetto a continui sbalzi di temperatura e in cui alberga la grande competizione di altri microrganismi? Dai diciotto mesi ai due anni è il tempo necessario per ottenere un consorzio di microrganismi che sia equilibrato. Bisogna fare in modo che nessun microrganismo prevalga sugli altri e approntare le condizioni che gli permettano di convivere. Soltanto allora possono essere distribuiti nel terreno. Poi sarà la pianta a favorire quelli di cui ha effettivamente bisogno.
In un’epoca in cui si parla molto di sostenibilità, qual è il suo auspicio per l’avvenire dell’agricoltura?
Mi auguro che si sviluppi una vera cultura del suolo. Spesso si parla di ambiente in modo astratto. Io credo che il primo passo sia riconoscere che il terreno è un organismo vivente. Se rispettiamo la vita che vediamo, per esempio, nell’albero che cresce, dovremmo rispettare ancora di più quella che non vediamo, nel terreno attorno alle sue radici.
Molti suoli hanno perso la capacità di trasformare i residui colturali in humus. Cinquant’anni fa la paglia si decomponeva rapidamente. Oggi capita di trovare nel terreno residui di colture vecchie di anni. È il segnale che qualcosa si è interrotto. Quando il terreno è vivo, le piante producono più zuccheri, più sostanza secca, più vitamine, più aromi e più antiossidanti. I frutti si conservano meglio e hanno una qualità superiore. Ma la questione essenziale non è soltanto produrre di più: è produrre meglio.
Il suolo non è un contenitore da sfruttare, ma una comunità vivente. E se questa comunità si ammala, prima o poi se ne producono gli effetti anche su tutto ciò che dipende da essa, compresi noi.