A chi è utile il lavoro dell’artista? La mano dell’artista deve forse seguire i trend del mercato? Chi li stabilisce? Perché l’artista sarebbe afflitto da una qualche malattia mentale? E qual è la funzione del “pazzo”? Ciò che non risponde alla categoria dell’utile non è buono, dunque non vale, e diventa segno di malattia. La malattia è mentale soprattutto quando è in gioco la produzione intellettuale, in un testo o in un’opera. In ciascun caso viene colpita la mano dell’arte e dell’invenzione, la particolarità della mano, il pleonasmo della vita.
Vincent van Gogh è il genio suicida? Il genio pazzo? Questo è il pettegolezzo intorno a Van Gogh: la sua mano sarebbe grave, gravata dalla “sofferenza” della malattia mentale. Ironia della vita: quanto più Van Gogh procede dalla leggerezza – dipingendo i cieli stellati che tanti studenti, e non solo, affiggono come manifesti nei loro alloggi – tanto più la mano dell’arte e dell’invenzione viene presa come il segno di qualcosa che non va e non funziona. Ma gli artisti, come alcuni imprenditori, rilanciano proprio ciò che non va e non funziona. E ne traggono profitto innanzitutto per il proprio itinerario. Per questo, secondo la vulgata, hanno sempre le mani “sporche”.
Nella pittura di Vincent van Gogh le mani lavorano nei campi, per esempio afferrano avide gli strumenti polverosi della campagna, il loro è uno sporco profittevole che non sa dell’idea di purezza. La mano di Vincent van Gogh è presa nell’intensità del lavoro e rimane instancabile, irriducibile.
Vincent trae i suoi tratti dal pleonasmo della vita. Nella lettera fra il 9 e il 14 settembre 1888, scrive alla sorella Willemien: “Mia cara sorella, io credo che attualmente bisogna dipingere gli aspetti ricchi e magnifici della natura, noi abbiamo bisogno di gaiezza e di felicità, di speranza e di amore”. Il commento su Van Gogh non intende nulla dell’idea che opera alla scrittura e alla pittura, e mira al riduzionismo del pleonasmo. A partire dal suo nome, che non si legge alla francese, ma, secondo la pronuncia olandese della c e della t, Vincent van Gogh.
Dell’opera di Van Gogh, dei suoi testi e dei suoi dipinti e disegni, negli ultimi anni trascorsi a Nuenen fino ai periodi di Anversa, Parigi, Arles, Saint Rémy e Auvers, occorreva un’altra lettura, un’analisi che non avesse dinanzi il genio pazzo. L’analisi e la lettura che compie Armando Verdiglione, nel suo libro Vincent van Gogh (Spirali), sono senza l’idea di male: non recano commenti e restituiscono la testimonianza autentica dell’artista. In questo libro noi leggiamo del modo della mano di Vincent van Gogh. La sua particolarità ci questiona e c’invita ad attenerci alla direzione verso la qualità. Van Gogh scrive al fratello Theo: “La vita non è lunga per nessuno e la sola questione è di farne qualcosa”.
Fare qualcosa della vita. In che modo? Significando la vita, iscrivendola nelle categorie del bene o del male, nella beneficenza o nella maleficenza? Il pleonasmo della vita viene tolto, se la vita è significata. La vita, quindi la ricerca e il fare, non sono riducibili. L’anomalia non si appiattisce. Noi possiamo leggere in ciascuna opera, negli elementi del testo delle lettere di Van Gogh che non c’è nulla di quella che Machiavelli chiamava la pazzia del principe: fare ciò che si vuole.
Nei testi e nelle opere di Van Gogh interviene il ritmo della produzione. Non un automaticismo, come potrebbe credere qualche frenologo, bensì l’automazione senza soggetto, l’automazione pragmatica. Facendo, nessuno accetta di divenire soggetto. Facendo, nessuno si assoggetta alla propria idea di sé e dell’Altro. Van Gogh coglie i tratti di quest’automazione, per esempio, quando dipinge contadine e contadini intenti al lavoro nella campagna assolata, avvolta dal giallo limone che sa della festa della vita, in cui il raccolto è sicuro. Come avviene, per esempio, nel dipinto Il trebbiatore. È un’opera del 1889, ispirata ai lavori di Jean-François Millet. Il trebbiatore, Le Batteur, procede nel ritmo dell’automazione propria di chi non ha l’alternativa davanti. È felice? Non è felice? Van Gogh è dinanzi al trebbiatore, ne è questionato. Ed ecco il battitore avvolto dalle onde del giallo del grano che gli zampilla intorno, fra due scale che sembrano procedere dal cielo. Un cielo leggero quello sullo sfondo dell’opera, intriso della tranquillità propria delle cose che si fanno secondo occorrenza.
Verdiglione legge l’opera: “Un ragazzo, in abito verde lievemente azzurrognolo, fasci di grano, le case chiare e il cielo azzurrino sullo sfondo; la partitura è rivoluzionaria e vi indica la direzione e l’orizzonte; voi mancherete la meta ma non mancherete l’approdo”. E Van Gogh non manca l’approdo alla qualità, è sicuro, anche quando le sue opere non si vendono. Vincent van Gogh è il trebbiatore della scrittura della vita. E il raccolto sarà copioso. Per il riduzionismo degli attanti sociali, le opere dell’artista saranno quotate milioni di dollari soltanto alla sua morte.
Perché gli artisti cosiddetti “viven- ti” dovrebbero lavorare in povertà, destinando i loro pasti all’acquisto dei colori per dipingere, così essenziali alla loro opera? Resta il caso di valore Vincent van Gogh, resta quel pleonasmo della vita che è stato bollato come segno di patologia, ieri come oggi. Salvo la morte, utile alla significazione della vita. La morte sarebbe indice del valore della vita? Le opere di chi non si accodava ai salotti dei benpensanti e che in vita non avevano valore hanno quotazioni eccezionali dopo la morte dell’artista. La morte quota il valore? Questo è ancora il razzismo in voga nell’epoca.
Van Gogh non cessa di essere preso nell’automazione delle sue pennellate di colori che ci avvolgono come onde. Con il libro Vincent van Gogh – lungi dall’indagare la presunta malattia di morte, come malattia mentale, o la malattia mortale, come patologia del soggetto – ciascun elemento, nella scrittura delle lettere di Van Gogh e nella pittura dei suoi quadri, entra nel facendo, nel gerundio della mano di Il trebbiatore. E i campi di grano che in giugno si affacciano al finestrino del treno in viaggio non sono più presi nel realismo e restano spaesanti con i loro colori.
Bello anche il dispositivo di Vincent van Gogh con il fratello e la sorella, interlocutori del suo viaggio. Dispositivo di accoglienza, per esempio quando scrive al fratello Theo intorno ai colori che usa per fare un quadro. Lungo il suo progetto e il suo programma, risalta quel che per Van Gogh è assoluto, quel che non è relativizzabile. Van Gogh non si confronta con il chiacchiericcio dei vicini che lo giudicano un po’ strano, non assume lo spettro che prospetta il riduzionismo di chi gli sta intorno, per esempio il suo medico e “l’amico” Paul Gauguin. Rivolgendosi a quest’ultimo, scrive che non si lascia toccare dalle sue critiche. Procede lungo il suo progetto di dipingere, al punto da essere lui stesso a proporre di andare in una struttura psichiatrica, per non gravare sul fratello che ha generosamente ospitato lui e il suo atelier. Nessun familiarismo, nessuna realtà spettra- le soggettiva con il fratello in quanto “famigliare”. È essenziale l’interlocuzione con Theo.
L’opera di Van Gogh e “noi dinanzi”, scrive Verdiglione. Non l’opera dinanzi a noi, ma noi dinanzi. Così avviene, per esempio, quando siamo tratti dalle onde nel cielo di colori dell’opera Campo di grano con cipressi. È un cielo che non risparmia le nuvole e sembra invitarci al gioco, per cui l’immagine non entra nel realismo della gnosi. Il cielo è quasi un cielo- mare, con i toni del verde acqua, del bianco e dell’azzurro delicato. Questo cielo non è alternativo alla terra e ai suoi frutti. Ed ecco mareggiare il campo di grano con il cipresso che sembra avere radici nel cielo. E, noi dinanzi, senza cercare nessuna significazione, siamo convocati dall’opera, invitati a questo banchetto gioioso. Scrive Verdiglione: “L’ondulazione delle cose segue la direzione del viaggio; i due cipressi, gli alberi, i cespugli, le erbe stanno alle onde del verde ora più in- tenso ora più chiaro ora più lieve, fra
il campo di grano giallo limone con venature biondastre e le montagne e il cielo con le loro onde di violaceo, di bianco argento, di verde smeraldo, con vene azzurrognole”.
Vincent van Gogh non va dietro al presunto desiderio dell’Altro, come spesso sono intesi, per esempio, i cosiddetti “bisogni del mercato”, che sono sempre idee di sé rispetto all’Altro ideale. Questo è l’Altro che viene rappresentato nel cosiddetto “mondo dell’arte”, in cui la produzione deve rispondere al canone mercenario, nella credenza che, accodandosi, sia più facile piazzare le opere. Van Gogh non partecipa a questo razzismo, il razzismo del cosiddetto mondo dell’arte. Non cede sul proprio compito, non cede sul sembiante, ciò che Verdiglione chiama condizione del narcisismo della vita. Non cede sulla specificità del proprio itinerario, non cede sul compito di vivere. E ci lascia anche questa lezione: le cose non sono ricon- ducibili al già saputo, al già visto, al già detto e al già fatto. Parlando, scrivendo, dipingendo, le cose viaggiano con noi in ciò che raccontiamo, nel modo del racconto che è particolare a ciascuno, leggère come le pennellate di colore che insistono nelle sue tele.
E, con la lezione di Van Gogh, anche una stanza diventa un mare infinito in cui navigare, come il blu che avvolge le pareti della famosa Camera da letto, la camera di Vincent ad Arles. Le due sedie ci accolgono, ci invitano a viaggiare nell’infinito della stanza, in cui non entra la dicotomia grande/ piccolo. Nella stanza non manca l’essenziale della vita: i mezzi e gli strumenti per il proseguimento, ciascun giorno. Non manca la brocca azzurrina dell’acqua e non mancano i quadri alle pareti: l’essenziale è ciò che resta. E un lettuccio su cui navigare, fra sogno e dimenticanza, ancora e ancora.
Scrive Verdiglione: “Nessuna spazialità, ma l’aria della camera del cosmo, una libertà altra, e voi state dinanzi, ma quasi compendiati nell’opera; altra la gradazione della luce e della piegatura, fra il rosso, il verde chiaro, il bianco argento, il marrone, il violaceo; e ciascun elemento reca la lontananza come virtù della cifratura”.
La lezione di Van Gogh è per ciascuno, è la lezione intessuta dall’umiltà della parola, una lezione che resta e che invita alla gioia.

