Palmieri Spa è un’azienda che da oltre cinquant’anni rappresenta la manifattura italiana nel mondo, in un settore altamente specializzato come quello delle grandi opere sotterranee. Oggi si parla molto di intelligenza artificiale e poco dell’importanza della manifattura. Ma qual è il peso della manifattura italiana?
La cultura della manifattura è ciò di cui oggi ogni fabbrica è carente, soprattutto perché è molto difficile reperire manodopera. Noi, invece, siamo rimasti un’azienda che costruisce macchine speciali di piccole e medie dimensioni, prodotti che richiedono molte ore di progettazione e una solida cultura manifatturiera. Continuiamo a realizzare tutto all’interno delle nostre aziende, affidandoci a subfornitori soltanto per alcuni trattamenti termici. Nei momenti di crisi, questa strategia ci ha consentito di rilanciare, mentre altri perdevano terreno. Oggi si parla poco di manifattura perché l’attenzione è rivolta soprattutto ai grandi fatturati e alle produzioni di massa, mentre il vero patrimonio di un’impresa nasce dalla sua capacità di progettare, costruire e innovare. La produzione di grandi volumi si può spostare ovunque, ma il cosiddetto sapere manifatturiero no.
A proposito di produzioni di massa, la Cina è stata definita la “fabbrica del mondo”. Ma lei in che modo legge questa trasformazione?
La Cina è diventata una potenza industriale perché ha investito ingenti capitali nei migliori macchinari americani ed europei, in particolare tedeschi. Lo Stato partecipa direttamente o indirettamente alla maggior parte delle imprese e ha potuto sostenere investimenti che nessun privato avrebbe potuto affrontare. Nel nostro settore, quello delle macchine per tunnel, alla fine degli anni Novanta operavano in questo mercato venticinque o trenta aziende. Noi vendevamo loro teste di taglio e componenti. Le imprese cinesi acquistavano i nostri prodotti anche per studiarne la tecnologia, perché i nostri prodotti sono tra i migliori al mondo. Oggi di quelle aziende ne sono rimaste soltanto due, ma sono fortissime. È ciò che accadrà in molti altri settori: partiranno in tanti e resteranno in pochi, ma saranno molto competitivi. Eppure continuano ancora oggi a chiederci innovazione e nuove idee. Comprano tecnologia ovunque la trovano, ma l’italianità conserva un valore particolare. Per loro siamo il Paese dell’arte, della creatività e dell’ingegno.
Lei ha definito ogni impresa manifatturiera italiana una “fabbrica d’arte”. Qual è l’avvenire della nostra manifattura?
Ciascuna azienda italiana è una fabbrica d’arte perché progetta continuamente innovazione, migliora ciò che ha già realizzato e costruisce i propri prodotti secondo le esigenze del committente. È lo stesso approccio con cui, nel Cinquecento, nascevano le opere delle botteghe rinascimentali: ogni lavoro era unico. Questa capacità appartiene alla nostra cultura. Il problema, oggi, è che molti giovani sono attratti dall’ideologia del denaro e da modelli che non favoriscono la formazione di competenze. Io dico sempre ai giovani di ragionare con la propria testa, di non lasciarsi trascinare da chi promette scorciatoie. Si raggiungono grandi risultati lavorando e sviluppando il proprio talento. Anche il mondo dell’università, troppo spesso, finisce per pubblicizzare la mentalità della finanza invece di quella della manifattura, mentre sarebbe necessario insegnare come si produce valore attraverso il lavoro, l’innovazione e l’acquisizione di competenze.
Quali sono oggi le prospettive di Palmieri Spa?
Noi continuiamo a scegliere soltanto i progetti nei quali possiamo esprimere al massimo la nostra ingegneria innovativa. Oggi lavoriamo soprattutto nel settore dei tunnel, delle pipeline, dei cavi energetici e delle telecomu- nicazioni, compresi i grandi collegamenti sottomarini. È in corso una vera rinascita della cablatura mondiale e questo apre prospettive importanti. Recentemente abbiamo consegnato una testa di taglio di dieci metri di diametro e duecento tonnellate complessive di peso, destinata ai lavori ferroviari della variante di Cefalù.
Le nicchie rappresentano il vero bu- siness delle piccole imprese italiane: la concorrenza è minore e non occorre una grande quantità di manodopera, ma macchinari innovativi, intelligenza e capacità progettuale. Il concorrente cinese dispone di mezzi enormi e lavora senza sosta, ma è più lento nell’arrivare all’innovazione. La vera arte italiana sta nella rapidità con cui sappiamo immaginare e realizzare ciò che ancora non è stato inventato.