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CON LA CULTURA SI GIOCA LA PARTITA DELL’EUROPA CONTRO I POPULISMI E I FONDAMENTALISMI IMPERANTI

presidente del maglificio Della Rovere, Longastrino (FE), vice presidente nazionale di Piccola Industria Confindustria

In qualità di vice presidente nazionale di Piccola Industria Confindustria, può dirci quali sono gli effetti dei fermenti in atto negli scenari geopolitici odierni?

Per intendere che cosa stia accadendo veramente nel pianeta non bisogna partire tanto dalle notizie riportate dai media, quanto dalla storia e da un’analisi che tenga conto della cultura dei paesi interessati dagli enormi sconvolgimenti attuali. Proviamo a leggere, per esempio, due dei quattro libri che si contendono l’Aquila d’Oro 2025 del Premio Estense e che sono stati selezionati fra ben ottanta volumi candidati: Volga Blues. Viaggio nel cuore della Russia di Marzio G. Mian e Gaza. Odio e amore per Israele di Gad Lerner. Entrambi ci restituiscono un ritratto inedito, dall’interno, di popoli che stanno tornando alle origini della loro cultura, a un radicalismo autarchico, religioso e identitario che rischia di cancellare ogni traccia delle conquiste democratiche che le nazioni moderne avevano ottenuto già con la Magna Charta, con il Rinascimento e con l’Illuminismo. E per cultura democratica non intendo soltanto l’istituzione del parlamento, ma la divisione dei poteri e tutto ciò che garantisce uno Stato di diritto basato sulla costituzione, anziché su un potere assoluto.

Gad Lerner si misura con il fanatismo identitario che ha contagiato i due popoli in guerra a Gaza, israeliani e palestinesi. Da ebreo per il quale
Israele ha significato salvezza, deve fare i conti con l’esclusivismo e il tribalismo della destra sionista. E racconta delle spaccature della società
israeliana, il rinchiudersi in se stesse delle comunità ebraiche della diaspora. Nella patria di una diaspora laica e cosmopolita, la deriva identitaria si manifesta nel rafforzamento di un potere confessionale, che marginalizza il pluralismo e mina i fondamenti dello Stato di diritto. La religione, da questione culturale, diventa cemento politico, strumento di legittimazione di un potere che non accetta più di essere controbilanciato da corti, parlamenti e minoranze.

Ma il fenomeno non è isolato. Anche in Russia assistiamo a una sacralizzazione del potere, a una rilettura della storia nazionale in chiave mistico-identitaria, come emerge dal libro di Mian, il giornalista che ha percorso in quattro settimane i seimila chilometri che si estendono lungo le sponde del Volga, dove si è radicata la fede ortodossa dopo il crollo di Costantinopoli, è sorto l’impero zarista, si è affermato quello sovietico, con la battaglia di Stalingrado e l’industrializzazione forzata di Stalin, e si è consolidato il progetto neo-imperiale dell’autocrazia post-sovietica di Vladimir Putin. Mian svela l’“altro fronte” del feroce scontro in atto con l’Occidente, il fronte di un popolo fatto di molte nazioni e tenuto insieme dal brutale, fragile e antico sogno di una civiltà imperiale.

Giustamente l’Autore nota che Marx, Lenin e Bakunin (quindi i padri del comunismo) vengono condannati, così come Krusciov (il riformatore), mentre viene esaltato Stalin, il più radicale e fondamentali sta, non nel senso marxista di fautore della rivoluzione con una funzione messianica di liberazione dei proletari di tutto il mondo, ma nel senso di nuovo imperatore russo, che deve imporre un pensiero unico radicale. Stalin è rimasto nella memoria collettiva non come ideologo, ma come figura “forte”, “rispettata”, incarnazione di un potere verticale e ineluttabile.

Il viaggio lungo il Volga ci consente di capire l’attuale ritorno della Russia all’origine, a un principio nazionalista. E ci fa intendere che non siamo più dinanzi a un’opposizione fra due blocchi ideologici, com’è avvenuto fino alla Guerra Fredda – il socialismo da una parte e il liberalismo dall’altra –, oggi lo scenario è completamente cambiato e la deriva identitaria e protezionistica ha investito anche gli Stati Uniti.

Allora, cerchiamo di capire perché anche l’America si sta radicalizzando. Gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza economica soltanto dopo la seconda guerra mondiale, prima il controllo del mondo era in mano all’Inghilterra e alle sue navi. Nel dopoguerra, il loro modello capitalistico è divenuto vincente, ma doveva confrontarsi con l’Unione Sovietica, che aveva un’economia pari a quella del Triveneto, ma una
forza militare, scientifica e tecnologica (soprattutto nella tecnologia mineraria e estrattiva, considerando che le materie prime hanno sempre
rappresentato il 70% del bilancio dello Stato) di grande livello. Quando però si è esaurita la spinta propulsiva della vocazione socialista degli
operai – fortemente animati dalla conquista delle libertà individuali grazie al riscatto dalla condizione di schiavitù imposta dall’impero russo – l’Unione Sovietica non è stata più in grado di mantenere quel livello, quindi il modello americano ha vinto. E ha vinto con le armi del libero
mercato: attraverso gli scambi economici, si è affermato in maniera intelligente, portando benessere, mercato e, quindi, libertà. Nello stesso tempo accresceva la sua sfera d’influenza e controllava i principali distretti del traffico commerciale attraverso la flotta navale più grande del mondo.

Che cosa è cambiato negli ultimi anni? È entrato in scena un attore che cresce a ritmo sbalorditivo: la Cina. I cinesi non hanno mai dichiarato
guerra a nessun paese, anzi, hanno subito invasioni da diversi popoli fra cui i mongoli, i giapponesi, i coreani e gli indiani. Tuttavia, la Cina ha usato la stessa arma degli Stati Uniti per farsi strada nel mondo: l’economia. Per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti hanno trovato un competitor veramente grande, che non rimane nelle nicchie di mercato come facciamo noi italiani con i prodotti alimentari e la moda o come fanno i tedeschi con le automobili, la Cina è la fabbrica del mondo, s’impadronisce delle materie prime e riesce a stabilire alleanze con l’Africa in maniera intelligente, pragmatica, come nessun paese europeo era riuscito a fare.

In questo modo, si è insinuata nelle stesse arterie degli Stati Uniti. Sta qui il problema. Ecco perché Trump ha cambiato paradigma d’intervento: i confini da cui proteggersi non sono più quelli attorno ai paesi della Nato, ma quelli della minaccia cinese. Ed ecco la sua scelta radicale verso i suoi alleati, che sta trattando peggio dei suoi nemici: perché dovrebbe continuare a sostenerli se – dopo averli liberati dai nazisti, averli fatti crescere con il Piano Marshall, averne agevolato l’esportazione con una bilancia dei pagamenti sproporzionata – vogliono comprare il gas dalla Russia e il 5G dalla Huawei? Con la Cina Trump si è messo d’accordo in un secondo, perché la negoziazione era tra due potenziali concorrenti che devono collaborare e coesistere. Quelli con cui la trattativa è più complessa sono i paesi amici, per questo sta tirando le briglie, li mette alle strette perché decidano da che parte stare. Non possono usufruire dei vantaggi della difesa statunitense e di un immenso mercato come quello americano e poi essere amici dei russi e dei cinesi.

Questo è il messaggio che sta dando Trump con la guerra dei dazi. Per questo noi non dobbiamo rispondere con i controdazi, perché le guerre intelligenti non sono mai simmetriche. Lui mette i dazi? Sta tassando i suoi cittadini. I dazi sono un problema per le nostre imprese? Sì, ma se lui sta tassando i suoi cittadini, non vedo perché noi dobbiamo tassare i nostri. Piuttosto agevoliamo le imprese, per esempio, aumentando del triplo il credito d’imposta, portando l’Ires a zero e facendo tutto ciò che occorre per rendere le nostre imprese più competitive. Inoltre, andiamo a colpirlo nei punti che gli interessano di più: ventiliamo l’ipotesi che il 5% della spesa pubblica destinato alla difesa dai paesi Nato non sia riempito con armi americane e, infine, incominciamo a pretendere che i giganti del web paghino le tasse sugli utili che producono nel nostro paese.

Ma quali sono le leve principali per evitare che le PMI soccombano all’aumento dei prezzi dei nostri prodotti sul mercato americano?

Trump pensa che i dazi danneggino gli altri, invece andranno a scapito soprattutto del suo mercato interno: sarà un drenaggio di soldi dalla gente, anche da quelli che lo hanno votato, forse è il suo modo per cercare di risolvere il problema del debito pubblico. Trump non è influenzato da ciò che diciamo noi, ma dai suoi comandanti: il NYSE (New York Stock Exchange), il debito pubblico e l’inflazione. I prezzi si alzeranno molto negli Stati Uniti, perché il pro duttore americano, nel momento in cui il prezzo di un’auto d’importazione sale del 30%, aumenta anche quello di produzione interna: il mercato è mercato.

C’è chi dice che i consumatori di fascia alta nel mondo possono permettersi di pagare un surplus di prezzo del 30 e addirittura del 50% su prodotti esclusivi come quelli del made in Italy, quindi non è improbabile che nella fascia alta di mercato noi manterremo le posizioni. Però è chiaro che chi esporta una commodity, come un olio di soia o un macchinario, deve fare i conti con la concorrenza basata sul prezzo, quindi soprattutto con le multinazionali, che si salvano sempre perché presidiano il mercato in ciascun paese in cui hanno una filiale, mentre la piccola impresa non ha la capacità finanziaria per radicarsi in territori differenti dal proprio.

Allora, è qui che deve intervenire la politica industriale, innanzitutto mettendo mano al problema dell’energia. Non dimentichiamo che Enrico Mattei ha perso la vita costruendo la sua rete di indipendenza energetica, mettendosi contro le Sette sorelle dell’epoca. Ma la più grande idiozia della nostra politica è stata quella di rinunciare al nucleare, pur avendo un primato assoluto nella storia della ricerca in questo campo a partire da Enrico Fermi. Quindi dobbiamo assolutamente tornare al nucleare, che oggi è molto più sicuro di altre fonti energetiche.

L’Italia può e deve giocare un ruolo chiave, valorizzando le proprie radici, non quelle etniche o confessionali, ma quelle culturali e produttive. Il nostro paese non ha materie prime e terre rare, non ha massa critica industriale, ma ha una cosa che pochi altri hanno: la cultura come infrastruttura economica – arte, design, ingegno, manifattura, innovazione – dove si gioca la nostra partita.

Il mondo si sta dividendo tra chi scommette ancora nella modernità e chi ripiega sulla tribù, sulla religione, sulla chiusura identitaria. È la sfida tra diritto e autarchia, cittadinanza e sudditanza. Noi possiamo vincerla solo rilanciando la cultura italiana ed europea come progetto civile. Dobbiamo tornare a investire in bellezza, arte, educazione, industria culturale. Dobbiamo smettere di svilire la nostra lingua, la nostra estetica, la nostra storia. L’Europa può ancora essere guida, ma solo se rilancia il proprio patrimonio intellettuale, non in senso imperialista, ma civile.

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