Pubblichiamo in questo numero una seconda anticipazione del libro che Giovanni Arletti sta scrivendo per dare testimonianza del suo itinerario nell’impresa e del suo impegno nella società civile. Proseguiamo il racconto dal periodo precedente alla sua uscita da Safa – una delle aziende leader nel settore degli imballaggi all’epoca – per cercare di capire quali strategie aveva adottato come amministratore delegato per ottenere risultati così rilevanti.
Negli anni novanta in Safa avevamo iniziato ad affiancare alla produzione manifatturiera un’attività di servizio, cosa che allora praticamente non esisteva. Si cominciava a parlare di servizi di outsourcing, ovvero dell’esigenza di affidare tutto ciò che non era strategico ad aziende esterne specializzate.
In quel periodo avviai uno studio con alcuni consulenti di Torino e da quell’analisi capii che cosa potevamo offrire noi, oltre all’imballaggio. La risposta era abbastanza naturale: il prodotto finito non aveva bisogno soltanto dell’imballo, doveva anche essere preparato e confezionato per la spedizione. Per fare questo occorrevano competenze specifiche che il produttore normalmente non possedeva: occorreva conoscere le destinazioni dei prodotti, i climi che avrebbero incontrato, i problemi di ossidazione, le condizioni del trasporto via mare o via aerea, gli aspetti della sicurezza e altri che non rientravano nell’ambito dell’attività principale del cliente e che invece noi dovevamo acquisire se volevamo intraprendere quella strada. Così, abbiamo deciso di proporre alle aziende un servizio completo, ed è stato un successo. L’attività è cresciuta molto rapidamente e nel 1999 Safa era diventata un’azienda di riferimento in Italia. Eravamo circa centotrenta persone e avevamo già iniziato a svolgere attività direttamente presso i clienti. Successivamente, con Chimar, abbiamo sviluppato ulteriormente questo modello. Il cliente ci metteva a disposizione un’area dello stabilimento e noi lavoravamo lì: prendevamo in carico il macchinario appena costruito, lo confezionavamo e lo preparavamo per la spedizione. Per noi era una responsabilità enorme, perché avevamo tra le mani il bene più prezioso del cliente: il suo prodotto. Era un lavoro che richiedeva grande cura: dovevamo prestare la massima attenzione ai sistemi di fissaggio, alla protezione dalle ossidazioni durante il trasporto e usare tutti gli accorgimenti per evitare che si verificasse qualsiasi danno.
Intanto cresceva anche il mio impegno associativo. In quegli anni ero presidente della Piccola Industria di Confindustria Modena, facevo parte del consiglio regionale a Bologna e, per due anni, anche del consiglio cen- trale a Roma. Nel 1998 partecipai con una delegazione di Confindustria alla prima fiera italiana organizzata a Pe- chino. Proprio in quel periodo stava terminando il mandato del presiden- te di Confindustria Modena, Alberto Mantovani, e fu chiesto all’avvocato Luca Cordero di Montezemolo, allora presidente della Ferrari, se fosse disponibile a candidarsi. Un giorno ricevetti una telefonata dalla sua se- greteria che mi invitava a Maranello. Io conoscevo Montezemolo attraver- so i giornali, ma non ero mai stato in Ferrari. Alla portineria sapevano che mi aspettava e mi accompagnarono al terzo piano, nel suo ufficio. Dopo poco arrivò l’avvocato. Mi strinse la mano e m’invitò a darci subito del tu. Era una persona molto cordiale. Mi fece moltissime domande su di me e poi mi spiegò il motivo dell’incontro: voleva conoscere il mio parere sulla sua candidatura alla presidenza degli Industriali di Modena e poi mi chiese se fossi interessato a entrare nella sua squadra. Io ero già molto impegnato con l’azienda e con la presidenza della Piccola Industria e non cercavo altri incarichi. Ricordo però una cosa che mi colpì molto: durante tutto l’incontro non arrivò una telefonata e nessuno entrò a interromperci. Ebbi davvero la sensazione che, in quel momento, per lui la persona più importante fos- si io. È stata una lezione che non ho più dimenticato: quando sei con una persona, devi farle sentire che in quel momento c’è solo lei.
Alla fine ci alzammo per salutarci, gli diedi la mano e lui me la trattenne per un po’, mentre io ero in un grande imbarazzo. Mi guardò negli occhi e mi disse: “Ti voglio con me in squadra”.
Gli risposi: “Non so neanche cosa voglia dire”. Allora mi spiegò i progetti che aveva in mente e capii che quella poteva essere un’occasione importante per crescere come imprenditore, per conoscere persone che mi avrebbero insegnato cose che io ancora non sapevo. Così accettai. Quando divenne presidente entrai nel Consiglio e rimasi con lui per sei anni. Sono stati anni molto interessanti.
Nello stesso periodo facevo parte anche del consiglio di ADACI, l’Associazione Italiana Acquisti e Supply Management. Alcune persone che avevo conosciuto nel mio lavoro mi proposero di iscrivermi, e accettai. Pen- savo che sarebbe stata un’opportunità per conoscere meglio gli interlocutori con cui lavoravo quotidianamente, ma poi nacquero anche grandi amicizie, che proseguono tuttora. Molti erano dirigenti di grandi aziende di Bologna e di altre città italiane. Avevano una cultura manageriale molto ampia e io cercavo di acquisire la loro sensibilità, la loro capacità di aspettare i tempi giusti per intervenire in una conversazione e di comunicare con maggiore attenzione.
Proprio in quel periodo di grande impegno istituzionale arriva la svolta inattesa: tutta quella attività associativa mi aveva dato notevole visibilità. In Safa avevo un socio che possedeva il 75% della società e capiva che la mia visibilità stava diventando superiore alla sua. Questo creò una tensione tale che, come ho raccontato nel numero precedente, portò alla mia estromissione dall’azienda come dirigente. Il giorno in cui mi arrivò la raccomandata che comunicava il mio licenziamento mi sono trovato, di colpo, a casa. Non c’ero abituato e ho vissuto un momento di vero smarrimento. Mi sentivo perso, quasi come uno scarto. Prima ero convinto di fare qualcosa di importante, di utile, e improvvisamente sembrava che tutto quello che avevo costruito non servisse più a nulla. Forse a volte ci convinciamo di essere più necessari di quanto in realtà siamo. Quella esperienza però mi ha fatto capire anche tante cose. Ricordo che per qualche notte mi sono svegliato all’improvviso e sono dovuto uscire per andare a prendere una boccata d’aria. Sentivo una profonda frustrazione, un senso di inutilità. Era come se qualcuno mi avesse detto: “Tu non vali niente, non sei nessuno”. In qualche modo è come uccidere la personalità di un individuo, è come se venisse annullato tutto il valore che ha costruito negli anni, come se tutto ciò che ha fatto non valesse più niente. È un percorso che fa riflettere molto, ti insegna quanto sia importante rispettare le persone e rispettare anche chi lavora con te. Per questo, prima di dire a qualcuno che non serve più, bisogna chiedersi se esista un modo diverso per valorizzarlo. Di recente, in un’azienda a Bologna, c’era una signora che non riusciva a svolgere bene il suo lavoro. L’abbiamo chiamata e abbiamo cercato insieme un’altra posizione per evitare il licenziamento. Parlare con le persone, trovare un accordo, anche quando sembra una perdita di tempo, alla fine premia, soprattutto perché i collaboratori capiscono che l’azienda ha attenzione per loro e ciascuno si sente anche protetto.
All’inizio il licenziamento per me è stato un evento molto pesante, tuttavia, ho avuto una grande fortuna, quella di avere accanto mia moglie. È stata fondamentale in tutto quel percorso, così come lo è stata la mia famiglia.
Devo aggiungere però una cosa che non ho mai dimenticato. La mattina successiva alla raccomandata ricevet- ti una telefonata di Luca Cordero di Montezemolo. Era già stato informato della vicenda, anche perché ne avevo parlato con il direttore di Confindu- stria e la notizia era finita sui giornali. Essendo abbastanza conosciuto, un licenziamento così improvviso lasciava immaginare chissà quali responsabilità. Dopo che gli spiegai come erano andate realmente le cose, mi disse: “Io sono con te. Di qualunque cosa tu abbia bisogno, io ci sono”. Anche quella è stata una bella lezione di vita: quando una persona attraversa un momento difficile, spesso si tende a isolarla, invece, è proprio allora che bisogna farle sentire la propria vicinanza. Da quel momento, quando so che un amico ha un problema, cerco subito di telefonargli o di andare a trovarlo, perché è proprio quello il momento in cui una persona ha bisogno di sentire che non è sola.
Credo che sia stato grazie alla mia famiglia e a tutte le persone che mi hanno dimostrato la loro vicinanza se sono riuscito a reagire rapidamente e a dirmi: “Voltiamo pagina. Questa avventura è finita, adesso devo intraprendere qualcos’altro”.
Così è nata l’idea di ripartire. Mio figlio Marco aveva appena terminato il servizio civile, quindi era libero. Ci siamo chiesti che cosa avremmo potuto fare insieme. Io conoscevo praticamente tutti i clienti del settore e loro conoscevano me, quindi decidemmo di avviare la nostra attività. Nel frattempo avevo già pensato al nome: Chimar, unendo i nomi dei nostri due figli, Chiara e Marco. Il 13 gennaio 2000 registrammo la nuova società e ripartimmo dagli imballaggi. Abbiamo iniziato a Campogalliano, in viale Europa. Successivamente ci siamo trasferiti in via Ferrari, di fronte all’autostrada, e poi, nel 2007, siamo arrivati nella sede attuale.
Dal 31 luglio 1999, il giorno della famosa raccomandata, alla fine dell’anno eravamo già pronti per ripartire. Poco dopo acquistammo anche una piccola azienda artigiana di Carpi, la Incas Fai. Anche questo ci diede una spinta importante. Era un’impresa con una lunga storia, nata nel 1967, una di quelle realtà artigiane dove lavorava ancora il proprietario e si costruivano cassettine e piccoli imballaggi destinati alle aziende della zona industriale. I due soci sono rimasti con noi per molti anni e, chiaramente, si sono avvantaggiati dell’organizzazione e della cultura di una realtà strutturata che avevo ereditato dalle esperienze precedenti: sistemi informatici, disegni tecnici, strumenti di progettazione. Poi, man mano che crescevamo, iniziarono ad arrivare anche collaboratori che avevano lavorato con me in Safa. Quando seppero che ero ripartito vennero spontaneamente a chiedermi di entrare in Chimar, perché si erano trovati bene. Anche in Safa avevo sempre cercato di dare molta attenzione al rispetto delle persone e alla loro crescita. Inoltre erano collaboratori già preparati e questo ci consentiva di inserirli immediatamente. Per me è stata una grande soddisfazio
