Sono molto felice e onorata dell’invito che i soci di TEC Eurolab mi hanno rivolto a introdurre il convegno che celebra i suoi primi trentacinque anni.
Tec Eurolab è il laboratorio di testing dei materiali più importante d’Italia e, se ha raggiunto questa dimensione, è in virtù della scommessa dei soci di mantenere costante l’investimento nella loro missione: portare nella regione, e poi man mano nell’intero paese, l’innovazione nell’ambito del servizio offerto, divenendo partner, anziché semplici fornitori, delle industrie clienti.
Vincenzo Colla, a proposito del contrasto alla fuga di talenti, diceva che l’Emilia-Romagna ha approvato la prima legge regionale in Italia per attrarli e trattenerli. E aggiungeva: “I giovani non cercano solo stipendi, ma percorsi. Vogliono qualità della vita, cultura, bellezza. Vogliono lavorare in aziende di reputazione, che sappiano valorizzarli, inserirli in un contesto culturale e tecnologico di eccellenza. TEC Eurolab è esattamente questo: un luogo dove si può costruire il proprio futuro, trovare un lavoro di qualità in un ecosistema che coniuga innovazione e umanesimo”.
Ma divenire terreno fertile per le esigenze di crescita dei talenti non è automatico né scontato: è frutto dei dispositivi della parola che sono stati instaurati nell’azienda e che hanno alimentato un tessuto culturale e tecnico che pone sfide incessanti in direzione del valore assoluto. La curiosità intellettuale, la ricerca e l’inquietudine costituiscono l’humus sul quale si sono incontrati ciascuna volta i soci, i collaboratori, i clienti, i fornitori e le nuove generazioni delle famiglie imprenditoriali che stanno proseguendo la missione dell’azienda. E la domanda di qualità è sempre stata alla base dell’incontro, senza alcuna concessione agli stereotipi e ai luoghi comuni dell’epoca che, di volta in volta, proponevano slogan per la salvezza dell’impresa, proprio mentre erano contro il viaggio dell’impresa nel suo gerundio, contro la realtà pragmatica che procede dall’apertura, secondo la particolarità, non per via di standard.
Fin dalla prima volta in cui ho incontrato Paolo Moscatti, nel 2002, ho avvertito un’esigenza di qualità che dissipava qualsiasi logica mercenaria, perché la sua era una domanda che veniva da lontano e andava lontano: “Come far sì che il cervello dell’impresa non rimanga prerogativa dell’imprenditore o del manager, ma coinvolga ciascun collaboratore?”. È una domanda che ancora si sta ponendo. Sta qui la bellezza di Tec Eurolab, nel fatto che il suo presidente e, con lui, i figli, Marco e Luca, e i manager si stanno ponendo ciascun giorno questa domanda, perché è essenziale che l’imprenditore sia interlocutore dei collaboratori, ma anche che i collaboratori siano suoi interlocutori. Ecco perché fra le varie generazioni (genitori e figli, ma anche maestranze e giovani collaboratori) non si tratta mai di “passaggio”, perché ciascuno interviene nel dispositivo della parola dan[1]do il proprio contributo alla riuscita delle cose che si fanno secondo l’occorrenza. Il passaggio presupporrebbe la trasmissione di un sapere o di un metodo lungo un percorso lineare, una consegna del testimone secondo una logica di alternanza e di discendenza. Mai come oggi constatiamo invece che l’insegnamento avviene in uno scambio non ingessato dal rispetto delle gerarchie, non solo perché i giovani insegnano agli anziani le nuove tecnologie, così come gli anziani insegnano loro ciò che fa parte della propria esperienza, ma anche perché l’insegnamento avviene facendo, lavorando in team, discutendo, cercando e interrogandosi, in ciascuna conversazione. E la domanda di qualità, così come l’investimento di ciascuno, non viene mai meno. Questo è il terreno che alimenta il talento in TEC Eurolab e in ciascuna azienda che non considera l’intellettualità, la cultura e l’arte accessorie, ma costitutive della struttura stessa dell’impresa.
Se il Rinascimento è stato fucina di grandi artisti, scrittori, scienziati, banchieri e imprenditori è proprio perché non c’era separazione fra la mano e il cervello, e nella bottega c’era integrazione fra arte, cultura, scienza e finanza, senza il purismo che ha caratterizzato i secoli successivi, introducendo il tabù del profitto fino alla lotta contro il capitale, di cui oggi constatiamo gli epiloghi disastrosi nella fuga dal lavo[1]ro. Se vogliamo che i cervelli rimangano in Italia, dobbiamo accogliere e rilanciare il messaggio del Rinascimento. È ciò che sta facendo TEC Eurolab, e per questo, in un periodo di grande difficoltà nel reperimento di lavoratori in tutti i settori, ha la fila di giovani super qualificati che aspirano a far parte dell’organizzazione. Non solo, come raccontano alcuni collaboratori in questo convegno, l’impresa sta di[1]venendo anche culla di nuova imprenditorialità, proprio come indica l’articolo 46 della Costituzione, che sancisce il 34 diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, contribuendo così a un differente incontro fra capitale e lavoro, lungo il sogno rinascimentale di una società senza salariati e senza assistiti, che ha contraddistinto da sempre TEC Eurolab (e adesso Sideius, la costellazione che ha contribuito a far nascere), accanto alle sue virtù: curiosità intellettuale, generosità, umiltà e indulgenza.
L’articolo di Anna Spadafora è tratto dal convegno Raccontare l’impresa. Costruire il futuro, in occasione dei
35 anni di TEC Eurolab (Palazzo Ducale, Modena, 10 giugno 2025).


