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LEGGERE UN LIBRO: UN ATTO DI LIBERTÀ

presidente del maglificio Della Rovere, Longastrino (FE), vice presidente nazionale di Piccola Industria Confindustria

Questo numero della rivista è dedicato alla questione del privato, che ha implicazioni anche rispetto al tema della privacy nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale, in cui i dati dei cittadini possono essere tracciati a scopi commerciali. In che modo questo può portare alla standardizzazione e all’omologazione degli individui e delle società?

All’inizio del Novecento, l’umanità ha vissuto una trasformazione epocale: si è lasciata alle spalle una società basata sulla rendita agraria, in cui pochi possedevano la terra e molti la lavoravano, e ha avviato l’era dell’industria moderna. Con Ford e la catena di montaggio, il prodotto artigianale – riservato ai pochi latifondisti – è diventato bene di largo consumo. È stata una rivoluzione non solo economica, ma anche sociale e politica: è nata una classe media che prima non esisteva, costituita da operai e impiegati che potevano finalmente permettersi ciò che producevano.

L’industria, abbattendo i costi e democratizzando l’accesso ai beni, ha creato una nuova società: la società dei consumi. E con essa un nuovo individuo, più libero e più curioso, che scommetteva nella crescita personale, nella cultura, nell’opportunità di miglioramento. L’ascesa sociale diventava possibile, e per la prima volta la ricchezza non era più ereditaria, ma frutto di un percorso. Nasceva così una democrazia economica che educava alla libertà, al lavoro, al merito.

Un secolo dopo, un’altra rivoluzione cambia il mondo, ma in modo molto meno visibile. È quella che Shoshana Zuboff ha chiamato “capitalismo della sorveglianza”: un sistema nato quasi per caso, come effetto collaterale dell’avvento dei motori di ricerca. Alla fine degli anni novanta, Google e gli altri colossi del web nascono con un intento apparentemente nobile: rendere l’informazione accessibile a tutti, collegare i siti del mondo, costruire una rete di conoscenza globale. Per migliorare l’esperienza degli utenti, iniziano a raccogliere dati, non per venderli, ma per rendere la ricerca delle informazioni più efficace. All’inizio quei dati non valgono nulla e vengono eliminati. Poi qualcuno, all’interno di Google, si accorge che quei frammenti contengono un tesoro: raccontano i comportamenti, le abitudini e le tendenze delle persone.

Nel 2003, Google brevetta gli algoritmi che consentono di classificare l’utente e la sua esperienza. Da quel momento non si tracciano più i siti,
ma le persone. È il punto di svolta: il valore non è più nel prodotto, ma nel comportamento umano.

Mentre scoppia la bolla delle dot com, Google inventa AdWords, un sistema che misura quanto vale una parola, una ricerca, un’intenzione.
Se produci panettoni, Google non ti vende l’utente, ma ti dice quando e come quella parola viene cercata. Ti insegna a conoscere il tuo consumatore, ma il consumatore resta suo. È un cambio radicale di paradigma, in cui il valore del mercato coincide con il valore del comportamento umano. E chi controlla quei comportamenti diventa il nuovo padrone dell’economia globale.

A quel punto la politica inizia a preoccuparsi: può una sola azienda detenere il controllo dei comportamenti di miliardi di persone? Ma, due anni prima, con l’11 settembre, era arrivata una nuova alleanza tra lo Stato e le grandi piattaforme digitali. Le agenzie di intelligence si erano rese conto che avevano bisogno di strumenti per prevedere i comportamenti e prevenire gli atti terroristici, e i giganti del web glieli avevano offerti. Da quel momento, la raccolta dei dati era diventata non solo accettata, ma indispensabile.

Così, il confine tra sicurezza e controllo svanisce: il dato, che all’inizio era un sottoprodotto tecnico, diventa la materia prima più preziosa del secolo, più del petrolio, dell’acciaio e dell’oro. Nasce da qui il capitalismo della sorveglianza, fondato su un paradosso: le persone, convinte di ottenere servizi gratuiti, in realtà cedono, più o meno inconsapevolmente, la propria esperienza e rinunciano alla propria privacy, se non alla propria libertà. E su quella massa di informazioni nasce l’intelligenza artificiale, che impara proprio da noi, dai nostri gesti e dalle nostre scelte. L’IA non è un’entità autonoma, è lo specchio del comportamento umano, addestrato per riconoscerci, anticiparci, prevederci.

È una gigantesca palestra di modelli cognitivi costruiti sulle nostre abitudini. È una rivoluzione paragonabile, per portata, a quella industriale
manifatturiera. Allora i latifondisti non capirono la minaccia che arrivava dalle fabbriche di Ford; oggi, molti non comprendono la potenza del dominio digitale. Le prime dieci aziende del mondo non producono più automobili o petrolio, ma software e dati. Solo Apple conserva ancora una parte di hardware; le altre sono pura intangibilità. E questo dominio dell’immateriale si è tradotto in potere geopolitico: la Cina ha i suoi motori di ricerca, la Russia ha Yandex, l’Europa niente. Non avere sviluppato un proprio sistema digitale significa aver mancato la quarta (o quinta) rivoluzione. Abbiamo consegnato agli altri i nostri gusti, le nostre abitudini, gli altri sanno tutto di noi: cosa cerchiamo, cosa mangiamo, quando partiamo per le vacanze.

Il risultato è una società globale standardizzata, dove i prodotti si assomigliano e la qualità del prodotto tipico viene penalizzata. È un sistema
che colpisce la cultura, la biodiversità, l’espressione dei territori. Internet, che doveva essere il tempio della libertà individuale, si è trasformato nel più efficiente strumento di controllo di massa della storia.

Negli anni ottanta avevamo scommesso in un’esaltazione dei valori individuali. Era l’epoca dell’edonismo, della libertà personale, del “ciascuno per sé”. Ma quando l’individualismo non è sostenuto da una cultura forte, diventa isolamento e, in mancanza di una comunità vera, l’individuo cerca rifugio in nuove appartenenze, spesso fanatiche, che non nascono da un ideale, ma da un bisogno di riconoscimento. È la società che viviamo oggi: microparcellizzata, frammentata, diseguale, in cui pochissimi si arricchiscono oltre misura, mentre gli altri sono considerati polli d’allevamento. Il controllo dei comportamenti, nato per ragioni di sicurezza, diventa una forma di potere accettata, quasi auspicata. Ma ogni sistema che si spinge troppo in là prima o poi si ribalta. E, come sempre nella storia, l’uomo trova un modo per reagire. Forse i segnali di questo cambiamento si vedono già: i giornali perdono lettori, ma la vendita di libri torna a crescere. Perché il libro concede il tempo di pensare, di fermarsi, di approfondire. È una piccola resistenza al bombardamento delle notizie che si ripetono identiche ogni giorno. Leggere un libro significa scegliere un percorso, darsi un ritmo, costruire un pensiero. Non è un gesto nostalgico, ma un atto di libertà. Questo indica che l’uomo, anche nell’era del controllo, conserva il desiderio di capire, di compiere un’esperienza di ricerca indipendente.

A proposito di libri, quest’anno si è concluso il suo mandato come presidente della Fondazione Premio Estense. Quali sono state le innovazioni che ha introdotto in questi sei anni?

Le trasformazioni sono state enormi da tanti punti di vista: la prima è stata quella di ripulire il palco dalla festa di provincia, organizzata per “omaggiare il re in visita”: prima era un evento ferrarese, durava tre ore, con tanto di bambini, musica e danze, mentre i giornalisti si affacciavano soltanto per ritirare il premio. E ogni anno c’era chi proponeva la novità del momento. Io, invece, ho portato i tempi a un’ora e mezzo e i giornalisti della giuria tecnica sempre sullo sfondo del palco durante i dibattiti intorno a ciascun libro della quartina finalista, perché è la giuria tecnica a dare spessore intellettuale al Premio. E per la presidenza della giuria tecnica non ho scelto il nome famoso, ma l’allenatore migliore, Alberto Faustini, in grado di tenere insieme la squadra e di farla lavorare con entusiasmo.

Inoltre, ho aumentato il numero dei componenti della giuria popolare, perché volevo fare del Premio un luogo di produzione di cultura, non
di omaggio alle celebrità: la giuria popolare esprime un voto che non risponde all’interesse di qualcuno, ma a quello dei libri che legge. E, anche per questo, rappresenta una sorta di barriera per la giuria tecnica, che invece potrebbe ricevere le pressioni dei direttori dei giornali o di qualche industriale convinto di dare lustro al Premio facendo vincere giornalisti famosi in tv. Io mi sono battuto affinché sia premiato il libro, non l’autore. E sta qui l’autenticità delle ultime edizioni, che hanno premiato libri che trasmettono emozioni, esperienze di vita, a volte rischiose, come quella raccontata nel libro vincitore di quest’anno, Volga Blues. Viaggio nel cuore della Russia, di Marzio G. Mian. Un libro che parla di gente molto diversa da noi, molto diversa dalla classe politica e militare che vediamo in televisione e anche molto sconcertante, come i paesaggi che si affacciano sulle strade che per corre l’autore e che ci fanno essere contenti di vivere in Italia.

Un’altra novità che ho introdotto è la digitalizzazione di tutto l’archivio: le schede di prodotto, il sito e tutta la documentazione storica, comprese le lettere di ringraziamento dei giornalisti. L’evento stesso è stato digitalizzato: l’abbiamo trasmesso in streaming, e in questo mi ha aiutato l’anno del Covid, in cui non sapevamo neppure se si sarebbe tenuta la celebrazione, per cui abbiamo accelerato le operazioni necessarie a garantire la trasmissione. Negli anni successivi, la cerimonia è andata in streaming anche su Rai Cultura e Sky Arte, oltre a rimanere sul canale YouTube del Premio. È stata importante anche l’attività svolta sui social e quella dell’ufficio stampa, che ha ottenuto una visibilità costante sui media.

Per quanto riguarda la valorizzazione del Premio sul territorio, in particolare con le scuole, dobbiamo riconoscere che il Premio Estense Scuola in questi anni è diventato un’attività importante, tant’è che ha triplicato il suo budget. Questo indica che ha trovato maggiore attenzione da parte degli sponsor. Il sostegno economico sia di Confindustria Emilia, che è la maggior parte, sia degli sponsor è decisivo, ma i sostenitori ti seguono quando il progetto è interessante e porta vantaggio anche a loro. Il Premio Estense è un esempio che si può fare cultura
producendo bellezza e suscitando un dibattito: il finanziamento alla cultura non deve essere elemosina, ma qual cosa che dà un vantaggio e produce ricchezza per tutti gli attori in campo.

Infine voglio ricordare che abbiamo costituito uno staff di persone talmente preparate che, oltre a rendere meno gravoso il mio lavoro, mi hanno aiutato ad accogliere i giornalisti della giuria tecnica con un’attenzione particolare a ciascun dettaglio e a organizzare le riunioni e le conferenze stampa ciascuna volta in un palazzo diverso di Ferrara (Palazzo dei Diamanti, Casa Romei, Palazzo Schifanoia, Palazzo Calcagnini, Palazzo Roverella e Ridotto del Teatro Comunale). In questo modo, il Premio Estense ci ha permesso di fare apprezzare la nostra
città – riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco – agli autori e ai loro consorti, accelerando un traffico di turismo culturale di fascia alta che Ferrara merita, ma che purtroppo non viene ancora incentivato come occorrerebbe sul territorio.

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