In questo numero esploriamo un tema che attiene alla questione donna intesa non come questione di quote di minoranza. In alcune multinazionali, per esempio, sono stati assunti gruppi di donne e di uomini per lavorare nello stesso settore, perché questa integrazione è risultata foriera di nuove invenzioni e di maggiore rendimento nel lavoro. Nella vostra azienda, attiva nella produzione di attrezzature per le officine delle carrozzerie per auto, in che modo tenete conto del processo di arte e invenzione?
Lamberto: Certamente io mi pongo la questione, in particolare per quanto riguarda la parte di cui mi occupo, fra le altre cose, ovvero la creazione di contenuti nell’ambito della comunicazione e della promozione dei nostri prodotti. Lavorare insieme a una donna è un’occasione per avere nuovi spunti, perché spesso è diversa la sua sensibilità rispetto a quella di un uomo e l’integrazione di approcci differenti aiuta molto il processo creativo.
La produzione di un totem pubblicitario per promuovere i prodotti dell’azienda, per esempio, è il risultato di una serie di modifiche e di prove che intervengono parlando con la mia collaboratrice. Per me è essenziale “alzare l’asticella”, trovare sempre quel qualcosa in più che poi risulta necessario per crescere. Recentemente, per esempio, abbiamo redatto insieme una scheda tecnica della nostra macchina Single gas plasticwelder, dotata di un set professionale per la riparazione della plastica – quindi di saldatrice a resistenza pretarata, di generatore di azoto al 98%, di graffettatrice e starter-pack di accessori e consumabili – destinata alle attività che riparano le carrozzerie. È stato necessario discutere molto durante la stesura delle versioni della scheda tecnica, prima di giungere a quella definitiva.
Qual è il contributo da parte dei giovani alla trasformazione di MWM?
Lamberto: da noi lavorano donne e uomini di età diverse, fra cui alcuni giovani, ma il loro apporto alla crescita dell’azienda è da considerare anche in base al compito specifico che svolge ciascuno e alla responsabilità che assumono nel settore in cui operano, quindi è difficile dare una risposta definitiva. In alcuni casi, non sempre è stata ripagata la fiducia che abbiamo dato ai giovani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Non è che per il solo fatto di essere giovani i collaboratori abbiano sempre avuto un atteggiamento costruttivo e aperto alla crescita. E dire che siamo stati molto, molto scrupolosi anche nel modo in cui ci siamo approcciati alle diverse esigenze, soprattutto da parte mia. Anche perché io non avevo ricevuto questa attenzione quando, per esempio, avevo incominciavo a lavorare nel settore cinematografico, non ancora ventenne. Nei primi set in cui ho lavorato nessuno si era preoccupato di darmi una mano, anzi: essendo l’ultimo arrivato sono stato impiegato a fare tutto ciò che gli altri non facevano. Pertanto ne ho tenuto conto quando sono entrato in MWM.
Fra i primi set in cui ho collaborato, per esempio, ricordo quello dedicato alla nuova pubblicità di una nota catena multinazionale di fast food. Io facevo l’assistente alla regia nell’ambito di uno spot che si girava in spiaggia. Avevo circa diciannove anni ed ero addetto a fare avanti e indietro tra il locale in cui si preparavano i prodotti da pubblicizzare e la spiaggia dove si giravano le scene. Dovevo semplicemente aspettare che fosse pronto il prodotto da promuovere e poi raggiungere gli attori, il regista e tutta la troupe in fondo alla spiaggia. Quindi, se arrivavo in ritardo secondo la tabella di marcia, loro se la prendevano con me perché non gli interessava se quel ritardo era stato causato da chi invece aveva confezionato il prodotto protagonista dello spot. Mi trattarono in modo piuttosto duro, ma è stata un’esperienza da cui ho tratto qualche insegnamento: il rimbrotto o il rimprovero non servono, salvo quando effettivamente è stato creato un problema che genera danni commisurati all’entità dello sbaglio. Inoltre, il rimprovero non deve essere dato perché sei l’ultimo arrivato, anche se spesso è costume che sia così.
Raffaele, secondo la sua esperienza invece?
Io constato che è stata quasi perduta la cultura del lavoro che c’era quando all’azienda e al proprio lavoro era riservata dedizione assoluta. È così che è cresciuto questo Paese. Oggi l’approccio al lavoro è molto cambiato, soprattutto fra i giovani che non lo intendono come il “proprio lavoro”, quindi non ne assumono le responsabilità. Io ho sempre avuto la fortuna di avere collaboratori che lavorano con passione e con interesse per ciò che fanno, ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Sembra che il risultato da raggiungere non sia di alcun interesse, perché tanto basta fare le ore canoniche di lavoro per prendere lo stipendio. Poi, a furia di insistere, accade che i risultati li otteniamo lo stesso. Una volta si lavorava tutti insieme per arrivare a un risultato che fosse soddisfacente, c’era più voglia di fare e dedizione maggiore all’azienda in cui si lavorava.
Cosa è cambiato?
Lamberto: adesso l’attenzione sembra rivolta maggiormente alla qualità del cosiddetto tempo libero. I giovani sono assorbiti da ciò che fanno al di fuori dell’ambito lavorativo, probabilmente anche perché non svolgono il lavoro che piace loro o comunque lo intendono come qualcosa di meramente funzionale al sostentamento.
Raffaele: è come se fosse stato perso il gusto della sfida. Quando facevamo qualcosa di nuovo non guardavamo l’orologio, perché eravamo tesi a raggiungere il risultato. Oggi quando arrivano le 17.00/17.30 cade la penna sulla scrivania, mentre chi è della vecchia generazione tende a rimanere ancora in azienda per concludere ciò che sta facendo, se occorre, anche fino alle 19. Negli ultimi anni è stata promossa la mentalità del lavoro mercenario, ecco perché alcuni giovani tendono a lavorare il meno possibile. Se nel Novecento il lavoro era inteso come una risorsa per guadagnarsi da vivere, oggi è valutato soltanto a partire da quanto si guadagna.
Lamberto: a questo si aggiunge qualche pregiudizio di comodo, per cui, se non si conclude un lavoro, in fin dei conti è un problema che riguarda l’imprenditore. Il lavoro è sempre stato inteso come un mezzo per affermarsi socialmente, quindi era necessario farlo proprio e assumere la scommessa di raggiungere traguardi sempre più importanti: tanto maggiori erano le responsabilità tanto maggiore era la soddisfazione personale ed economica che ne derivava. Oggi, invece, la cosiddetta realizzazione personale non passa più attraverso il lavoro, ma riguarda interessi personali e hobby.
La questione che lei sta ponendo concerne la necessità di un nuovo modo della formazione nelle aziende e di un’altra comunicazione…
Lamberto: rispetto alla comunicazione tra proprietà e lavoratori accade spesso che quanto dice l’imprenditore non vada comunque mai bene, a prescindere. Sono sicuro che ciascuno possa avere delle opinioni ed è meglio quando le comunica, perché è sempre costruttivo confrontarsi con un altro approccio alle cose. Però, sono giunto alla conclusione che la decisione rimanga sempre in capo a chi assume il rischio dell’impresa, a chi ha l’autorità, e non è necessario che sia accettata.
Certamente non si tratta di rappresentare l’autorità, perché sarebbe intesa come autoritarismo, pretesto utile a fomentare le cosiddette divisioni sociali…
La divisione sociale c’è comunque e, per esempio nel mio caso, interviene perché ho lo stesso cognome di mio padre. E questo cognome non l’ho scelto.
È proprio questa la questione: non è il cognome “proprio”, ovvero non è possibile rappresentarlo in un ruolo sociale, perché può diventare un limite. Per proseguire è essenziale non significare il nome del padre, anche quando sono gli altri ad avere qualche rappresentazione…
Raffaele: questa questione riguarda anche me. Una volta chi lavorava in azienda faceva la propria gara per risolvere i problemi, era come una sfida ed eravamo alleati. Oggi, invece, sembra che sia tutto relativo, in alcuni casi manca proprio la volontà di collaborare alla riuscita del progetto. È molto grave che ciò avvenga, perché c’è l’impegno ma non la volontà di arrivare in fondo, perché manca sempre qualcosa. Oggi sembra proprio che sia soltanto chi ha la responsabilità di condurre l’impresa a dover correre e a cercare il modo di risolvere il problema.
Quali sono i vostri progetti?
Abbiamo almeno tre diversi progetti in cantiere e abbiamo presentato un nuovo prodotto alla fiera Automeccanica, che si è tenuta in settembre scorso a Francoforte. In azienda è in corso un avvicendamento con i nuovi assunti, perché stiamo rinnovando la squadra di MWM. Per questo alcune produzioni che facevamo in un mese ora richiedono almeno il doppio del tempo. E pensi che per questo stiamo collaborando con una persona di circa ottant’anni che segue i tempi e i metodi della produzione e abbiamo assunto un tecnico di poco più di cinquant’anni, che ha già un’esperienza nel settore. In entrambi i casi parliamo di collaboratori a cui interessa il lavoro che svolgono.