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IL PLEONASMO SENZA CONTENZIONE

psicanalista, brainworker, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Il titolo di questo numero della rivista, Gli inquisitori di ieri e di oggi, riprende quello del convegno La questione donna e gli inquisitori di ieri e di oggi (Bologna, 22 maggio 2025) tenutosi in occasione della pubblicazione del libro Il martello delle streghe. La sessualità femminile nel “transfert” degli inquisitori (Spirali edizioni), il manuale contro la stregoneria scritto dai due inquisitori Heinrich Institor e Jakob Sprenger nel 1486. Due inquisitori di ieri, apparentemente solo due dei molti che dal XIII al XVII secolo istruirono processi e comminarono torture e condanne a morte contro migliaia di donne e eretici. Chi erano gli inquisitori di ieri? L’inquisizione cominciò nel Medioevo, nel XII secolo, in Francia: lottava contro catari e valdesi, rispondeva al Papato e ebbe il suo più noto alfiere in Bernardo Guy, reso celebre dal romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa. Questa inquisizione fu seguita da quella spagnola, sorta alla fine del Quattrocento per combattere contro i conversos, i protestanti e gli altri eretici. Essa fu strutturata e controllata dal governo spagnolo e diretta da Tomàs de Torquemada, strenuo difensore della “purezza del sangue” cristiano. Poi si strutturò quella romana, chiamata Congregazione del Sant’Uffizio e fondata nel 1542 da papa Paolo III. Nei vari processi avviati in Piemonte e in Valle d’Aosta, nel bellunese, a Bologna e a Modena, risultò prudente nel condannare per stregoneria e più attenta alle eresie; rifiutò il Malleus Maleficarum, considerandolo troppo eccessivo e non teologico, anche se si avvalse di proprie bolle e decretali, come quelle di Roberto Bellarmino e di Carlo e Federigo Borromeo. Carlo Borromeo nel dicembre 1583 scrisse al cardinal Paleotti: “Si è atteso anco a purgare la valle dalle streghe la
quale era quasi tutta infestata di questa peste con perdizione di molte anime, tra le quali molte si sono ricevute misericordiosamente a penitenza colla abiurazione, alcune date alla corte secolare come impenitenti con pubblica executione della giustizia”.

Tuttavia le inquisizioni più agguerrite nelle executioni furono quelle tedesche e svizzere, dotate di tribunali civili locali, alimentati, come nota nel suo intervento Marco Cavina, dalle maldicenze popolari e dalle paure collettive; tribunali del popolo che utilizzavano il Malleus
e lo applicavano ovunque, con un uso sistematico della tortura e migliaia di condanne a morte (fino a 30.000 solo in Germania e solo nel Cinquecento).
Il martello delle streghe è stato il testo di riferimento dogmatico e l’istigatore pratico di queste stragi, offrendo le motivazioni dogmatiche e i canoni per pene e penitenze.

Questo libro, in cui i due più famosi inquisitori e forcaioli scrivono le loro idee e le loro pratiche, evidenzia chi sono gli inquisitori di ieri: sono gli zelanti servitori dello Stato e della Chiesa, il loro braccio armato in nome non del codice, ma di Dio. Ma questo dio è per loro un
pretesto, loro sono servitori dell’idea di Unico, dell’
imperium: non a caso, come nota nel suo intervento Carla Faralli, citano Aristotele e i filosofi greci più che i teologi, risultando così più gnostici che cattolici, come indicano le loro fonti. In questo servizio sono fin troppo zelanti
e appassionati, tant’è che in Italia la Chiesa non edita la loro opera. Loro due e i loro allievi talora operano di propria iniziativa, in tribunali locali: accusano, torturano, bruciano in nome di Dio e dello stato e su istanza del popolo. “Noi, inquisitori di Germania”: sono sovranisti e populisti, sono rappresentanti del principio dell’Unico, della radice unitaria del molteplice, vigilano e controllano perché l’Unico sia salvo. Infatti lottano contro tutto ciò che non rientra nel pensiero dell’Unico, contro la differenza e la varietà, contro l’eresia e l’anomalia, e le chiamano maleficio diabolico e stregoneria. Per questo Institor e Spenger scrivono pagine e pagine per dimostrare quello a cui molti settori della stessa chiesa non credono, cioè che la stregoneria esiste, che è peccato e eresia non crederci.

Potremmo chiederci perché l’Unico abbia bisogno della credenza nel diavolo e delle streghe, che peraltro compiono i più atroci misfatti solo grazie al permesso divino, come notano costantemente i due domenicani: perché il potere dell’Unico, che, beninteso, non esiste, ha bisogno di prender forma dai rituali e dai cerimoniali, segnatamente dal cerimoniale dell’esorcismo.

Cos’è l’esorcismo? Sembra ovvio: è un rituale per cacciare il diavolo. Certamente, ma per cacciare il diavolo bisogna postularlo, crearlo, dimostrare che esiste. L’esorcismo è il cerimoniale che caccia il diavolo che ha creato, è il gioco di prestigio di chi trae il coniglio dal cappello in cui lo aveva messo. Occorre un diavolo potentissimo che compia misfatti con le streghe le quali, scrivono i due, sono solite togliere i membri virili, causare aborti, procurare malattie, distruggere raccolti. Ma da questo “non deriva che il diavolo sia più forte di Dio, Dio si serve sempre di lui contro la sua volontà, per manifestare la propria gloria” (Il martello delle streghe, pag. 44). Diventa così un povero diavolo, anche se viene da pensare che lo stesso Dio non ha tanto di cui gloriarsi, se ha bisogno di lasciar massacrare le sue creature da satanassi e indemoniate, tenuti a bada dai suoi cani da guardia, i domini canes, un gioco di parole per alludere agli inquisitori domenicani.

Nella loro feroce battaglia, Institor e Sprenger hanno molte giustificazioni. Scrivono che le streghe vanno bruciate per salvarle, per liberare il loro corpo – devono ammettere che la loro anima non può essere posseduta – dal diavolo e dalla possessione: l’inquisizione si
legittima sull’Altro come vittima, sulla donna vittima, che talora chiede il rogo, lei stessa chiede la liberazione. È un gesto d’amore quello degli inquisitori? “Chi ama brucia”, diceva la pubblicità di una marca di biscotti energetici. Del resto sono deboli, sono fragili queste donne,
facili al plagio, magari di altre donne più esperte. Sono tormentate, in balia di desideri, dell’“avidità”, diceva Cicerone. Ma cos’è questa avidità? Questa insaziabilità? C’entra la sessualità? I due autori scrivono: “Le donne vanno bruciate per il loro sesso femminile”. E che non c’entri una questione di genere ma una faccenda di genitali è indicato da varie circostanze. 

Non a caso, infatti, la principale accusa a loro rivolta è che “le streghe strappano i membri virili”. Entmannung, evirazione: altro che difesa di Dio o degli uomini, lo zelo degli inquisitori è sorretto dalla paura dell’evirazione, dalla minaccia di castrazione da cui prende forma ogni altra minaccia, ogni altra cosa orripilante che esse possono produrre agli uomini: procurano aborti, causano carestie, divorano bambini. Tutto ciò che i due domenicani attribuiscono alle streghe è lungo una minaccia, una minaccia alla propria virilità, e tutto ciò verso cui essi hanno invidia e paura dicono che è minacciato dalle streghe.

Nel suo libro Sesso e carattere Otto Weininger era giunto a accumunare la repulsione degli ebrei e delle donne spiegando che entrambi rappresentano la castrazione, presentificando a un tempo debolezza e onnipotenza. La cifrematica, la scienza della parola, annota che senza l’elaborazione della questione padre e della questione donna, sul tabù della questione padre e della questione donna, la minaccia di castrazione dilaga, e tutto diventa una minaccia e tutti ci minacciano, soprattutto le donne e gli ebrei, e tutti vanno combattuti: eliminati o inclusi, assimilati dalla comunità cannibalica. Allora come ora. Non è questione di patriarcato, a meno che non si intenda per patriarcato la negazione del padre come indice dello zero, dell’autorità: tolto il padre, tolta l’auctoritas, tutti sono uguali, c’è la linea dell’uguale: la linea dell’Unico, la linea del sesso unico (rispetto a cui i sessi si possono scegliere), la linea dello spirito, la linea della comunità cannibalica, che non ammette differenza e varietà, dunque nemmeno la questione donna.

Possiamo così intendere perché l’inquisizione non è una questione di oscurantismo medioevale (del resto le campagne persecutorie sono intervenute soprattutto nel Rinascimento): una nuova inquisizione sorge con l’illuminismo, con il culto della ragione, con il laicismo, con lo scientismo. Nel 1651, nel Leviatano, il filosofo Thomas Hobbes scrive: “Quanto alle streghe… sono giustamente punite”. Poi cessano le torture e i roghi, la pena non è più spettacolare, ma il diavolo e le streghe non sono finite, hanno altre forme, istituzionalizzate, professionalizzate. Dopo la rivoluzione francese arriva lo psichiatra Philippe Pinel, guarda caso appassionato di teologia, si apre l’Ospedale Salpêtrière di Parigi, viene inventata la formula della malattia mentale. Non è più stregoneria, è psicopatologia. Psicopatia, psicopatologia, fino alla psicoterapia: Pinel ispira anche tutto l’Ottocento, fino a Franz Anton Mesmer, fino a Jean-Martin Charcot, maestro di Sigmund Freud, fino al Novecento. E Freud studia la sessualità, ma per evitarla, per curarla. E in Italia arriva la legge del 1904, con il concetto di “pericoloso a sé e agli altri”, e arrivano le misure penali di sicurezza, e le misure psichiatriche di contenzione entrambe in vigore, e sempre più estese in questa società penale e penitenziaria. Quindi non importa se lui o lei si rende conto o non si rende conto, se è davvero pericoloso o non è pericoloso. Basta la minaccia o il pericolo, non occorrono prove o testimoni, basta “la fama di” o la calunnia. Le streghe sono diventate plagiatrici o plagiate, il diavolo è chiamato guru, come ha insegnato l’“affaire Verdiglione”. Il reato di circonvenzione di incapace, ancora presente nel nostro codice, è un reato d’influenza, anche se non è più chiamata diabolica: le donne che investivano in una casa editrice venivano considerate circonvenute, addirittura per interposta persona. E quante donne sono accusate di reato di circonvenzione nei confronti di anziani, come nel caso dello scrittore Giorgio Bassani? Sono cambiate le armi, ma il gioco è rimasto lo stesso: l’Unico della gnosi permane, i nuovi inquisitori sono all’opera in nome non più di Dio, ma della ragione, prima di stato, poi sociale, e dell’Unico, dell’unità, della comunità. Avvalendosi dell’appello al bene sociale, alla salute pubblica, al politicamente corretto, mantengono il riferimento al diavolo. Come nel diritto canonico che esige “l’avvocato del diavolo”: il candidato diventa santo perché le obiezioni del diavolo e il diavolo stesso vengono cacciati. Il male non prevarrà, il diavolo non prevarrà ma deve restare. Non c’è più il peccato ma c’è il male, non c’è più la redenzione ma c’è la salvezza.

Questo è l’impianto anche dell’attuale penofilia, ovvero dell’odierna dilatazione dell’estensione del diritto penale nella società, come scrive Filippo Sgubbi nel libro Il diritto penale totale (Il Mulino). La cultura del sospetto demonologico, le leggi ad personam, la carcerazione come strumento per la confessione. Da “Mani pulite” all’“affaire Verdiglione”, ai processi a orologeria, al disequilibrio tra accusa e difesa, alle minacce nei confronti dei difensori, all’inversione dell’onere della prova nei processi fiscali, tutto è già nel Martello delle streghe, noi possiamo intenderne la logica leggendo questo manuale dell’inquisizione. Di qui la sua attualità.

Mantenendo l’idea di imperium, i nuovi imperi della post globalizzazione, con i loro apparati militari, finanziari, tecnologici, farmaceutici, cercano di edificare la loro autorità misterica sui loro rituali esorcistici, in particolare giudiziari e mediatici, con la demonizzazione della parola non conforme al mainstream, delle donne non funzionali all’apparato del politicamente corretto, dei giovani che si organizzano senza coperture, dei bambini che “piangono troppo” o “sono iperattivi”, come nota nel suo intervento Nadica Milenković, dei vecchi che non
lasciano l’impresa nonostante vincoli e balzelli. E a proposito dell’impresa – oggi sotto attacco con il pretesto dell’inquinamento, dell’evasione fiscale, della corruzione, che sono i nuovi malefici – non dimentichiamo che una delle più feroci persecuzioni in Italia, orchestrata su inchiesta di Carlo Borromeo, fu quella contro l’Ordine degli Umiliati, composto soprattutto da artigiani e artigiane, cui fu tutto sequestrato e tutto bruciato.

In questo libro trovate i termini di questa nuova inquisizione, ce li illustrano Institor e Sprenger, che attribuiscono alle donne tutto questo potere: è una loro fantasmatica di onnipotenza femminile, ma, non ammettendola, dicono che questa attribuzione di onnipotenza viene dal diavolo. Lo dicono perché la considerano pericolosa, il diavolo di venta lo spettro, lo specchio delle loro fantasmatiche, fino al delirio. Per questo Armando Verdiglione – che ha curato la prima edizione italiana in assoluto del libro – ha specificato come sottotitolo La sessualità femminile nel “transfert” degli inquisitori. E a questa passione dell’inquisitore deve fare da partner la pazienza delle streghe, che devono patire per redimersi, per guarire dalla possessione, come ogni buon paziente pronto e docile al trattamento del corpo e, adesso più che mai, dell’anima, oggi chiamata psiche.

Se leggiamo Il martello delle streghe, cogliamo che Institor e Sprenger compiono il trattamento riservato alle streghe secondo due modelli. Un modello esplosivo, per cui scatenano e lodano ogni tipo di violenza, di tortura e di brutalità e dunque la strega che capita nelle loro mani è praticamente già condannata. L’altro modello è quello penitenziario, un modello implosivo, dove le streghe devono arrivare alla purificazione attraverso l’abiura o il rogo. Allora resterà solo l’anima liberata dal corpo e dalla scena.

Questi sono i due modi di intervenire dell’Inquisizione. Questi due modelli sono l’intervento penale e l’intervento penitenziario. Entrambi mirano a costituire o a riprodurre una caverna, una cavità ideale e chiusa, un mundus. E allora i malcapitati che si trovano in questa cavità, in questa caverna, dovrebbero assumere tutto, conformarsi a questa ideologia penale o penitenziaria, farsi carico di questa ideologia e soddisfare la realizzazione di questa cavità ideale, di questi due modelli, mortificandosi e purificandosi.

Questo è quello che viene richiesto oggi da vari ambiti della società, anche agli imprenditori. Essi si trovano presi dal modello penale devastante, esplosivo, con paralisi della gestione, linciaggi mediatici, fallimenti procurati, di cui nella rivista gli imprenditori danno testimonianza. Ma anche dal modello penitenziario, in cui l’ipertrofia delle norme, come precisamente nota in questo numero John Bloch, e dei vincoli amministrativi mira a cancellare ogni novità, ogni nuovo modo di organizzare l’azienda e la produzione. Proliferano lacci e laccioli che colpiscono l’azienda ma anche ciascuno di noi.

Questa realtà penale e penitenziaria aggrava la vita di ciascuno. E vi è chi si trova inquisito, preso, catturato, sbattuto nella cella o ai domiciliari. Altri politici vengono indagati, altri imprenditori vengono addirittura privati della libertà personale.

Questo impianto giudiziario mira non solo alla paralisi dell’impresa e della vita civile, ma anche all’edificazione della vittima: la vittima è capro espiatorio, ma anche segno del privilegio negativo, dunque dell’esigenza di assistenza e di redenzione, di protezione e di compassione, cioè della necessità dell’Altro salvifico e purificatore, dei padroni del nulla.

Ma appunto perché l’operazione riesca, perché la vittima si adegui al suo mundus, alla sua caverna, occorre che i ricordi trionfino, che i timori prendano corpo, che le paure si consacrino. Ecco dunque il brutto pensiero, il brutto ricordo, il sinistro pensiero, per vivere con
l’ombra dinanzi, perché le cose procedano dall’idea di sé e dell’Altro, anziché dall’apertura. Per costituirsi come inquisitori di noi stessi, come nota nel suo articolo Brando Michelini, per vivere nella pena e nella penitenza.

Gli inquisitori di ieri e di oggi trovano il loro scacco nel libro che il giurista e magistrato Daniel Paul Schreber scrisse nel 1903, Memorie di un malato di nervi, libro che documenta come con lui, nonostante una prima e una seconda segregazione, questa operazione non riesca. Non riesce perché egli non assume la pena, non assume la penitenza, ma compie un percorso di lettura. Nonostante la segregazione, nonostante gli sia impedita ogni cosa, non vive di ricordi ma coglie gli elementi, li analizza, li scrive, non accetta la sostanza, non accetta le limitazioni. Dunque gli stessi ricordi, anche quelli non conosciuti, divengono elementi linguistici. E anche i termini della lingua di legno e della lingua di fiele, quella che lui chiama Grundsprache, che è in realtà la lingua dei suoi inquisitori, del sistema psichiatrico con cui ha a che fare, entrano nella memoria e diventano elementi per la scrittura. Egli nota che c’è un abuso, che c’è un’inquisizione, ma non se ne fa carico, non la combatte, non si scontra, non passa la vita a confutare, a opporsi, ma scrive e elabora le varie questioni.

Vivendo, ciascuno può trovarsi in questa cavità, in questa caverna, e imbattersi in questi due modelli, penale e penitenziario, e affrontarli partendo dai propri ricordi e dalle proprie rappresentazioni. Come si dissipano i ricordi? Come si dissipano le rappresentazioni? Come fare per non assumere i limiti, per non essere legati alla sopravvivenza anziché alla vivenza? Nel libro Il gerundio della vita. Analisi e clinica, Armando Verdiglione scrive: “Ciò che sfugge all’inquisitore, ciò che più lo tormenta, è che non c’è nessun profitto e nessuna donazione senza il pleonasmo dell’atto”. Possiamo giungere a dire che con il pleonasmo dell’atto non c’è più inquisitore?

Intanto consideriamo che il lessema “pleonasmo” viene da plus in latino, polus in greco, dunque “più”. Il pleonasmo, il di più, il troppo: qualcosa che risulta irrisparmiabile e immisurabile, qualcosa che non può essere mai impedito o reso funzionale all’Unico o all’unità. Insomma, proprio quando la difficoltà sembra impedire le cose, quando la segregazione sembra al suo massimo, quando la morte sembra trionfare e la vita svuotarsi, ecco che proprio nella parola, nella conversazione, nella nostra vita interviene il pleonasmo, interviene questo “di più”, questa molteplicità che non si abolisce, che è ciò che ci consente di vivere. Con il pleonasmo il disturbo, la svista, il fiasco non possono essere tolti ma sono essenziali alla vita.

Noi possiamo avere l’impressione che qualcosa del lutto, del dolore, del trauma ci limiti, ci blocchi, ci confini. Ma quella che sembra un’idea della morte o del nulla è un’emergenza del pleonasmo, qualcosa che vanifica ogni confine eretto dalla presunzione e dal pregiudizio, che ci rendono inquisitori di noi stessi. È questa la questione: non esiste inquisitore se non ha la nostra complicità, se noi non ci crediamo, se non facciamo di lui la nostra realtà spettrale.

Dunque, giustamente Verdiglione nota il teorema del pleonasmo: “Non c’è più contenimento né continenza”. Certamente c’è chi ha inventato le misure di contenimento e di contenzione – il discorso pedagogico, il discorso giudiziario, il discorso psichiatrico –, ma prima di tutto occorre che ciascuno non resti ingabbiato nel contenersi e nella continenza che lo può concernere. Per questo, parlando, ciascuno continua a vivere anche quando sembra che le cose finiscano, sembra che la morte trionfi, sembra che nulla ci avvolga. Ma anche quel che sembra distruggersi o che sembra perso resta nel pleonasmo della parola. Nessun elemento può essere tolto dalla parola, resta nel suo pleonasmo, nella sua adiacenza, nella sua costellazione, nella sua donazione. Questo il tormento dell’inquisitore.

Le rappresentazioni delle difficoltà, le rappresentazioni del dolore, del trauma e del lutto sembrano schiantarci, sembrano farci a pezzi, sembrano demolire ciò che facciamo. Ma nulla può togliere l’integrità. Schreber insiste più volte nel suo libro con la parola “integro”: “io resto integro, io sono integro”. Per lui le cose restano integre, nonostante i soprusi e i confinamenti in cui si è trovato, e in cui molti si trovano a tutt’oggi. Questa integrità non può essere tolta dalla parola, nulla riesce a togliere l’integrità della parola. Nella parola le cose restano integre; fuori dalla parola, idealmente, il soggetto si schianta, si sballa, si distrugge. L’integrità è una virtù del principio della parola. E l’integrazione è la procedura della parola per cui gli elementi, anche quelli scabrosi, insostenibili, indicibili non vengono “trattati” da una procedura per unificazione, per assimilazione o per opposizione. Il pleonasmo è in qualche modo l’altra faccia dell’integrazione,
perché è proprio ciò che non consente che qualcosa sia fuori dalla parola, dalla sua struttura.

Allora ecco l’integrità: nessuno può impedire alle cose di integrarsi, e allora l’atto è integro nel suo pleonasmo, e questo pleonasmo è indicato dal troppo. Quando per noi stessi qualcosa è troppo, quando “questo è troppo per me”, ecco che lì c’è il pleonasmo, e questo pleonasmo è essenziale nella nostra vita, perché lì stanno l’auctoritas, l’abundantia, la superfluentia. Dunque se noi togliessimo, idealmente, questo di troppo, saremmo senza l’auctoritas, cioè senza l’aumento, per cui le cose non aumenterebbero, ristagnerebbero, girerebbero in tondo, sottoposte all’idea di miseria, alla fobia della castrazione; oppure non ci sarebbe l’abundantia, per cui ecco la sudditanza, l’idea di povertà, il feticismo della mancanza. E come potremmo fare, scrivere, intraprendere senza la superfluentia, ovvero se potessimo privarci
del superfluo, dell’investimento e della donazione, dell’incalcolabilità e dell’incontinenza del fluire della vita?

Vi è un diffuso odio nei confronti del pleonasmo, odio da parte del soggetto. L’inquisizione non tollera il pleonasmo, non tollera il troppo: troppo transfert nella conversazione libera, allora ecco che bisogna inventare l’ordine professionale dei curatori d’anima. Oppure non tollera che troppi soldi vengano investiti nella cultura e nell’arte, nell’editoria enei servizi intellettuali, che allora devono essere prescritti, regolamentati, indirizzati. Bisogna togliere il pleonasmo, togliere quel plus che non è consentito, garantito, ammesso: questa è l’intolleranza dell’inquisitore di oggi. L’intolleranza è l’intolleranza del pleonasmo, che appunto è l’intolleranza della materia intellettuale, cioè della materia della parola, la quale, non essendo inerte, non è localizzabile né confinabile, dunque sfugge al limite, al controllo e alla
prescrizione.

La materia intellettuale, la materia della parola è risultata innegabile e inconfutabile proprio quando, quasi cinquant’anni fa, Verdiglione pubblicò Il martello delle streghe, con una straordinaria e attualissima prefazione riportata anche in questa riedizione. Incominciava la cifrematica come scienza della vita, scienza della parola che diviene qualità. Secondo la cifrematica le cose procedono dal due, dall’apertura, non dall’uno, dall’Unico, per questo la cifrematica non è un servizio sociale, un servizio all’edificazione del pensiero unico, non partecipa all’esorcismo generalizzato.

Qui l’ascolto non è la ricerca dell’errore o della malattia da sconfiggere: l’intervento cifrematico si attiene al processo linguistico narrativo di ciascuno, in un itinerario che va in direzione della qualità, della cifra, del valore, non della salvezza. Se non ha bisogno dell’idea di salvezza o di guarigione, il cifrematico non ha bisogno di postulare il diavolo o la strega. Né ha bisogno di combattere il potere dell’Unico costruendo un potere alternativo, un potere dell’Unico più Unico dell’Altro, un potere più Altro dell’Altro, un potere alternativo al potere dell’Unico. Nessun pensiero da difendere, nessuna interrogazione che fondi la risposta, dunque nessuna tortura. Nessun obbligo alla parola redentrice, dunque nessuna confessione. E il corpo nella parola non ha bisogno di essere purificato, per questo nessun rogo. Per questo in questi cinquant’anni gli attacchi dell’inquisizione di oggi non sono riusciti a eliminare la cifrematica: pur inondandola con i suoi spettri, non sono riusciti a costituirla come una sua antagonista o una sua erede. Con la cifrematica, la salute e la vita esigono dispositivi della parola che non hanno più bisogno dell’idea di diavolo o dell’Unico, né dei loro servitori.

 

 

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