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LA CIVILTÀ DELLA MODERNITÀ

psicanalista, cifrante, brainworker, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

C’è una forma di pazzia che non urla, non rompe, non scandalizza. Non viene diagnosticata, non viene curata. È la pazzia che abita la normalità (ricordate lo psichiatra Jean Oury, che scriveva che, accanto ai nevrotici e agli psicotici, occorrerebbe occuparsi dei normotici?): comportamenti ripetuti e allineati, convinzioni salde e mai discusse, comfort zone e opinioni tanto più condivise quanto più prive di pensiero. Una pazzia talvolta chiassosa e litigante, ma molto spesso silenziosa, perfettamente inte- grata, che non solo passa inosservata, ma viene premiata, accomunando vari strati della politica, della cultura, della società conformiste.

Non è una novità dei nostri tempi questa pazzia, a torto chiamata follia: è nota l’elaborazione che ne ha compiuto nel 1509 l’olandese Erasmo da Rotterdam, e quella, assai meno nota, di cui parla quattro anni prima il tedesco Sebastian Brant nel suo libro La nave dei folli, che la casa editrice Spirali ripropone, a più di quarant’anni dalla sua prima edizione in Italia, con la bellissima traduzione di Francesco Saba Sardi e la postfazione di Gabriella Landini.

Leggendo questo libro mi è tornata alla mente un’altra “nave dei folli”, più antica, quella di cui scrive Platone nel libro La Repubblica, nave che Brant, il cui testo trabocca di riferimenti alla cultura greca e latina, certamente non ignorava.

In questo dialogo, Platone, per bocca di Socrate, parla di una nave il cui proprietario è grande e forte, ma cieco e incompetente. I suoi marinai litigano fra loro per il comando, pur non sapendo navigare, mentre il vero timoniere, colui che conosce l’arte della navigazione, viene ignorato e consi- derato inutile. Per Platone si tratta, nel primo caso, del popolo, nel secondo, dei politici demagoghi e, nel terzo, del filosofo. Questa allegoria per lui è un modo per criticare la politica nelle democrazie degeneri, dove il potere viene conquistato con la persuasione o la forza e i veri sapienti, gli unici che potrebbero guidare lo stato cor- rettamente, sono emarginati.

L’idea della nave dei folli di Brand amplifica questa intuizione: Brant è un umanista, è ben inserito nel sistema, un sistema sospeso tra il tramonto del medioevo e gli albori del rinascimento. Da pochi anni è stata scoperta l’America e quattro anni dopo Erasmo da Rotterdam scriverà l’Elogio della follia. Elogio possibile solo in una società ormai stabile, in cui il potere può permettersi l’anomalo, l’irregolare, il folle, anzi, può vagheggiare su come servirsene e, oggi si direbbe, come “considerarlo una risorsa”. Ma Brant vive in un’epoca precedente a Erasmo, e per lui una comunità senza la guida razionale diventa collettivamente irrazionale, il disordine politico morale trasforma la società in una sorta di equipaggio di incapaci.

Dunque lui ha orrore della follia, la vede in tutte le deviazioni dall’ordine sociale, dai buoni costumi, dai precetti della chiesa e dello stato, dal senso comune. Pertanto, non c’è per- sona che non venga invitata a salire sulla nave: chi s’imbelletta seguendo la moda e chi pensa che dio punisca troppo, chi compra libri e non li legge e chi presta orecchio a tutti i discorsi, chi fa il bene ma non persevera e chi segue i cattivi consigli delle donne. Ma anche tante attività dovrebbero andarsene alla deriva, fuori dalla città: i medici, spesso ciarlatani, i cuochi e i cantinieri, che fregano i clienti, gli avvocati, equiparati ai banditi, i messaggeri che spifferano i segreti. Per tutti c’è posto, persino la danza non si salva: “Ho ritenuto persona matta tutta/chi nella danza si butta e si ributta/per saltabecchi e giravolte fare/e faticare il piede e impolverare”. E tanto meno il gioco: “Gioco non c’è che da colpa sia esente:/il giocatore, di Dio non sa niente:/al gioco il diavolo è il presidente”.

Tuttavia, da questa generalizzazione della follia emerge che queste sono tipizzazioni di caratteri e di personaggi, non cartelle psichiatriche: e anche se non vengono più invocati e accesi roghi, come nel Martello delle streghe, Brant resta ancora un moraista, un benpensante, non un clinico. Come scrive Saba Sardi: “La follia è la riprova della colpa originale: il metodo di misura positivo del negativo follia è costituito dalla salvezza (cielo, grazia, patria). È ancora da venire l’inserimento della follia nel quadro clinico nella sua laicizzazione”.

Dunque non basta leggere questo libro come fa Michel Foucault nel suo Storia della follia nell’età classica: per lui La nave dei folli è l’antesignana dell’ospedale psichiatrico, l’inizio della marginalizzazione della follia, della segregazione del folle e della sua espulsione dalla citta. C’è del vero, ma nell’opera di Brant, ironicamente, le cose si rovesciano. Mentre si presume che i viaggiatori di questa nave siano emarginati, reietti, che tentino di scappare dalla segregazione, Brant dice esplicitamente, in più versi, che la gente fa la corsa per imbarcarsi. “Giorno e notte giriam senza sapere/dove si possa infin sollievo avere,/che nessun vuole dare retta a saggezza/di gente come noi c’è gran larghezza/e sono cortigiani e leccapiedi/che la nave a seguire a nuoto vedi/e infine salire sulla nostra corte/e navigar tentando la loro sorte”. Insomma la nave è anche nave della cuccagna, dove tutti, “cortigiani e leccapiedi”, voglio entrare, sistemarsi, trovare un posto. E così la nave dei diseredati dal potere diventa la nave di chi cerca di partecipare al banchetto del potere, nave di arrivisti e conformisti, di gaudenti e desideranti. Come sorprendersi se questa nave, che ora diventa la nave di Platone, andrà a schiantarsi, perché di dove andare e di come andarci non interessa a nessuno, “nessun vuol dare retta a saggezza”? “E per chi non si imbarca”, prosegue Brant – e dice “si imbarca”, non “è imbarcato” – “altro legno sarà presto arrivato/dove lieta brigata troverà/e il Gaudeamus intonar potrà/oppure la Litania in onor dei folli/che viene cantata sull’aria dei polli./Non tutti ancora imbarco troveranno,/ma i molti accolti a picco se ne andranno”.

La questione è che questa barca che sprofonda, questa nave di Platone diventa anche la nave di Niccolò  Machiavelli. Non più la nave dei folli, nave del disagio, dell’anomalia, dell’arte, ma la nave della pazzia, perché è la nave di chi corre dietro alla volontà dell’Altro, alle sue promesse, ai suoi piaceri; volontà dell’Altro che ognuno crede la volontà propria, da realizzare e perseguire a ogni costo, salendo su ogni carro, assimilandosi a ogni compagnia. La nave del desiderio, che è la nave di chi può fare quello che vuole, è la nave della pazzia, perché, come scrive Machiavelli: “Uno principe che può fare quello che vuole è pazzo; il popolo che può fare quello che vuole non è savio” (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio).

Ma spetta a Armando Verdiglione aver definito la pazzia “arbitrio dell’idea”. Con lui possiamo cogliere che chi è pazzo, chi fa quello che vuole è chi procede secondo l’arbitrio delle proprie idee, in assenza di parola, d’interlocuzione, di un processo linguistico. Eludendo l’analisi e la clinica, chi segue l’arbitrio della sua idea mira a togliere la difficoltà cercando la facilità, ignora il contingente perseguendo il possibile, è seguace della propria soggettività, anziché del tempo e dell’occorrenza. Questa pazzia è definita da Verdiglione “pazzia suicida” perché questo arbitrio dell’idea, proprio perché tenta la fine della fine e la morte della morte, anche nella scienza, nella filosofia e nella politica, assume la fine e la morte. È quanto mai diffusa e tollerata questa pazzia, intollerante verso quella che essa definisce “pazzia omicida”, con una definizione facile facile, che serve a comprendere, dunque a stigmatizzare, ma non a intendere, quel che accade in questi “casi”, come nota Anna Spadafora a proposito della strage di Samil el Koudri a Modena.

Allora, la nave di Brant è la nave della pazzia, ordinaria e straordinaria, ordinale e eccezionale? Apparentemente, ma solo se teniamo dinanzi a noi, dunque se giudichiamo e psichiatrizziamo il racconto e il suo autore. Ma se di questo libro cogliamo con la lettura il testo e il film, se siamo noi dinanzi a Brant, troviamo in esso gli indici e gli asterischi di una civiltà senza pazzia, la civiltà della modernità, la civiltà che ammette l’anomalia e la differenza della parola, come scrive Caterina Giannelli. Li cogliamo nell’ironia incessante, con i suoi ossimori e rovesciamenti, fino all’autoironia (scrive che lui stesso è il primo che dovrebbe stare in quella barca) e nelle sue figure, la satira e la farsa, li troviamo nel pleonasmo e nella ricchezza della sua scrittura, che è un fiorire di metafore, metonimie e catacresi, fino all’assurdo. La materia della lingua deborda da questa scrittura, e il delirio (letteralmente, “debordamento”) non è più psichiatrizzabile.

La civiltà senza pazzia è quella che si inaugura con la nostra lettura, la civiltà in cui la follia non è la pazzia, né tantomeno la malattia mentale, ma il modo d’intervento del contrappunto nella parola, la condizione di un metodo imprevedibile, di un gioco fuori dal senso comune, delle arti che Armando Verdiglione definisce del paradiso: la danza, l’intelligenza, la politica. E poi la musica e la strategia. Senza questa follia, senza questo cammino che non si confina nei limiti del conforme e del prevedibile, del convincente e dell’indiscutibile, non ci sarebbe sbocco dell’impasse nell’impresa, nell’amministrazione, nella politica. Con questa follia la nostra nave non è più la nave della nostra perdizione o della nostra salvezza, ma è la nave della nostra avventura, La nave del paradiso, come recita il titolo del libro di poesie di Giorgio Antonucci edito da Spirali.

Il testo di Sergio Dalla Val e i successivi, fino a pag. 13, sono tratti dagli interventi al convegno dal titolo La civiltà senza pazzia (Bologna, 25 marzo 2026).

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