Il tema di questo numero della rivista è Il privato, un termine che spesso suscita pregiudizi verso l’impresa, ancora troppo frequentemente percepita in contrasto con il pubblico…
Se parliamo dell’impresa, il confine fra pubblico e privato è più sottile e sfuggente di quanto sembri. L’impresa deve creare valore, a prescindere dalla sua natura giuridica. Se è privata, ha bisogno di un bilancio positivo per garantire la propria continuità; se è pubblica, può generare valore anche a scapito dell’utile economico, per esempio nel sociale, nella sanità, nella sicurezza, in tutti quei servizi sostenuti dalle tasse, che derivano a loro volta dall’attività delle imprese e dei lavoratori. In questo dipinto di poche pennellate dovrebbe esserci una grande collaborazione tra pubblico e privato, perché l’uno non può vivere senza l’altro. Per offrire servizi di qualità il pubblico ha bisogno di un’economia privata solida; e il privato può imparare molto dal pubblico, soprattutto nell’acquisizione di competenze manageriali e nel porsi
finalità sociali più ampie. Ma ciò che vediamo è spesso un dialogo interrotto: le imprese accusano lo stato di inefficienza, mentre la politica accusa le imprese di insensibilità verso i lavoratori. È un circolo sterile.
Eppure, la verità è che tutto è pubblico, anche l’impresa. Posso dire che la mia azienda è mia e del mio socio? Non è vero. La gestiamo, la custodiamo. Se domani ce ne andassimo, continuerebbe a vivere, forse anche meglio. L’impresa non appartiene a nessuno, tanto che può essere ceduta e continua a esistere. È pubblica perché paga tasse, retribuzioni, e perché contribuisce, o dovrebbe contribuire alla crescita culturale dei collaboratori.
Non a caso, la Costituzione italiana, all’articolo 46, afferma che i lavoratori hanno diritto di collaborare alla gestione dell’impresa, proprio
perché essa è un bene comune. Mio figlio Marco, in qualità di presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Emilia Area Centro, sostiene da tempo che le associazioni datoriali dovrebbero smettere di rappresentare l’impresa come semplice entità economica e cominciare a rappresentarla nella sua interezza, includendo anche i lavoratori. È un passaggio culturale straordinario, che richiede maturità da entrambe le parti, ma è la direzione giusta.
Da qui la mia convinzione che la contrapposizione tra pubblico e privato sia priva di fondamento. Sono due forme organizzative differenti, ma con lo stesso obiettivo: l’uomo, la persona, che vive in società. Tutto è pubblico, anche l’impresa, indipendentemente da chi ne possiede le quote.
Ammetto che il passaggio non è semplice per gli imprenditori: ci sono coloro che definiamo illuminati, ma ci sono anche molti oscurantisti, che parlano dei propri collaboratori come di un’entità separata: “io e loro”. Ma credo che questo modo di pensare sia destinato a soccombere: chi non comprende che l’impresa è comunità non potrà prosperare. In questa prospettiva, anche la parola “privato” assume un senso diverso da quello abituale.
Nel convegno Il privato, (Bologna, 4 novembre 2025), di cui pubblichiamo gli atti in questo numero, è emersa una nuova accezione di questo termine, per cui il privato non è ciò che è nascosto, ma ciò che giunge al valore assoluto, il caso di qualità. La contrapposizione pubblico-privato nasce solo quando si considera l’impresa come un luogo di sotterfugi per evadere le tasse e perseguire il proprio interesse a scapito dello stato…
Per questo il bilancio di sostenibilità è un atto eminentemente pubblico: non serve solo a certificare l’impegno ambientale, ma anche quello sociale e di governance. Più un’impresa è trasparente, più è pubblica: rendicontare stipendi, retribuzioni, politiche ambientali significa
dichiarare la propria appartenenza alla società. Paradossalmente, alcune imprese pubbliche non sono così “pubbliche” e ai loro vertici non ci
sono manager di provata esperienza, ma manager di provata appartenenza.
Lei ha partecipato di recente a un convegno che si è tenuto a Ferrara per fare incontrare gli studenti delle scuole superiori con alcuni docenti universitari. Quali sono state le sue riflessioni in merito agli argomenti affrontati?
Non si è discusso dell’incontro fra pubblico e privato, ma ho notato una distanza enorme nel linguaggio. Gli insegnanti e gli adulti parlano una lingua che i ragazzi non comprendono, e lo stesso accade fra scuola e impresa. Nelle scuole non si offre agli studenti l’occasione per capire che cos’è un’impresa: termini come “margine” o “Ebitda” sono sconosciuti, eppure sono obiettivi essenziali, sappiamo che non sono gli unici, ma senza il profitto un’azienda privata non riesce a stare in piedi. La lingua dell’impresa manca totalmente nei giovani, e posso capirlo,
ma negli insegnanti lo capisco meno. Per cui diventa difficile mettere in contatto i giovani con le imprese, e poi non meravigliamoci se la carenza di personale sta mettendo sempre più in difficoltà le aziende di qualsiasi settore. Il fatto che i docenti non parlino mai di impresa nella scuola crea una distanza e una diffidenza profonda dei giovani verso di esse, spesso addirittura alimentata dal corpo docente, che ignora le condizioni di lavoro nelle imprese moderne, lontane anni luce dall’idea di “sfruttamento”. Per fortuna, alcuni docenti in realtà hanno cognizione della vita nell’impresa, però sono rari e solitamente non sono nella scuola superiore. Al convegno mi ha particolarmente colpito sentire ragazzi di diciassette o diciotto anni che parlavano dell’impresa solo per slogan e professori che rispondevano facendo loro eco e aumentando i loro dubbi, anziché aiutarli a comprendere. Come nel caso di un docente che, in risposta a un ragazzo, sosteneva che non capisce perché le aziende non aumentino le retribuzioni e quindi perché i giovani non vengano pagati di più. Chiaramente, se un professore si esprime in questo modo, cosa devono pensare i giovani? Che l’impresa sia un luogo di sfruttamento. Tant’è vero che poi una ragazza si è rivolta in lacrime agli imprenditori presenti in sala, dicendo: “Voi avete bisogno di noi, ma siete così sicuri che noi abbiamo bisogno di voi? Noi non vi vogliamo”. Aveva solo diciassette anni e ha avuto tanto coraggio da alzarsi in piedi e urlare la sua rabbia, ma quella frase è l’indice di un equivoco culturale alimentato da adulti e docenti. È il risultato di una scuola che non prepara alla vita, ma spaccia pregiudizi e ideologie contro le imprese. Come se si potesse vivere senza il lavoro o se il lavoro non facesse parte della vita. Nella vita il lavoro è un’esperienza straordinaria, che deve essere vissuta in pieno, non come qualcosa di separato. E nel lavoro le imprese hanno un ruolo essenziale, senza una distinzione netta fra imprese pubbliche e imprese private, si tratta di tante opportunità, ma vanno spiegate. La scuola deve raccontarlo.
Di recente, all’istituto tecnico “Fermi” hanno organizzato il cinquantesimo anniversario del diploma: eravamo cinquanta ex studenti che si sono diplomati nel 1975 in chimica o in elettronica. Ricevuti nell’aula magna dal preside, alcuni di noi hanno preso la parola per ricordare qualche aneddoto. A un certo punto, qualcuno ha detto al preside: “Qui non ci hanno insegnato solo la chimica o l’elettronica, ci hanno insegnato a vivere”. Nel 1974, il movimento studentesco all’interno dell’istituto aveva un’interlocuzione assidua con la presidenza, non c’erano posizioni preordinate. A volte addirittura era lo stesso preside che veniva nell’atrio e ci redarguiva: “Cosa fate qui? Oggi è giorno di manifestazione, bisogna andare in corteo”. Nell’aula magna c’erano spesso assemblee studentesche con confronti anche molto accesi, ma sempre mantenendo un approccio civile. Quindi il Fermi è stato una scuola di vita, possiamo dirlo dopo cinquant’anni. Speriamo che in futuro possano dirlo anche gli studenti di oggi, perché per ora c’è veramente tanto da fare, nella scuola come nell’impresa.
Alcune aziende fanno già molto per la crescita culturale dei giovani, ma a volte non lo comunicano. Altre fanno soltanto green washing della
cultura, altre ancora non lo comunicano per pudore, perché si dice che il bene fatto debba restare silenzioso. Ma oggi serve un linguaggio
comune tra scuola, impresa e società. Non è una questione di pubblico o privato, bensì di cultura. E non a caso in alcune aziende l’ufficio del
personale è diventato “ufficio persone e cultura”.
Tornando al convegno di Ferrara, lei ha avuto l’occasione di dire qualcosa agli studenti?
Il tema delle retribuzioni è stato uno dei più discussi al convegno. Un professore sosteneva che le aziende non aumentano gli stipendi perché
non vogliono pagare le tasse, e un ragazzo lo ha appoggiato. Ho dovuto spiegare che non c’è alcuna attinenza fra tasse e retribuzioni: le tasse si applicano al risultato di esercizio, le retribuzioni concorrono a formarlo e, anzi, aumentandole, si pagano meno tasse. Ma è grave che un insegnante non si documenti su questi meccanismi, soprattutto se deve parlarne ai giovani. Loro s’interrogano giustamente sul proprio futuro, ma spesso si trovano di fronte a docenti impreparati sulle cose della vita e dell’impresa.
Se fossi ministro dell’Istruzione, introdurrei due anni comuni per tutti dopo le medie, prima di scegliere la specializzazione. Oggi la scelta è
troppo precoce e spesso dettata dai genitori. Dobbiamo dare ai ragazzi il tempo di capire qualcosa di più della vita prima che scelgano il proprio percorso. Perché scuola e impresa, pubblico e privato sono solo modi differenti di contribuire alla civiltà.

