Quando abbiamo avviato la nostra impresa, trentacinque anni fa, non esistevano startup o incubatori: ci si metteva in proprio. Alberto Montagnani e io avevamo un’idea chiara: iniziare. E, come ogni vera impresa, abbiamo dovuto affrontare subito la realtà del mercato. Cercare clienti, certo, ma ancor prima convincere fornitori a credere in noi.
Il primo atto concreto della nostra avventura fu un gesto di fiducia. Ce lo regalò Franco Cicerchia, fondatore della Remet di Casalecchio di Reno. Gli avevamo chiesto un preventivo per le attrezzature del laboratorio. Quando ce lo consegnò, ci aveva già applicato uno sconto. Ma il nostro silenzio, davanti a quella cifra, diceva più di mille parole. Allora ci guardò e disse: “Ragazzi, ho capito: partire è durissimo. Facciamo così. Vi do tutto in conto visione gratuita per sei mesi. Se alla scadenza sarete in grado di cominciare a parlare di pagamenti, bene. Altrimenti, riporterò tutto indietro. Ma trattatemele bene queste apparecchiature”.
In sei mesi, non un granello di polvere osò sfiorare quelle macchine. Restituirle? Meglio morti.
Il suo gesto andò ben oltre l’aiuto economico. Ci offrì quello di cui ogni giovane impresa ha più bisogno: fiducia. Una forma di credito senza garanzie. E la fiducia, come sa chi fa impresa, è un carburante potente.
Il primo accreditamento
Anni dopo, ci trovammo ad affrontare la prima vera verifica strutturale: l’accreditamento del laboratorio. All’epoca, l’ente si chiamava ancora SINAL. Redassi io stesso, da solo, i manuali della qualità. Di notte, d’estate, nei momenti liberi (che in realtà non esistevano). Ma quando seppi che l’ispettore sarebbe stato il dottor Paolo Fungo di Torino, sentii il bisogno di un confronto.
Lo chiamai. Mi invitò a casa sua. Mi offrì il pranzo nella trattoria sotto casa e passò con me l’intera giornata. Alla fine, il mio manuale della qualità pesava un chilo in più per via dell’inserimento di decine di post-it con i suoi suggerimenti. Una settimana dopo, si presentò in azienda per l’ispezione. Ci segnalò tre non conformità riguardanti alcune delle modifiche che lui stesso mi aveva proposto, sapendo bene che in sette giorni non avrei avuto il tempo di applicarle. Era stato, a modo suo, un maestro esigente. Fummo accreditati: il più piccolo laboratorio italiano accreditato.
Sul passaggio generazionale (che non è un passaggio)
Il passaggio generazionale non può essere e non è stato un passaggio, come se si trattasse del semplice trasferimento di qualcosa, di un titolo, di quote aziendali. È un processo tuttora in corso, seppure avviato alla sua fase conclusiva. È un accompagnamento all’ingresso, una condivisione di visione e di gestione e poi di accompagnamento all’uscita.
Né Marco né Luca avevano tra i loro obiettivi quello di “entrare in azienda”. Volevano affermarsi altrove. È stata l’occorrenza, sapientemente sfruttata, a farli salire a bordo.
Nel 2013 avevo intuito le potenzialità di un servizio innovativo quale il controllo tomografico, ma mi mancavano le competenze tecniche necessarie per scegliere l’apparecchiatura che meglio si adattava alle nostre esigenze. Marco, al quale mancavano un paio d’esami alla laurea magistrale in ingegneria meccanica, mi ha accompagnato in Europa e negli USA per verificare le migliori tecnologie e alla fine ha scelto la macchina e ha accettato di avviare il nuovo reparto produttivo. Lo ha fatto insieme a Fabrizio Rosi (nipote del mio socio, Alberto), oggi suo collaboratore chiave. Quel reparto oggi vale il 30% del nostro fatturato. A fronte dell’occorrenza Marco si è assunto il rischio e ha avviato e consolidato un settore strategico per la nostra impresa.
Luca è entrato per una ragione più concreta: dovevamo gestire una grossa e urgente commessa; occorreva eseguire delle sezionature di pale di turbina, e la macchina in grado di eseguirle automaticamente sarebbe arrivata solo dopo cinque mesi. Serviva qualcuno con mani e testa. Luca si è rimboccato le maniche. Quel lavoro faticoso, che oltretutto richiedeva una certa precisione, lo ha avvicinato all’impresa. Poi si è dedicato al marketing, quindi al commerciale. Nel 2020, in seguito alla pandemia e quindi con l’impossibilità di accogliere persone, la nostra divisione Academy si trovò praticamente azzerata, se ne andò persino la responsabile e tutto portava alla decisione di chiudere quel ramo d’azienda. Luca chiese di provare a realizzare una sua idea, e oggi quell’idea è una nuova azienda: Skillantis Srl, società benefit. Marco è diventato CEO in piena pandemia, con un -50% previsto di fatturato e oltre due milioni di perdita stimata. A fine anno, abbiamo chiuso con -30%, ma con i conti in pareggio. Naturalmente c’era una squadra: Alberto, Silvia Bressan, io, i nostri collaboratori, ma Marco i galloni di CEO se li è conquistati sul campo.
Stefano Benuzzi, l’altro nipote di Alberto, è oggi uno dei soli quattro tecnici italiani a essere abilitati al terzo livello (il massimo) per controlli tomografici aeronauti[1]ci. Fabrizio Rosi è la nostra mente leonardesca: pensa e realizza. Ha riorganizzato interi reparti, e si è inventato e ha avviato il Centro Prove Funzionali dove eseguiamo attività di test engineering.
Quindi, figli e nipoti in posizioni chiave, ma è del tutto evidente come questo sia frutto di capacità e responsabilità dimostrate sul campo. Sono convinto che questo sia dovuto anche alla cultura dei ragazzi – mi permetto di chiamarli ancora così –, una cultura che si è consolidata nelle famiglie e che ha generato senso di appartenenza e responsabilità. Di questo, possiamo andare fieri.
In questi trentacinque anni d’impresa, oltre a investimenti in attrezzature, competenze e mercati, abbiamo messo in campo fiducia, competenze e coraggio, condividendo, sviluppando e consolidando una cultura d’impresa che vede nel motto fare bene, stare bene, fare il bene la migliore espressione dei nostri valori.
L’articolo di Paolo Moscatti è tratto dal convegno Raccontare l’impresa. Costruire il futuro, in occasione dei 35 anni di TEC Eurolab (Palazzo Ducale, Modena, 10 giugno 2025).

