Il titolo di questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026), mi fa pensare che in
fondo queste due parole, gioco e lavoro, raccontano una tensione che attraversa tutta la nostra vita. Il gioco: apparentemente inutile, improduttivo, leggero. Il lavoro: apparente mente serio, necessario, misurabile.
Eppure, è proprio nel gioco che impariamo le cose più importanti: le regole, il rispetto dei ruoli, la competizione leale, la collaborazione, la gestione della sconfitta. Il gioco è il primo laboratorio sociale ed economico che frequentiamo. C’è un’espressione che mi ha sempre colpito: l’utilità dell’inutile. Molto di ciò che sembra non immediatamente produttivo – il gioco, la curiosità, l’esplorazione – in realtà costruisce le competenze profonde che rendono possibile ogni lavoro di qualità.
E allora forse la vera domanda non è se il gioco sia utile al lavoro. La vera domanda è: le nostre imprese sanno ancora offrire ai giovani uno spazio in cui si possa crescere, sperimentare, mettersi alla prova, come in un gioco serio? Perché, se non riusciamo a far percepire il lavoro come uno spazio di apprendimento, di sfida e di senso, se non riusciamo a conferirgli le caratteristiche stesse della vita, difficilmente riusciremo ad attrarre e coinvolgere le nuove generazioni.
Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi: con quali mezzi e strumenti le imprese italiane possono oggi attrarre e coinvolgere i giovani? Quale senso può e deve avere il lavoro? Perché chiedere ai giovani di impegnarsi e immedesimarsi nel loro lavoro?
Vorrei affrontare due punti, essenziali per riconoscere al lavoro un senso che è il senso stesso della vita e per contribuire, o almeno provare, a
rendere giovani e meno giovani consapevoli ed entusiasti protagonisti del proprio lavoro.
Il primo punto è: il “lavoro” del lavoro, ovvero cosa fa il lavoro su di noi, cosa ci succede lavorando.
Il secondo punto è: il nobile scopo del mio lavoro, ovvero, a cosa serve ciò che faccio.
Veniamo al primo punto: il “lavoro” del lavoro. Lavorando, qualsiasi mestiere o professione io faccia, “costruisco” me stesso. Mi trasformo. Eseguo un compito, apprendo nuove tecniche, sperimento nuove procedure, acquisisco esperienze, sperimento stati emotivi che imparo a fronteggiare, insomma mentre lavoro mi succedono un sacco di cose che finiscono in un certo senso per trasformarmi. Triste è quella persona
che dopo un certo periodo di lavoro può affermare che nulla è cambiato in sé: “È un anno che lavoro e sono identico a prima”. Se non riesci a percepire la differenza, o non sei consapevole di cosa ti accade oppure è triste l’organizzazione per la quale lavori. La trasformazione continua è una delle caratteristiche di qualsiasi forma di vita. Se comprendo che il lavoro mi trasforma, allora, voglio che mi trasformi in meglio, e questo non può avvenire senza il mio personale impegno a fare tesoro di ogni opportunità di apprendimento, che sia tecnico o emotivo. Il lavoro aiuta anche l’apprendimento emotivo. È il processo attraverso cui impariamo a riconoscere, comprendere, gestire le nostre emozioni, sviluppare empatia, stabilire relazioni positive e prendere decisioni responsabili. Quindi, il lavoro come agente trasformativo: insieme facciamo in modo che sia una nobile trasformazione.
Ma c’è un altro effetto del lavoro che non possiamo trascurare ed è quello della moltiplicazione delle relazioni e quindi la spinta a sviluppare competenze relazionali. Nel lavoro ci confrontiamo continuamente con i colleghi, con i nostri responsabili e con le persone che eventualmente coordiniamo e che hanno in noi un punto di riferimento in grado di motivarli o demotivarli, di creare loro opportunità o confinarli in un triste grigiore. Le relazioni ci spingono a imparare a essere bravi follower, prima ancora che bravi leader, e poi a essere contemporaneamente leader e follower o, se preferite, capi e seguaci. Le relazioni positive aumentano i nostri gradi di libertà, sono tante connessioni interne ed esterne all’ambiente di lavoro. Non di rado, le relazioni interne si trasformano in amicizie o comunque conoscenze esterne, in buone referenze, in dispositivi che ci consentono maggiori libertà di scelta, opportunità di crescita, di cambiamento, di ulteriore
trasformazione positiva.
Quindi, il lavoro è un moltiplicatore di relazioni, e queste relazioni e trasformazioni ci rendono più liberi, anche di decidere dove lavorare, per quale azienda, con quali obiettivi, nostri e dell’azienda. Questo comporta che dobbiamo aver cura nel e del nostro lavoro, perché – magari in
modo inconsapevole – ci trasforma tecnicamente ed emotivamente, ci porta a relazionarci, ci fornisce opportunità di dirigere la nostra vita
anche attraverso il cambiamento. Ma dipende da noi sviluppare questa consapevolezza, riconoscere se stiamo cambiando positivamente o se siamo immersi nel triste grigiore dell’automatica ripetizione di azioni in cui non riconosciamo un senso.
Questo, in breve, per quanto riguarda il “lavoro del lavoro, cioè cosa ci accade mentre lavoriamo e quali sono le sue caratteristiche trasformative.
Per quanto concerne il secondo punto, il nobile scopo del mio lavoro, assodato che abbia capito cosa faccia su di me il lavoro, posso avere il dubbio se questo serve a qualcosa. Ecco allora che il mio lavoro deve avere uno scopo che va oltre me stesso e questo scopo deve necessariamente essere nobile, cioè motivante, deve rendermi orgoglioso del mio apporto, del mio contributo. È necessario che io conosca lo scopo e l’effetto del mio lavoro, le ricadute positive che può creare sulla vita lavorativa e non lavorativa, dei colleghi, degli altri e sull’intera comunità. Certo, anche sulla comunità, perché il mio lavoro, se eseguito all’interno di un’azienda, si unirà al lavoro di altri colleghi, a volte decine, centinaia di colleghi, e darà origine a prodotti e servizi che troveranno una combinazione nella gestione complessiva dell’impresa,
misurata da un conto economico, patrimoniale, finanziario, ma anche in una distribuzione di valore tangibile e intangibile sui lavoratori e sugli stakeholder e avrà così una grande ricaduta sociale. Quindi, il mio contributo personale alimenta anche questo, alimenta le ricadute sociali tangibili e intangibili dell’impresa. Lavoro per un’impresa che mi rende orgoglioso di questo contributo? Sì? Allora, come posso contribuire a fare sempre meglio? Mi è data la possibilità di contribuire? Certo, è anche sancita dall’art. 46 della Costituzione Italiana: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.
Questo articolo ha un significato che va oltre la collaborazione, per dir così, tecnica, esecutiva. L’applicazione di questo articolo ci permette di avere in azienda un cervello condiviso, quindi di potere contare sul contributo intellettuale di tutte le persone. Certo, sta a noi costruire le
connessioni necessarie. Come possiamo fare? Noi in SIDEIUS abbiamo deciso di creare il Gruppo degli attivatori dell’art. 46: una decina di persone, almeno una per reparto, che si sono date il nome di Gruppo GATE 46, dove “46” è l’articolo della Costituzione e gate è il varco dell’aeroporto, dove andiamo per imbarcarci, in questo caso si tratta del volo per la realizzazione dell’art. 46 della Costituzione. I componenti del gruppo ruotano, ogni sei mesi metà di loro lascia il posto ad altri colleghi, in modo che vi sia un’alternanza nella partecipazione. Obiettivo del gruppo è favorire l’attivazione dell’articolo 46, agendo i valori evidenziati in un percorso filosofico antropologico su “Vita & Lavoro”, realizzato in azienda con la guida del filosofo Alberto Peretti e riassunto nel motto “Fare Bene, Stare Bene, Fare il Bene”, nel quale ci riconosciamo. Per questo attiviamo un percorso che “riconosce il valore della trasformazione, della relazione, della libertà e dell’armonizzazione” quali elementi essenziali per un lavoro vitale, perché “certamente nella vita c’è tantissimo altro rispetto al lavoro, ma questa non è una ragione perché il lavoro non abbia le caratteristiche stesse della vita”.
In pratica, il GATE 46 è chiamato a sviluppate azioni volte a stimolare la conoscenza allargata e la diffusione di buone prassi volte ad accrescere la qualità della vita organizzativa; favorire l’incontro, il dialogo, il confronto tra persone; progettare e proporre iniziative di carattere comunicativo, culturale e ricreativo, finalizzate al miglioramento della qualità del lavoro e della vita lavorativa; impegnarsi per l’attivazione di un processo di consapevolezza collettiva; invitare i collaboratori tutti a divenire promotori del “Patto di Senso e di Impegno”.
Riassumendo, il lavoro ha caratteristiche che possono essere mutuate/comprese nel gioco, ma soprattutto dobbiamo riconoscere: il “lavoro”
che il lavoro fa su di noi e l’esito di questo lavoro, quindi il lavoro come agente trasformativo; il lavoro come moltiplicatore di relazioni che aumentano i nostri gradi di libertà personale; il nobile scopo del nostro lavoro, e il nostro diritto a contribuire a questo nobile scopo in applicazione all’art. 46 della Costituzione. Questo può contribuire a fornire a giovani e meno giovani una motivazione e a trovare un senso nel lavoro e nell’impegno che occorre dedicarvi.
Detto questo, restano due macigni, enormi, pesantissimi, che non ho il tempo di affrontare in questa occasione, ma che non posso sottacere in quanto strettamente connessi alla domanda iniziale: “Con quali mezzi e strumenti oggi le imprese italiane possono attrarre e coinvolgere i giovani?”. Questi due grandi macigni rappresentano due questioni ineludibili per la sostenibilità delle nostre imprese, ma ancor prima per la sostenibilità della vita delle persone: il tema delle retribuzioni e il tema della condizione del lavoro della donna, tema, quest’ultimo, che si salda a quello della denatalità e del necessario sostegno alla genitorialità.
Non avendo tempo per affrontarli qui, vi lascio con un aneddoto. Un esiliato politico, nel lontano 1314, pubblicò la prima parte di un’opera che poi ebbe la fortuna di diventare famosa e, in una terzina di quel testo, l’Autore, che immagina di in contrare un mitologico eroe greco – incontro che, ahimè, avviene in un luogo desolato e nefasto –, ricorda come questo eroe, che si trovava a navigare, per motivare ed esortare
il proprio equipaggio all’avventura, ebbe modo di apostrofare i suoi uomini così: “Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver
come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza”.
Anche nel gioco del lavoro non esiste un porto facile e sicuro: esiste il viaggio. Un cammino fatto di esperienza, di sfide, di scoperte, di
soddisfazioni, di difficoltà, a volte condito con qualche amarezza, ma un percorso che vale la pena (o il piacere) di vivere ogni giorno insieme
al nostro straordinario equipaggio.

