Skip to content
Menu

LA VIA DEL PRIVATO

psicanalista, cifrante, brainworker, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

“Le prime genti, per paura, si raccolsero nelle selve e vissero di cose comuni, poi col tempo gli uomini si fecero padroni di case e di famiglie proprie. Così si divisero le proprietà e nacquero le prime leggi civili, che furono leggi private”. Così scrive Giambattista Vico nella Scienza Nuova: postula un’era antica di comunanza delle cose, senza diritti civili e dunque selvaggia e permeata dalla paura, e coglie la combinazione tra proprietà e diritto privato come instaurazione della civiltà. La poetica di Vico risulta così distantissima dall’illuminismo di Jean-Jacques Rousseau, dalla sua mitologia del buon selvaggio e della civiltà che corrompe i popoli.

Per Vico privatus ha l’accezione di proprius, proprio, qualcosa che pertiene all’individuo, che si stacca dal comune: ma quest’accezione di proprius diventerà per altri, come per Karl Marx e Friedrich Engels, il marchio del privato, identificato con la proprietà come facoltà del padrone, segnatamente, borghese. Privato è “il mio corpo”, privato è “il mio terreno”, privato è – addirittura! – “la mia proprietà”, sottratta per Engels alla libera disposizione pubblica. Ecco il peccato originale del privato, il trionfo della borghesia, e con esso della proprietà, fino alla privacy, presunta prova dell’individualismo e dell’egoismo borghese.

Nel suo saggio sul privato (1958) nel libro L’uomo è antiquato il filosofo Günther Anders intende come privato quel che pertiene al proprio corpo e alla sua immagine, sia acustica sia visiva. Già allora Anders coglieva due modi di attentare al privato, di cannibalizzarlo: il furto dell’immagine e della voce, e la loro consegna al mondo, la loro diffusione incontrollata. Da allora, monopolizzare e ridistribuire, è questo l’attacco contemporaneo al privato. Potremmo allora dire che l’opposizione tra il privato e il pubblico è condotta in modo tale che il pubblico debba assumere il privato, sia nella scena pubblica sia nella vita privata. Dai tempi di Anders tutto questo si è ingigantito, grazie alle vecchie e nuove tecnologie, che consentono gli attacchi provenienti anche da privati o da piccoli gruppi. E dilagano phishing, spyware, ransomware, body shaming, revenge porn, fino al sexual deep fake e quant’altro.

La massima “a ognuno il proprio” è stata sostituita con “a ognuno il mio”, scriveva Anders. Con un’evaporazione della proprietà: quel che era proprio è diventato comune. La vita, il corpo, il sesso, la salute sono diventati proprietà pubblica, e spesso questo abuso di potere avviene non contro, ma con la complicità, anzi, con l’auspicio degli utenti, esempio di vittime volontarie, pronte a divulgare le immagini della propria privacy.

Ma è proprio vero che il privato è il personale, l’intimo, il riservato, da nascondere o da rivelare? La questione è che il lessema “privato” sembra derivare dal latino privatus, essere privo di qualcosa. Quasi una ripresa dal greco, in cui idiòtes indica colui che è privo di cariche pubbliche e da qui la sua connotazione negativa: idiòtes è chi, non avendo cariche pubbliche, non si occuperebbe della vita politica e del pubblico inteso come bene comune. Ma se chi si occupa del pubblico si occupa del bene comune, di cosa si occupa il privato? Inevitabilmente di qualcosa di male: vizi privati, pubbliche virtù, come dice il titolo dell’opera di Bernard de Mandeville La favola delle api. Vizi privati e pubbliche virtù. Il sospetto suscitato dal privato nasce dall’idea che sia il luogo del male, del peccato, della corruzione. Il privato consisterebbe nel nascondere cose proibite. Così, chi tutela il privato ha qualcosa da nascondere, è questa la logica che sottende alla formulazione: “Se non hai fatto nulla di male, non devi temere telecamere e intercettazioni”. Ne consegue, come nota Anders, la credenza che “siccome il male avviene segretamente, segretezza e privato sono eo ipso prove del male”.

Questo dividere il privato, il nascosto e il male dal pubblico, ovvero dal manifesto, dal bene, questa divisione morale è alla base della divisione sociale, ed è una divisione sessuale. Come nota lo psicanalista Pierre Legendre nel saggio “La fallace” nel libro Testualità, essa risale alla dicotomia tra il corpo maschile puro e quello femminile impuro, e a quella tra quel che si vede del corpo, soprattutto delle donne – cioè la testa, il volto, le braccia, che sarebbero le parti nobili, pure, mondane – e quel che non si deve vedere, cioè le gambe e i genitali, che sarebbero le parti ignobili, impure, immonde. Cioè non mondane, non a caso dette “parti intime”. Da qui la confusione tra privato e intimo, e da qui l’oscillazione tra il rispetto e la tutela dell’intimità, associata invece alla vergogna e alla volgarità. Con l’implicazione che questa divisione sociale si applica an che all’economia politica, per cui coloro che operano nel pubblico, cioè i politici, gli amministratori, gli insegnanti sono, o devono essere, puri, incontaminati, mentre i lavoratori privati, cioè i commercianti, i professionisti e gl’imprenditori sono considerati impuri, ladri, di dubbia moralità. E questa divisione deve essere mantenuta, pena le accuse di interessi privati in atti d’ufficio, di corruzione, di conflitti d’interesse, accuse funzionali a mantenere la divisione, che deve restare invalicabile, tra politica e impresa, tra cultura e potere.

Ma allora sorge la questione: può esserci qualcosa che sia privato, senza risultare mancante se non rispetta il bene pubblico, la maschera sociale, la vita politica? Solo la cifrematica, la scienza della parola, parola non come discorso ma come vita in atto, può indicarlo. Nell’atto di parola, parlando, non è riscontrabile nulla di intimo o di personale: nella parola dimora il privato. Segnatamente, già nel 1984 nel libro Il giardino dell’automa Armando Verdiglione scriveva: “Il privato è ciò verso cui tende il pubblico: il robot stesso”. Ma se la prima parte “il privato è ciò verso cui tende il pubblico” sembra rifarsi a Vico, per cui il privato segue al pubblico, ne è la punta, perché il privato sarebbe il robot?

Nel suo libro Le origini della cultura europea, Giovanni Semeraro nota che privatus era il “semplice cittadino”, etimo che non sembra implicare una deminutio rispetto al pubblico. E altri dice che il lesse ma privatus indicava chi era privo dei cognomina, che non erano i cognomi, ma le maschere funebri degli antenati. Potremmo allora trarne che privato è chi non ha bisogno di antenati, di maschere funebri, della gloria del ghenos famigliare per risultare cittadino, o che privato è chi non trae la sua scienza dall’autorità degli antichi ma dall’esperienza, come esige Leonardo da Vinci? In tal caso il privato non ha bisogno di essere il soggettivo, non ha bisogno dell’ipostasi filosofica e morale del soggetto per attribuire il dire, il fare, lo scrivere a qualche istanza unificante che stia sotto (subjectus), che dia sostanza (substantia) all’atto perché possa essere qualificato buono o cattivo, puro o impuro, forte o debole, come nota Friederich Nietzsche in Genealogia della morale. Negato l’atto, il soggetto vale a rinsaldare categorie arcaiche come la coscienza, la consapevolezza, la personalità, la volontà, e ancora le emozioni, le passioni, il benessere e altro ancora, presunte prerogative del soggetto.

Allora forse intendiamo perché per la cifrematica il privato è il robot: cos’è il robot se non quel che lavora e che fa (robot viene dal cecoslovacco robota, lavoro pesante, lavoro prestato dai servi della gleba al loro signore) senza bisogno di essere soggetto, senza bisogno di quelle categorie sociali e psicologiche, di quella forma di anima che oggi, come nei libri di Platone, è chiamata psiche? Allora il privato è chi lavora e chi fa senza bisogno di animazione, senza soggettività, senza riferimento a consapevolezza e passioni, a obblighi sociali e
legami famigliari.

“Ma se è robota, allora è come se il privato fosse un servo, lo dice il lessema ceco!”, qualcuno potrebbe dire. E qui allora è essenziale rifarsi ancora a Verdiglione, che nel libro Urkommunismus. La paura della parola scrive che dalla radice ser* viene sia series sia servus, e dunque servitium, ma anche sermo, salus, salvus, solus, solidus

Come dire che nella parola il privato in quanto servus è tutt’altro che servitore, ma esige la serie, è essenziale ai servizi (tutt’altro che nullafacente e incentrato su sé), comporta la salute (non si limita al benessere), trova la sua condizione nella solitudine (non ha bisogno della compagnia di spirito), è nella solidità (che sta accanto alla solidarietà).

Nell’atto di parola non tutto è pubblico né politico. Privato è servus, ma servus senza bisogno della dialettica della schiavitù, senza bisogno di un padrone da cui essere interrogato, come per Platone, o da cui emanciparsi attraverso il lavoro e la consapevolezza, come per Hegel. E la series, come il privato, non sa di coscienza e di autocoscienza, non sa di volontà ideale, cioè della volontà buona o cattiva. Con la parola in atto, nella serie, nessun elemento è dato, identico a sé o inscrivibile in un ordine grammaticale, nell’impero dei segni: nella serie intervengono la differenza e la varietà, non la ripetizione dell’identico. Con la cifrematica, parlando, cioè nel gerundio della vita, la serie procede dal due, dall’apertura e giunge alla cifra, al valore, al capitale, in un processo linguistico narrativo di qualificazione, non di individuazione.

Diversamente dai funzionari della burocrazia e della città necropolitana, che la cifrematica chiama buròbot e necròbot, il robot della parola indica quanto il fare non abbia bisogno del soggetto della volontà, della volontà di fare. Anzi, il soggetto della volontà, della volontà di bene, con il suo moralismo egualitario, è preso nella calunnia della vita, dunque propugna la caccia al privato, perché fa del privato una questione soggettiva, dunque suscettibile dell’invidia sociale. Se il bene è il bene comune, non si può dare il bene privato, il privato è sospetto e deve essere colpito, espropriato, incenerito.

Ma se dimora nella parola, se non è segno distintivo di un soggetto, il privato non si cancella, è intoglibile dall’itinerario. Con la cifrematica la via del privato poggia sulla via linguistica, esige la lingua dell’esperienza e la lingua della scrittura dell’esperienza. La via linguistica è via dell’esigenza, via della prova, via del proprio e via dello specifico, da cui il privato è imprescindibile. Quando, per esempio nell’impresa, sembra che ci sia una contrarietà, anche un blocco, con gli elementi linguistici di ciascuno interviene un’esigenza imprescindibile, un’esigenza linguistica di scrittura dell’esperienza. Anche la prova in cui ci imbattiamo è prova linguistica, non dimostrazione. Per questa via il narcisismo della vita non può togliersi, perché concerne quel che è proprio: è una proprietà linguistica, non il narcisismo del soggetto. E la specificità del dire e del fare di ciascuno non dipende dall’uniforme o dall’investitura sociale, ma dalla sua vestis, dal suo investimento che è la specificazione linguistica dell’esperienza di ciascuno. Questo è essenziale per giungere al privato e al caso di qualità.

La cifrematica constata che con l’atto di parola le cose si dicono, e dicendosi si fanno, e facendosi trovano la loro piega per scriversi, senza perdersi in complicazioni. Attenendosi a questa piega giungono a compiersi, al compimento della scrittura del fare, alla semplicità. Da qui, il “semplice cittadino”. Oltre a questo compimento, oltre all’arte e alla cultura della piega, interviene la riuscita e, con l’instaurazione della riuscita, il privato, l’unicum, effetto della differenza e della varietà nella scrittura della politica. Anche chi lavora nel settore pubblico non è esente da questo privato nella parola, dunque da questa istanza di riuscita. E la privacy, anziché la gestione del pettegolezzo, risulta “tutto ciò che si effettua in virtù della differenza incolmabile e della varietà”, come scrive Verdiglione.

Ma la riuscita non è la fine, non c’è la riuscita e poi la completezza. Parlando, c’è sempre qualcosa di più, il pleonasmo, la ricchezza della riuscita. Dove approda la riuscita? La riuscita ha il suo approdo dove si instaura il caso di qualità, caso non soggettivo, né personale né sociale. Per questo nessun caso di qualità senza la via del privato, la via del robot della parola, via impercorribile dalla soggettività. E questo
vale per l’impresa, per la famiglia, per la società: con la cifrematica, il privato è la dimora del caso di qualità.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner