In questo numero della rivista, intitolato La mano dell’arte e dell’invenzione, pubblichiamo due dibattiti intorno al libro di Armando Verdiglione, Vincent van Gogh, uscito di recente con la casa editrice Spirali grazie al contributo di Sideius. In che modo nei vostri laboratori di analisi dei materiali per le principali industrie dell’aerospace, dell’automotive, del biomedicale e di altri settori innovativi constatate che la mano, come notava Leonardo da Vinci, non è in antitesi con il cervello, quindi non c’è contrapposizione fra il manuale e l’intellettuale?
Ciò che notiamo nelle opere di Van Gogh, e nell’arte in generale, è il lavoro della mano, che non possiamo considerare un semplice dispositivo meccanico, uno strumento di esecuzione. La mano esprime il pensiero e, a volte, lo guida: il gesto con cui il pittore lascia un colore sulla tela gli suggerisce immediatamente, per esempio, come compiere il gesto successivo. La mano è anche ciò con cui l’artista “sente” e vaglia la forza della materia, l’impressione del pennello, della spatola o, in alcuni casi, delle dita con cui distribuisce il colore. Se entriamo nel laboratorio in cui eseguiamo le prove meccaniche, possiamo vedere il tecnico che prende in mano un provino e, prima ancora d’inserirlo nella macchina, lo tocca per sentirne la superficie, cercare eventuali asperità, verificare che non ci siano difetti che possano diventare punti di rottura durante la prova di trazione. È la mano che comunica con il materiale attraverso la sua arte e la sua invenzione, perché la mano ha memoria dell’esperienza e distingue al tatto un acciaio da una ghisa o da un materiale composito, avverte quando c’è qualcosa che non rientra perfettamente nella norma e ne tiene conto. Possiamo vedere il tecnico che prende un pezzo, lo fa ruotare e lo osserva in un continuo scambio in cui è impossibile circoscrivere il lavoro della mano da quello del cervello. Ecco perché, osservando questi gesti, non posso pensare che la mano sia soltanto un’esecutrice degli ordini del cervello. Molte azioni sembrano nascere in modo immediato, come se la mano sapesse già cosa fare.
Quindi troviamo la “mano intellettuale” – come la chiama l’Autore del libro intorno a Van Gogh – nell’arte, così come nei laboratori di testing sui materiali e in ciascuna impresa in cui non c’è contrapposizione fra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale. È per questo che fin dalle prime interviste su questa rivista ci piaceva paragonare il nostro laboratorio alle botteghe rinascimentali, dove la materia non era considerata “sporca” né la pratca inferiore rispetto alla speculazione filosofica e alle teorie degli umanisti. L’operatività, anche nelle attività quotidiane, è parte dello sviluppo intel- lettuale della persona.
Questo è un messaggio importante per il rilancio della manifattura, soprattutto in un momento di deindustrializzazione dell’Europa dovuto anche alle acquisizioni di grandi industrie da parte della Cina…
Certo, ma ancora prima, è intervenuta una grande evoluzione della manifattura: soprattutto con l’introduzione delle tecnologie digitali, la mano si è progressivamente allontanata dal prodotto finito. Nelle fabbriche altamente automatizzate, spesso il prodotto non viene mai toccato dall’uomo. Ricordo, già quindici anni fa, i primi impianti della Laminam per produrre le grandi lastre ceramiche: arrivava il camion con la materia prima, un robot la prelevava, alimentava la linea produttiva lunga oltre cento metri, mentre a metà percorso un operatore controllava il processo da una passerella. Quando usciva la lastra, nessuno l’aveva mai toccata. Anche le successive lavorazioni erano affidate ad altre macchine. Questo accade nella ceramica e immagino ancora di più nelle industrie cinesi ad altissima automazione. La mano si è nettamente distanziata dal prodotto. Continuiamo a chiamarla manifattura, ma mi domando se sia ancora davvero manifattura, cioè fabbrica dove il prodotto è “fatto a mano”. Io la riconosco ancora nelle acciaierie, nelle fonderie, nelle lavorazioni meccaniche. Anche quando si utilizzano macchine a controllo numerico la mano resta vicina al prodotto finale, c’è sempre qualcuno che prende il pezzo, lo posiziona correttamente, lo controlla, governa la macchina. In molti altri settori, invece, questo rapporto è completamente scomparso.
Mi chiedo se uno smartphone abbia mai incontrato una mano durante la sua produzione oppure soltanto quella di chi lo utilizza; una mano che è cambiata: mio nonno non avrebbe mai immaginato che un giorno avremmo imparato a “scrollare” con un dito.
La mano, tuttavia, conserva un ruolo essenziale nell’incontro. Una stretta di mano comunica moltissimo: quella frettolosa, quella forte e sicu- ra, quella affettuosa accompagnata dall’altra mano. La mano trasmette emozioni, fiducia, vicinanza. Forse è proprio nell’arte e in alcune parti della manifattura che questa capacità emerge nella sua forma più evidente.
Credo però che la manifattura italiana debba cambiare profondamente. Non sarà la tecnologia a salvarci – la tecnologia ce l’hanno tutti –, non sarà il digitale, né l’intelligenza artificiale: non rappresentano più un vantaggio esclusivo, farà la differenza soltanto il modo in cui vengono utilizzati. Quello che potremmo avere solo noi, proprio per la nostra storia che affonda le radici nel rinascimento, è una diversa idea di impresa: un’impresa che crea e distribuisce valore etico all’imprenditore, agli azionisti, ai collaboratori e alla società, in base al contributo di ciascuno.
Anche il tema delle retribuzioni diventa una questione etica. Quanto può valere il lavoro dell’amministratore delegato rispetto a quello dell’ultima persona assunta in azienda? Può valere cento volte tanto? Io credo di no. Allo stesso modo, anche il rendimento atteso dall’investitore dovrebbe avere un limite, oltre il quale viene meno l’etica. Se investi nell’impresa non puoi pensare esclusivamente al massimo profitto possibile. È proprio questa logica che ha dato origine a una finanza che oggi domina l’impresa. Lo vediamo continuamente: fondi d’investimento che chiamano per acquistare aziende senza conoscere nulla di ciò che fanno, interessati soltanto ai bilanci e al rendimento del capitale.
La salvezza della manifattura italiana, quindi, passa dal rilancio dell’etica nell’impresa e dal coinvolgimento delle persone, perché ciascuno contribuisce all’impresa. Non è un caso che l’articolo 46 della Costituzione riconosca ai lavoratori il diritto di collaborare alla gestione dell’impresa, ovvero di non limitarsi a eseguire un compito, ma comprendere il senso di ciò che si fa, conoscere il progetto complessivo, sentirsi parte dell’impresa e del suo rapporto con il territorio.
Quando una persona è orgogliosa di lavorare in un’impresa che distribuisce valore in modo etico, diventa anche un’alleata nel difenderla. È questa la vera forza contro il dumping economico e contro modelli produttivi sostenuti dai regimi. Se pensiamo alla Cina, dove alcune attività vengono sovvenzionate con risorse enormemente superiori ai ricavi prodotti, è impossibile competere sullo stesso terreno. Dobbiamo invece competere con una differente idea di impresa, della persona e del territorio.
Noi, nella nostra azienda, stiamo cercando di farlo. Con fatica, con qualche errore, ma coinvolgendo realmente le persone, facendo in modo che ciascuno lavori sapendo che sta facendo l’interesse del cliente, della società e dell’impresa, oltre che il proprio. I nostri tecnici e i nostri commerciali non cercano di vendere qualcosa che non serve, anzi, fanno notare al cliente che, se propongono un servizio, è perché sanno che è nel suo interesse.
Purtroppo conviviamo con feno- meni completamente opposti: società finanziarie costruite per truffare i risparmiatori, speculazioni, sistemi che promettono guadagni facili e scom- paiono dopo aver raccolto denaro. In questo scenario l’Italia non ha ancora compreso fino in fondo quanto sia importante la manifattura. E forse non l’hanno capito nemmeno molte associazioni imprenditoriali, che continuano a rappresentare soltanto l’imprenditore, anziché l’impresa insieme ai collaboratori.
Io sono convinto che se domani la nostra azienda fosse messa in difficoltà da una decisione esterna e dovessimo andare in piazza a difenderla, i nostri collaboratori verrebbero con noi. Questo significa aver costruito un’impresa nella quale le persone si riconoscono. Per questo credo che le imprese italiane dovrebbero finalmente attuare davvero l’articolo 46 e molti altri principi che sono rimasti sulla carta. Un rinascimento della manifattura italiana non può prescindere dalla persona. La tecnologia è indispensabile, l’intelligenza artificiale è indispensabile, la digitalizzazione è indispensabile, ma se vengono separate dalla persona non ci porteranno da nessuna parte.
Questo riguarda soprattutto i giovani. Oggi molti non vedono nell’impresa un luogo dove costruire il proprio futuro, ma il problema non è l’impresa, è il modo in cui è stata raccontata per decenni. Per anni abbiamo sentito genitori che dicevano ai loro figli: “Se non studi ti mando a lavorare”. L’impresa è stata descritta come il luogo della catena di montaggio, degli ambienti sporchi di grasso, della fatica ripetitiva. Oggi le imprese sono profondamente cambiate, così come sono cambiati i giovani. Allora dobbiamo chiederci perché una ragazza o un ragazzo dovrebbero scegliere di trascorrere gran parte della propria vita in un’impresa. La risposta esiste: perché può essere un luogo di socialità, di crescita personale, di relazioni, di apprendimento continuo. Un luogo bello dove vale, non la pena, ma il piacere di lavorare e trovare soddisfazione.
L’imprenditore deve domandarsi ciascun giorno come attrarre i giovani, cosa cercano davvero, e coinvolgerli nel progetto di rilancio della manifattura. Si parla tanto di sostenibilità, ma dove sta la sostenibilità in un paese deindustrializzato? Chi paga il welfare e le pensioni? In Italia e in Europa non c’è sostenibilità senza la manifattura. La manifattura deve cercare di andare verso il suo rinascimento, che non è fatto solo di tecnologie e di digitalizzazione, ma anche di coinvolgimento delle persone in un progetto globale che riguarda l’intera società e investe il lavoro della mano e del cervello all’interno dell’azienda e al di fuori di essa.
Se non rilanciamo la manifattura, rischiamo di diventare semplicemen- te un mercato unico, unico per gli altri, per la Cina, per gli Stati Uniti e per chiunque voglia venderci qualcosa. E per il rilancio della manifattura italiana non abbiamo bisogno di una nuova rivoluzione industriale, quella la fanno tutti appena arriva una nuova tecnologia, ogni paese corre per applicarla. Ciò che possiamo fare soltanto noi è il rinascimento della manifattura, che è una questione di invenzione e di arte che distingue il nostro patrimonio intellettuale da valorizzare sempre più, scongiurando il pericolo che qualcuno c’imponga il proprio.
