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PER UNA CULTURA DELLA FRONTIERA, NON DEL CONFINE

presidente di Sideius Srl, Campogalliano (MO), vicepresidente di ASSOTIC e past-president di EUROLAB Aisbl

Il tema di questo numero è La civiltà senza pazzia. In che modo l’impresa rappresenta un baluardo di civiltà e non consente la pazzia, cioè il fatto che ognuno possa fare ciò che gli viene in mente? Abbiamo visto chiaramente durante il Covid quanto sia stato importante proseguire l’attività, anche da remoto, per mantenere attivi i dispositivi della parola tra collaboratori, clienti e fornitori. Senza la vita dell’impresa, ognuno rischia di girare in tondo, in balia dei propri pensieri, delle proprie paure, invece di fare le cose secondo l’occorrenza…

Certo, l’occorrenza è essenziale, ma l’impresa ha anche il compito di fare previsioni, per quanto possibile. Non può vivere solo nel presente, deve guardare al futuro. Oggi, però, la previsione è resa difficile da un contesto estremamente volatile, VUCA, come lo definiscono gli inglesi: oggi c’è una decisione, domani il contrario; oggi mettono i dazi, domani li tolgono; oggi sei alleato, domani non più. Questa instabilità genera incertezza, anche sul piano etico: restiamo alleati degli Stati Uniti? Di Israele? E loro ci considerano ancora alleati?

A questo si aggiunge una forte ambiguità anche a livello nazionale: incentivi che compaiono e scompaiono, politiche che cambiano continuamente. L’occorrenza diventa quotidiana, per cui ogni giorno bisogna decidere su investimenti e strategie.

Per questo l’impresa deve sviluppare un duplice approccio: da un lato, un pensiero consolidato, con programmi di medio-lungo periodo che guidano lo sviluppo; dall’altro, una capacità quasi da startup: qualcuno in azienda deve ragionare in modo flessibile, rapido, orientato alla ricerca continua e all’adattamento. Questo vale anche per un’impresa strutturata, che deve affiancare alla strategia una dimensione dinamica che le consenta di navigare nell’incertezza. Altrimenti si ferma. E un’impresa che si ferma è destinata a morire.

Questa incertezza riguarda anche le persone che lavorano nell’impresa. Pensiamo, per esempio, all’aumento del costo dei carburanti: nella nostra azienda c’è chi arriva da Reggio Emilia, chi da Bologna. Il costo del tragitto casa-lavoro incide sulla vita quotidiana e genera preoccupazione. Per questo abbiamo avviato alcune iniziative: una mappatura delle abitazioni dei dipendenti per favorire il car pooling, e uno studio, reparto per reparto, per capire il livello massimo di smart working possibile senza compromettere la produttività. In alcuni ambiti è più semplice, come amministrazione o qualità; in altri, come l’officina meccanica, è letteralmente impossibile. Nei laboratori c’è una via intermedia, perché parte del lavoro – la ricognizione precedente all’analisi vera e propria e il report finale – si può svolgere da remoto.

È un modo per prepararsi a reagire a situazioni difficili da prevedere e fa parte del contributo che le imprese danno alla civiltà. Ma questo contributo non è visibile.

In che senso?

Dell’impresa tutti vedono lo stabilimento, il fatturato, il numero di dipendenti, ma non l’enorme valore che genera in termini di relazioni. L’impresa costruisce rapporti di fiducia con i clienti, con i fornitori, con i professionisti. Sono relazioni personali che si diffondono nella società e che io paragono alle radici degli alberi. L’albero lo vedi, vedi anche i frutti, ma sotto terra avviene un lavoro straordinario: le radici comunicano tra loro, creano reti, tengono insieme il terreno rendendo così più improbabili gli smottamenti. La stessa cosa fanno le imprese nella società, a parte in quei rari casi in cui un’impresa pensa solo al frutto immediato, distruggendo il tessuto di relazioni. In un territorio senza “radici” – senza imprese – manca coesione: il terreno frana, anche socialmente.

Quindi, è il tessuto industriale che dà struttura al territorio, dà struttura non solo fisica, ma anche e soprattutto sociale. Le persone all’interno dell’impresa beneficiano di rapporti di fiducia, che spesso diventano anche legami personali importanti, e non è raro che nascano amicizie o addirittura matrimoni.

Non a caso, la scienza della parola constata che l’industria è la struttura del fare. E, anche nell’etimo, “industria” (dal latino indu: in, e struere: fabbricare, disporre, apparecchiare) e “struttura” (dal latino structum, supino di struo: fabbrico, costruisco) hanno la stessa radice…

Infatti, è l’industria che costituisce la struttura invisibile che regge la società, la quale si avvale del profitto dell’industria per crescere e prosperare. Eppure, spesso questo ruolo non è riconosciuto, anzi, è incredibile la scarsa considerazione per questo effetto, tutt’altro che secondario, delle imprese. Quindi, bisognerebbe favorire l’industrializzazione del paese, anziché la sua deindustrializzazione: il paese deve essere industriale. E come si può favorire questo processo? Riducendo al minimo la burocrazia inutile. Le imprese non hanno bisogno di sussidi, ma di non essere ostacolate. Certo, gli incentivi sono utili, ma non sono determinanti. Per esempio, noi avremmo fatto comunque l’investimento nella digitalizzazione, anche se non ci fossero stati gli incentivi di Industria 4.0. Avremmo riportato un utile minore a fine anno, forse avremmo pagato anche meno tasse, chissà? Però, il punto è che per mantenere vivo il tessuto industriale non bastano gli incentivi, bisogna favorire l’iniziativa privata e non ostacolarla. Come? Per esempio, rendendo il territorio attrattivo, in modo che non ci siano soltanto gli studenti e i laureati italiani che fuggono all’estero, ma anche quelli che dall’estero fuggono in Italia, attratti da tutto ciò che abbiamo di bello, non respinti da quel poco di brutto che non funziona. Le industrie fanno del loro meglio per rendere attrattivo il territorio per i lavoratori, e credo che le nostre imprese non abbiano nulla da invidiare a quelle di altri paesi europei. Forse a livello mondiale siamo rimasti indietro, per esempio, nell’automazione rispetto alla Cina, però siamo molto più belli della Cina. Basti pensare ai vantaggi di un giovane che viene a lavorare o a studiare in Italia: anche se vive in una piccola città come Campogalliano, in meno di quaranta minuti può raggiungere Mantova o Bologna; da qui, in un’ora di treno, può arrivare a Firenze oppure, aggiungendo due ore, può spingersi fino a Roma e affiancare alla sua attività esperienze artistiche e culturali che rendono il suo soggiorno indimenticabile. Eppure, restiamo poco attrattivi. Il tema delle retribuzioni è enorme, così come quello della denatalità e dell’invecchiamento. Sono questioni cruciali, ma non mi pare che siano al centro dell’interesse politico.

Dicevamo che le imprese sono baluardi di civiltà, ma dovrebbero essere paradigmi di civiltà, non baluardi, perché così rischiano di diventare cittadelle fortificate intorno a cui c’è il deserto. E questa è l’impressione che ancora oggi molti hanno passando davanti a uno stabilimento, con la sua bella recinzione, necessaria e, tuttavia, percepita come una forma di chiusura, di realtà accessibile soltanto a chi fa parte della sua rete…

Infatti. Proprio in quest’ottica, noi cerchiamo di sviluppare al nostro in- terno una cultura della frontiera e non del confine, attraverso incontri non solo con clienti e fornitori, ma anche con imprenditori di vari settori, con studenti che frequentano le scuole medie e superiori, con l’università e con l’ITS Maker Academy, di cui tra l’altro siamo soci fondatori. Ma abbiamo organizzato anche conferenze e mostre d’arte aperte al pubblico e la nostra Academy, Skillantis, è molto attiva in questo sen- so, oltre a offrire corsi di formazione tecnica sulle nostre competenze. In questi ambiti siamo riusciti a instau- rare uno scambio fruttuoso. Invece, con la società civile, le nostre azioni rimangono unidirezionali: noi diamo un contributo per la polisportiva o per il Museo della Bilancia e tutto finisce lì; c’è ancora una questione di confine tra l’azienda e la società, gli stakeholders. E le volte che abbiamo tentato di fare operazioni come gli open day, non è mai venuto nessuno, anche quando era il Comune a invitare noi imprenditori ad aprire le porte dell’azienda e i cittadini a partecipare. Questo sottolinea proprio ciò che diceva lei, cioè che l’azienda è considerata quella che sta al di qua del cancello. È come se il cancello dell’impresa segnasse un limite invalicabile. Penso, invece, che la comunità dovrebbe avere un po’ più di attenzione verso le imprese del proprio territorio.

Come si può dissipare questa idea di confine?

Serve più interesse da parte della comunità, ma anche strumenti nuovi. Penso, per esempio, alla possibilità per i cittadini di investire direttamente nelle imprese del territorio. Oggi chi ha risparmi li affida a strumenti finanziari lontani, senza sapere dove vanno. Invece potrebbe sostenere l’impresa locale, che conosce, perché ci passa davanti ogni giorno. Immaginiamo un bond emesso da un’azienda del territorio, sottoscritto da cittadini locali: sarebbe un modo per rafforzare il legame tra impresa e comunità. Oggi, però, questi strumenti sono di fatto inesistenti. Eppure, già anni fa, un nostro collaboratore aveva espresso l’intenzione di investire in azienda perché la riteneva più sicura di qualsiasi banca. La società civile non ha strumenti per sostenere direttamente le imprese del proprio territorio, ma intanto enormi flussi di capitale privato – circa 300 miliardi l’anno – si spostano dall’Europa agli Stati Uni- ti attraverso fondi di investimento. Sono risparmi europei che finanziano l’industria americana. Se anche solo una parte di queste risorse fosse destinata alle imprese europee, cambierebbe molto.

Il punto è questo: tutti beneficiamo dell’attività delle imprese, ma spesso il valore finanziario che genera- no abbandona il territorio. E invece dovrebbe contribuire a rafforzarlo, esattamente come fanno – invisibilmente – le radici di un albero.

 

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