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LA MANO DEL FARE

psicanalista, brainworker, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

In un momento storico di trasformazione economica e di incertezze per la situazione internazionale, il settore manifatturiero dell’Emilia Romagna, ma non solo, si trova ad affrontare sfide cruciali tra crisi produttiva, transizione digitale e difficoltà finanziarie. In collaborazione con il Lions club Bologna I portici, presieduto da Gianfranco Guerini Rocco, abbiamo promosso questo dibattito dal titolo Quale futuro per l’industria manifatturiera bolognese (Bologna, 10 maggio 2025) proprio perché spesso i media e i giornali rincorrono il mainstream, ma trascurano molti aspetti essenziali. Soprattutto la manifattura, che è l’asse portante della produzione di tutti i beni con cui in ciascun momento abbiamo a che fare, ha poco spazio nei media: anche per questo motivo, venticinque anni fa, nell’ambito del Movimento cifrematico, abbiamo fondato la rivista “La città del secondo rinascimento”, che si occupa di cultura, arte e impresa, la cui intersezione è essenziale. Questo vale anche e soprattutto per Bologna, che è sempre stata considerata la città della cultura, anche in virtù dell’Alma Mater Studiorum, oppure è famosa per il commercio e l’artigianato, ma raramente viene considerata una capitale industriale. Con questo convegno, cerchiamo di valorizzare questa realtà industriale che, anche per una certa riservatezza o timidezza da parte degli imprenditori, non sempre è emersa.

Oggi l’attività più importante di Bologna sembra essere sempre più l’industria dell’ospitalità, e non a caso: questa città è un nodo ferroviario, autostradale, aeroportuale, un nodo che già di per sé genera ricchezza ed è la base per un incremento del turismo. Anche quest’ultimo sembra in crescita, un turismo d’arte, di cultura, gastronomico, fieristico, che moltiplica ristoranti e B&B e sostiene commercianti e negozianti. Poi abbiamo la ricchezza prodotta dall’ospitalità dovuta all’università, ai centri di ricerca (pensiamo anche all’indotto che può fornire il Tecnopolo) e a un’azienda sanitaria polo di attrazione per tutta Italia.

Ma se questa industria dell’ospitalità riempie le strade, i ristoranti, i musei, gli ambulatori con un considerevole aumento di fatturato, che ne è dell’industria manifatturiera? Le fabbriche, i capannoni, i laboratori sempre più frequentemente chiudono o riducono la produzione o si trasferiscono. Cosa comporta questo per i cittadini, per ciascuno di noi, anche se apparentemente non siamo coinvolti da questo settore?

Il manifatturiero era – e cercheremo di capire se lo è ancora e in che modo – la base della ricchezza di Bologna. Sorto con i telai lungo i canali, rilanciato e trasformato dalla formazione meccanica dell’Istituto Aldini Valeriani, manifatturiero è quel che è fatto con la mano: la mano del tessitore, dell’artigiano, del manovale, del meccanico, dell’operaio, dell’artista, ma anche la mano di chi scrive, di chi insegna, di chi progetta, di chi calcola. Fin dall’antichità, il calcolo veniva fatto a mano, con la mano: quattro dita, più il pollice con cui contare. La mano, le dita: il calcolo è digitale (dal latino digitum, dito). La mano intellettuale, la mano della parola. Mani che producono, che costruiscono, che aggiustano, che curano, mani al servizio dell’arte e dell’invenzione, arte e invenzione del calcolo: “l’impresa è arte e invenzione del calcolo”, scrive Armando Verdiglione. Per questo calcolo, per questa mano del calcolo, tutto ciò che rientra nel fare, nel fare secondo la manualità, è manifattura.

La manifattura coinvolge le cose che si fanno nella loro tecnica e nella loro macchina, nella loro arte e nella loro invenzione. Per questo il tabù dell’impresa, ovvero l’indifferenza nei suoi confronti, è il tabù dell’arte e dell’invenzione, come dimostrano le paure e i sospetti nei confronti delle tecnologie digitali, dell’AI e delle nuove macchine automatiche e robotiche.

La manualità della macchina e della tecnica è la manualità del fare. Questa manualità non consente che il fare sia spirituale, sottoposto all’idealità, cioè all’idea che guidi il fare in nome di un progetto o programma ideali. Nulla come l’impresa prova che il fare non è ideale, ma pragmatico, che le cose si fanno secondo l’occorrenza e la contingenza, non secondo la volontà soggettiva propria o dell’Altro: l’impresa si attiene al tempo, non al soggetto. Per questo, intitolare questo numero La mia impresa non vale a inneggiare all’eroismo e all’autonomia degli imprenditori, che si fanno soggetti del fare partendo dalla presunta volontà dell’Altro: ognuno ha dinanzi la sua impresa come suo autoritratto, caricandola dei propri pregiudizi, invece ciascuno è dinanzi alla sua impresa, dunque è emulo del tempo dell’impresa e della sua mano. In questo senso possiamo dire: “A ciascuno la sua impresa”.

Dai vari interventi di questo numero emerge la chance delle imprese in Emilia Romagna: in questa regione l’imprenditore non è autonomo, ma procede da una traccia, da un contesto regionale, cioè procede dall’apertura e dal suo modo, l’alleanza. Il nodo è una figura di questa alleanza, e la filiera – di cui parla nel suo articolo Maurizio Marchesini – ne è un asterisco. Da questa apertura procedono l’internazionalismo e l’intersettorialità con cui si cimenta l’imprenditore. Solo così l’asset degli asset è l’imprenditore: è lui il vero brand. Chiaramente anche l’Emilia Romagna è un brand, certamente Bologna è un brand, Modena anche, Reggio Emilia pure. Sono brand che riguardano il dispositivo intersettoriale internazionale, quindi artistico e culturale, dell’azienda.

Partecipa all’internazionalismo e all’intersettorialità l’attenzione alle questioni economiche e politiche a cui ciascuna azienda deve attenersi, come sottolinea Lucio Poma nel suo intervento. Ma non si tratta di geopolitica, che è una visione purista e spirituale al servizio della cosmopolitica, senza l’apertura e senza il tempo, senza il diritto del fare e la ragione del fare: la procedura secondo la mano, la procedura dell’impresa manifatturiera riesce, in Emilia Romagna come altrove, se è decisa dal processo linguistico narrativo dell’impresa e dai suoi dispositivi. È una procedura civile, per integrazione, che si attiene al diritto dell’Altro e alla ragione dell’Altro, e non insegue le lusinghe degli imperi e degli apparati (militare, finanziario, farmaceutico, informatico) che li controllano. La ragione dell’Altro e il diritto dell’Altro procedono dal due dell’apertura, non dal primato imperiale dell’uno: l’azienda che li ignora si preclude la mano pragmatica, la mano dell’occorrenza, e si affida all’idealità politica e sociale. La mano manifatturiera è la mano dell’Altro, e il suo fattore è l’Altro, non l’imprenditore come attante sociale.

In questo numero Vincenzo Colla e alcuni docenti e imprenditori parlano dell’esigenza di una politica industriale dinanzi alle sfide planetarie: l’impresa esige strategie e politiche non improvvisate o estemporanee. Ma è essenziale che questa politica non si risolva in una pianificazione economica, oppure in un intervento statale o europeo (e tantomeno statunitense) prescrittivo sull’impresa e sul mercato. Per Marco Moscatti, occorre che l’industria abbia l’audacia di dare un apporto essenziale alla politica, addirittura di “guidare il futuro dell’Europa”, dunque che l’impresa non sia uno strumento della politica, o il suo delegato al welfare. Egli scrive: “Serve audacia. L’audacia di dire che l’industria è alla base della civiltà”. Ne consegue che occorre che la politica industriale sia la politica quale aspetto dell’industria, della struttura materiale delle cose (l’etimo di “industria” è struo, da cui deriva anche “struttura”), non viceversa. Con il manifatturiero, l’impresa del tempo è un aspetto dell’industria dell’Altro, in questo senso base della civiltà.

A proposito di welfare, Moscatti scrive che la vera funzione sociale dell’impresa sta nel rendere protagonista ciascun collaboratore, nel far crescere le persone mettendole in condizione di investire, anche nell’impresa. Indica così come il compito dell’impresa non sia investire sui dipendenti e sui loro bisogni, ma trarre ciascuno, anche i dipendenti, a investire nell’azienda, a divenire imprenditori nell’azienda in cui lavorano, “anche trasformando alcune sezioni dell’impresa in vere e proprie società, dove i responsabili diventano co-imprenditori”. Questa modalità tutt’altro che utopica, avviata dal suo Gruppo e da altre aziende dell’Emilia Romagna, riprende l’indicazione di Armando Verdiglione al congresso Il secondo rinascimento. La sessualità. Da dove viene l’oriente, dove va l’occidente tenutosi a Tokyo nell’aprile 1984, quando parlava dell’esigenza di “una società senza salariati e senza assistiti”. Quel congresso inaugurava l’era del brainworking, dello statuto intellettuale e imprenditoriale di ciascun lavoratore nell’impresa. E constatava come ciascun itinerario intellettuale si rivolge al valore per via di domanda e di investimento, unico modo per dissipare i canoni sociali di asservimento e di assoggettamento.

La mano intellettuale è la base del cervello dell’impresa, che non è appannaggio di manager e dirigenti, ma è il dispositivo dell’impresa, in cui ciascuno è cervello, è statuto, è asset degli asset dell’impresa. Questa è la chance per il manifatturiero in Emilia Romagna e nel pianeta, questo accade quando la “mia” impresa è la “nostra” impresa.

 

 

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