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LA MIA IMPRESA È LA NOSTRA IMPRESA

presidente e CEO di MWM, Zola Predosa (BO)

 In questo numero della rivista esploriamo il tema “La mia impresa”. “Mia” non è da intendere nei termini grammaticali dell’aggettivo possessivo e nemmeno del pronome personale, ma allude alla portata dell’esperienza pragmatica specifica di ciascuno. Lei, Lamberto, interviene ormai da molti anni in MWM, azienda leader nella produzione di attrezzature per la riparazione della carrozzeria delle auto. Come è incominciata la sua esperienza in azienda?

Lamberto. È con il “noi” che siamo giunti alla soglia dei cinquant’anni di attività, ecco perché mi piace parlare di “nostra” impresa. Io sono letteralmente cresciuto con l’azienda. Quand’ero bambino era il luogo di lavoro di mio padre, dove però io andavo a giocare. In particolare, i piccoli pezzi che MWM produceva e che oggi so essere i consumabili per saldatura, erano per me tanti giochi colorati, in rame o in ceramica rosa o bianca. Inoltre, avevo il “compito” di giocare con un distruggi-documenti, che ricordo grande come un mobile, la cui carta sminuzzata era poi utilizzata all’interno degli imballi per la spedizione dei prodotti e ricevevo anche la paghetta per il mio lavoro.

E oggi quale testimonianza può dare della vostra impresa?

Abbiamo fatto molta strada per arrivare fino a oggi e ne abbiamo ancora altrettanta da fare. È interessante che, nonostante tutto ciò che è stato costruito in MWM, aspiriamo a fare ancora tanti nuovi progetti e continuiamo a essere protesi alla qualità. Non soltanto per ragioni di immagine o di profitto, ma anche per quanto concerne le persone che lavorano con noi. Per questo aspetto stiamo attraversando una fase delicata, anche perché nessuno può insegnare a trasformare l’azienda e occorre del tempo perché anche coloro che vi lavorano accolgano le novità in corso. Quindi, pian piano abbiamo intrapreso la scommessa di migliorare anche la qualità delle ore trascorse in azienda da parte
di ciascuno.

Negli anni del boom economico i lavoratori trovavano nel lavoro che svolgevano una leva per migliorare la propria vita. Il lavoro era motivo di orgoglio e dedizione, era il “proprio” lavoro. Ma oggi l’approccio al lavoro è molto cambiato. Non è questione che non si trovino lavoratori, perché invece ce ne sono tanti a spasso. Ma oggi possono scegliere e il criterio di scelta è orientato dalla domanda: “quanto  guadagno?”.

In passato, il lavoro era un mezzo per affermarsi nella società anche come persona. Così avveniva, e avviene, nelle piccole e medie imprese, perché immagino che nelle multinazionali sia diverso, tenendo anche conto che è un altro contesto. Oggi sono altre le cose importanti della vita e della giornata, non è più il proprio lavoro. Poi, noi constatiamo che ci sono ancora eccezioni. Il lavoro serve per avere soldi utili a fare ciò che piace, i propri hobby, e sembrano essere questi i valori con cui ognuno si identifica.

Negli ultimi vent’anni il mondo del lavoro è cambiato radicalmente e nei prossimi venti si produrrà un’altra trasformazione. Ma, se il mondo del lavoro cambia e noi vogliamo continuare a lavorare, non ci resta che adeguarci a questi cambiamenti. Cosa posso fare? Mettermi in pausa fino a quando non trovo la persona giusta per noi? No, io devo lavorare, cioè devo produrre.

Io non sono contro chi non è mercenario, anzi è vero il contrario. Ma oggi i giovani che incontriamo tendono a cercare lavoro nelle aziende che hanno nomi famosi da spendere la sera con gli amici. Per questo molti di loro preferiscono lavorare nelle imprese più note del territorio.

Raffaele. Negli anni scorsi, quando noi cercavamo di assumere i diplomati agli istituti tecnici, come quelli dell’Aldini Valeriani o dei Salesiani, i più grandi erano già tutti “precettati” da queste aziende. Per questo oggi, nei nostri colloqui di assunzione, spesso incontriamo i lavoratori che non sono stati confermati da queste aziende con la scommessa di farli innamorare del nostro progetto.

Lamberto. I colloqui di ricerca del personale che facciamo ci offrono una fotografia dell’attuale mercato del lavoro. A noi poco importa se questi lavoratori sono stati “scartati” dalle grandi aziende, perché non è detto che una persona non confermata in altre imprese poi non sia quella che possa calarsi in modo adeguato all’interno della nostra realtà aziendale.

Raffaele. Ma non basta avere la “buona volontà” di lavorare, perché occorrono anche altre caratteristiche e, per esempio, che il collaboratore porti a conclusione e bene il proprio lavoro. Soltanto con la “buona volontà” il lavoratore non realizza ciò che occorre all’azienda. È questo il problema. Pertanto noi, solitamente, tendiamo a coinvolgere i collaboratori anche nei nostri progetti. Io posso dire che nella nostra azienda abbiamo formato tante persone e molte poi si sono anche messe a lavorare in conto proprio. La formazione si fa in azienda e, per noi, questo avviene anche quando, per esempio, io lascio fare cose che normalmente non lascerei passare. Ma il mio compito è anche dare un contributo affinché in MWM ciascuno cresca nel ruolo che svolge.

Alla recente edizione della fiera Autopromotec, la biennale internazionale delle Attrezzature e dell’Aftermarket Automobilistico (Bologna, 21 maggio 2025) il vostro stand è stato fra quelli più apprezzati, con gruppi di giovani assiepati attorno alle vostre attrezzature. Come mai questo successo?

Raffaele. Sicuramente è stato vincente approntare dimostrazioni pratiche sull’utilizzo delle nostre attrezzature, ma anche il nuovo design e i nuovi colori sono stati vincenti. Infatti, abbiamo rinnovato il nostro marchio e abbiamo presentato nuovi prodotti legati alla riparazione della carrozzeria senza dover togliere la vernice (PDR).

Lamberto. Il nostro nuovo marchio ha seguito anche l’idea del design delle nuove saldatrici che abbiamo presentato insieme al nostro nuovo induttore, Heat Beat Inductor, che, attraverso la generazione di un campo elettromagnetico, riscalda e rilassa la parte di lamiera da riparare. È una novità assoluta, perché oggi con un unico induttore è possibile riparare le carrozzerie, sia in acciaio sia in alluminio, che hanno ricevuto un piccolo danno, come per esempio il danno da grandine. Come dico sempre: occorre alzare l’asticella per produrre qualità.

 

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