Questo numero della rivista affronta i pregiudizi che hanno pesato sulla vita delle donne nella famiglia, nell’impresa e in vari ambiti della società civile, attribuendo loro l’inaffidabilità, la volubilità e, addirittura, la scarsità d’intelligenza. La casa editrice Spirali ha appena pubblicato una nuova edizione della traduzione dal latino del Martello delle streghe, il testo ecclesiastico ufficiale delle persecuzioni contro le streghe, di cui si sono serviti gli inquisitori dei secoli successivi al 1486 (anno della sua prima pubblicazione) per mandare al rogo centinaia di migliaia di donne in tutta Europa accusate d’infliggere malattie, di arrecare danni agli animali e ai raccolti, praticare aborti, di uccidere bambini e di avere il monopolio delle droghe. I due inquisitori domenicani che l’hanno scritto, Heinrich Institor e Jakob Sprenger, nell’asserire che femmina deriva da fides minus, trovano anche una giustificazione etimologica all’inferiorità delle donne, alla loro propensione per ogni vizio e crimine…
Mi sono spesso chiesto da dove derivi questa avversione per le donne e presumo che abbia origini molto antiche, risalenti addirittura alla preistoria, quando la forza fisica permetteva all’uomo di affrontare i pericoli della foresta per procurarsi il cibo, mentre la donna restava nella grotta in attesa del suo ritorno, dipendendo da lui per la sopravvivenza propria e dei figli. Da questa dinamica potrebbe essere nata l’idea che la donna fosse totalmente subordinata all’uomo, una sorta di proprietà a sua disposizione.
D’altronde, l’indipendenza delle donne è una conquista relativamente recente anche in Occidente: basti pensare che in Italia il diritto di voto è stato ottenuto solo nel 1946. Ancora oggi, in alcuni paesi, le donne sono private dell’accesso all’istruzione, alle arti, alle professioni, all’insegnamento e sono costrette a sottostare a matrimoni combinati, persino in età preadolescenziale. Questi sistemi sociali, in sostanza, rinunciano al contributo di metà della loro popolazione.
A questo proposito, è emblematico il film Il diritto di contare, ambientato nella Virginia segregazionista degli anni sessanta, dove la legge imponeva una netta separazione tra bianchi e neri. Alla NASA, i lavoratori afroamericani erano confinati in un’area isolata dell’edificio e considerati una forza lavoro flessibile da sfruttare a piacimento. Tuttavia, nonostante le barriere razziali e di genere, tre scienziate nere – Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson – riuscirono a dimostrare il proprio valore, contribuendo in modo decisivo all’invio di un uomo in orbita e poi sulla Luna.
Questo episodio rappresenta una straordinaria testimonianza di come parte della società americana abbia riconosciuto l’assurdità della discriminazione, sia di genere sia razziale. Eppure, ancora oggi, il razzismo e il sessismo persistono anche in contesti che si dichiarano progressisti e meritocratici. Un esempio significativo è la Silicon Valley, spesso celebrata come il regno delle opportunità per chi ha idee innovative. Purtroppo, però, non mancano prove del contrario, come ha riportato un ingegnere italiano che ha incontrato di recente alcuni colleghi californiani: chi supera il metro e novanta di altezza ha maggiori probabilità di ottenere finanziamenti rispetto a chi è più basso; se poi è un uomo bianco e con un fisico atletico, le probabilità aumentano ulteriormente. Al contrario, se è una persona di colore, le sue chance si riducono al 5%, e se è una donna nera, è praticamente impossibile: meglio che cambi mestiere, perché nessuno investirà su di lei.
Che assurdità! Non sanno cosa si perdono. Nella mia esperienza, ho constatato che l’apertura, l’ascolto e l’assenza di pregiudizi sono elementi fondamentali per lo sviluppo di un’impresa. Ma non solo: lavorare in un ambiente inclusivo vuol dire respirare, incontrare le persone e sentirsi parte di un contesto sano e stimolante. Questo incide direttamente sul benessere personale: alla fine della giornata, si torna a casa con la mente libera, pronti a dedicarsi ad altro, anziché crollare sul divano lamentandosi di essere in burnout.
Eppure, non riesco a comprendere perché lo Stato italiano – che non è certo arretrato in termini di civiltà – non riesca a sviluppare politiche concrete a favore delle donne. Per esempio, misure di sostegno alla famiglia che consentano alle donne di coltivare i propri talenti e le proprie passioni professionali. Cosa rappresentano, in fondo, alcuni mesi di assenza dal lavoro rispetto all’intero arco di una carriera? Nulla, se pensiamo al beneficio che ne deriverebbe per l’intera società. Dovremmo considerarlo un investimento, per tutti.
In effetti, si parla tanto di pari opportunità, ma nella realtà quanti sono disposti a dare fiducia e strumenti alle donne di talento?
Ma è assurdo non farlo! Certo, occorre mettere la donna nelle condizioni migliori per esercitare i propri talenti ma poi sta a lei sfruttare l’opportunità, non estraniarsi dalle attività e dagli obiettivi dell’azienda. E non parlo della mia azienda, anzi, voglio citare un semplice esempio. Per una serie di circostanze, in EUROLAB Aisbl, la federazione europea delle associazioni dei laboratori, enti di certificazione e di ispezione, ci siamo trovati nelle condizioni di sostituire il Segretario Generale, uomo di grande esperienza e leadership, doti indispensabili per questa funzione. Ebbene, nell’occasione non abbiamo avuto alcun dubbio a offrire la posizione a Laura Martin, una donna di grande talento – al quale corrispondeva altrettanto impegno – che stava svolgendo un incarico di minore rilievo in altra associazione. Credo che Laura ed EUROLAB possano essere un esempio per le aziende e per le donne: dopo un diploma in giornalismo e una laurea in lingue moderne all’università di Bucarest, Laura Martin si sposta a Bruxelles dove frequenta un master in comunicazione. Da qui inizia con impegno un percorso di collaborazioni e internship che la portano a costruirsi un buon network di relazioni e quindi a scalare le posizioni fino all’incarico di communication manager e international affair manager e a rappresentare l’associazione tra gli stakeholder, nei convegni, negli incontri istituzionali. Di fronte alla necessità di ricoprire una funzione anche superiore a quella svolta fino a quel momento, quale imprenditore con un minimo di progettualità strategica non darebbe l’opportunità a una persona con tali caratteristiche di competenza e impegno? E basta il pensiero che, essendo donna, prima o poi, probabilmente sarà anche mamma e dovrà assentarsi dal lavoro per un certo periodo a farlo desistere dalla scelta? Sarebbe un imprenditore veramente poco lungimirante. Laura Martin è Segretario Generale di EUROLAB ormai da tre anni e, oltre a concentrarsi quotidianamente sul progresso e sul contributo ai percorsi evolutivi della Federazione, riesce anche a mantenere un ottimo equilibrio tra lavoro e vita privata, coniugando il gioioso e meraviglioso viaggio della maternità e della famiglia con uno sviluppo professionale appagante.
Come constatiamo, occorre la progettualità strategica dell’imprenditore, tanto nella scelta iniziale quanto nel favorire condizioni di lavoro che non siano in contrasto con le scelte di vita, ma anche le caratteristiche della persona, l’impegno alla formazione continua, la passione per un lavoro appagante in quanto interessante e non in contrasto con le proprie aspirazioni vitali. E questo non si applica solo alle posizioni di vertice delle aziende, questo è valido per ogni persona e per ogni funzione aziendale. Discriminare le donne sul lavoro non è solo ingiusto, è stupido, crea disagio nella persona e nei suoi colleghi e rende l’azienda meno efficiente.
Occorre offrire opportunità alle donne, come a ciascuno, e non basta la parità di genere, perché non siamo tutti uguali, dobbiamo mirare all’equità di genere. Le donne sono molto più coinvolte nella vita familiare: hanno mariti, figli e anziani da accudire, e, come se non bastasse, sebbene le cose stiano cambiando, sopportano ancora il carico maggiore dei lavori domestici. Quindi dire che occorre la parità di genere sul lavoro è proprio il minimo indispensabile, ci vuole equità.
La normativa UNI PdR 125 fornisce alcuni parametri di riferimento, ma il vero nodo è culturale. Dobbiamo superare l’idea che lavoro e vita siano due ambiti separati da bilanciare: mentre lavoriamo, viviamo. Il lavoro è parte integrante della nostra esistenza, e per questo è fondamentale creare condizioni che permettano alle persone di esprimere il proprio talento senza dover sacrificare altre dimensioni della loro vita. Serve un approccio che favorisca l’integrazione tra il percorso professionale e quello personale, con un supporto concreto soprattutto nei momenti più delicati.
Certo, in questo modo l’azienda valorizza la particolarità. Se invece mira alle “pari opportunità” rischia di distribuire l’uniforme, che vale solo a militarizzare l’itinerario…
Esatto. Oggi la tecnologia ci viene in aiuto: le nostre collaboratrici che si assentano dal lavoro per nove o persino dodici mesi, sfruttando l’intero periodo di maternità, restano comunque vicine all’azienda. Tengono alla loro funzione, vogliono mantenere i contatti e rimanere aggiornate. Per questo partecipano volentieri alle riunioni da remoto, senza alcun obbligo di frequenza o di ritmo, ma in assoluta libertà. I modi per restare in contatto con il lavoro non mancano, a patto che ci sia quell’approccio culturale per cui il lavoro è parte della vita, non un elemento contrapposto ad essa. Se il lavoro è vita, non abbandoni completamente ciò che ti piace; non trascorri dodici mesi senza parlare con i tuoi colleghi, senza sapere cosa succede, per poi affacciarti all’improvviso e chiedere: “L’azienda esiste ancora?”.
E per quanto riguarda le donne in TEC Eurolab?
Il nostro organismo di certificazione sta per ottenere l’accreditamento per certificare la parità di genere nelle aziende. Questo ci ha portato a riflettere innanzitutto sulla nostra realtà: siamo davvero in linea con i requisiti richiesti dalla normativa? Se guardiamo al CdA, vediamo che è composto da quattro membri, di cui solo una donna, il cui contributo è però preziosissimo sia in termini professionali sia in quanto non socia dell’azienda e quindi in grado di esprimere pareri indipendenti, cioè non influenzati, neppure involontariamente, da interessi specifici dei soci. Insomma, ancora una volta, in grado di esprimere competenze, equilibrio, passione e, tutto sommato, guarda il caso, in questo assomiglia a Laura Martin. Se invece analizziamo il livello immediatamente inferiore di governance, ossia i manager che gestiscono i vari dipartimenti, le donne sono in maggioranza. E devo dire che il loro contributo è fondamentale, non solo per le competenze specifiche, ma anche per l’equilibrio che apportano al gruppo, il loro approccio pragmatico e la loro grande affidabilità. L’intera azienda trae vantaggio dall’apporto delle donne.

