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UN SERVIZIO SENZA SERVILISMO E SENZA SUDDITANZA

psicanalista, brainworker, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

Da Aristotele alla cancel culture contemporanea, passando per il Martello delle streghe, il manuale degli inquisitori del quindicesimo secolo, la questione donna e le donne sono sempre state questioni da eludere, o da risolvere situandole in una relazione, in un sesso o in un genere, per edificare volta per volta l’assetto sociale dominante. Il fallimento di questa inscrizione normativa, dato che le donne non possono costituire un insieme, ha comportato la loro persecuzione, culminata nei roghi del Medioevo, negli ospedali psichiatrici dell’Illuminismo, nella segregazione famigliare dell’Islam e nei femminicidi dell’Occidente odierno.

Questione di patriarcato? Non è così semplice, in Occidente, e nemmeno in Oriente. Per quanto riguarda l’Islam, è importante l’annotazione del generale Giorgio Battisti, quando scrive nel suo testo che in Afghanistan le donne sono definite dalla relazione con l’uomo (“sorella di”, “moglie di”), quindi senza l’uomo non hanno un proprio nome, perciò né autorità, né lavoro. Sembra un abominio, ma da sempre, secondo l’antropologia occidentale, nel sistema delle parentele le donne non devono avere nome (dunque sono presunte nell’anonimato sociale), ma sono essenziali alla trasmissione del nome di padre in figlio, per un corretto ordine sociale, basato su una corretta condivisione dei simboli. E lo stesso Jacques Lacan vi resta invischiato quando afferma nei suoi Scritti (Einaudi) che importa non solo il modo con cui la madre si colloca in rapporto alla persona del padre, ma anche “il posto che riserva al Nome-del-Padre nella promozione della legge”.

Questo anonimato sociale, finalizzato al supporto del nome, dunque alla parentela e alla genealogia, è una negazione del nomen, che viene sostituito dal posto occupato nella relazione. Ben altro dall’anonimato originario – di cui le donne, come notano in questo numero Arianna Silvestrini e Caterina Giannelli, sono indici –, una funzione della parola essenziale per l’instaurazione di una teoria del simbolico senza ordine gerarchico né sistema di simboli. Sono indici perché indicano che, parlando, il nome non è il “proprio nome”, non è assumibile, non fonda un’origine né un’identità personale. A questo anonimato del nome (che non prescinde dall’innominabilità del nome, di cui è indice il padre) si erano accostati il matematico Giuseppe Peano, quando sottolineava che anche lo zero è numero, e Sigmund Freud, quando teorizzava la funzione di rimozione, strutturante quello che egli chiama l’inconscio. L’anonimato del nome – non delle donne, considerando che le donne ne sono un indice – comporta che le donne non siano funzionali alla riproduzione sociale e al perpetuarsi dell’autorità di chi detiene il nome, non costituiscano il luogo del negativo e del male (come volevano gli inquisitori) per la loro economia, quindi non consentono il principio della circolazione dei beni e il dominio dell’avvenire, ma ne comportano la vanificazione. Se non c’è il “proprio nome”, se del nomen non c’è il nome, esso non può essere preso o dato, cancellato o tolto, dunque non può fondare l’identità o la genealogia: l’auctoritas non è più il dominio di chi detiene o nomina il nome, di chi ha il nome del nome, ma risulta, secondo l’etimo, incominciamento, aumento, rilancio che vanifica ogni padronanza genealogica o archeologica sulla parola.

Una donna non subisce l’auctoritas, la indica senza personificarla. Su questo anonimato si annuncia un altro simbolico, che non stabilisce l’ordine dei simboli per l’economia della comunicazione e della trasmissione nel sistema sociale. In assenza di un nome del nome che fondi la corretta genealogia e archeologia, si avvia una sintassi non grammaticale – strutturata dall’equivoco, dal qui pro quo, non dalla normativa, come scrive nel suo articolo Anna Spadafora – che al simbolo giunge, non lo presuppone. Con la questione donna il simbolico non è il sistema di riferimento a un senso, ma è una rete, una series sintattica, un aspetto della memoria in atto in ciascuna esperienza, dunque della storia come ricerca in atto di cui la legge della parola è il compimento, non la causa, per cui il senso e il godimento sono effetti linguistici imprevedibili e non definibili da nessun legislatore.

Il lessema “series” della series sintattica, che esige anche la series frastica e la series pragmatica, insiste nel lessema servizio; per questa via il servizio non può essere considerato il segno della sottomissione o della dipendenza. Svincolata dal riferimento alla relazione sociale, la questione donna si specifica come questione della series, del suo dispositivo, del servizio intellettuale, non della subordinazione, questione del “nome proprio”, non del “proprio nome”. Il servizio intellettuale è il brainworking, il dispositivo della parola, il dispositivo della ricerca e dell’impresa, il dispositivo di scrittura della ricerca e dell’impresa, il dispositivo di direzione e di valore. Così l’intervento delle donne nell’impresa, nella scuola, nella professione, nella politica introduce una serie senza servilismo e senza sudditanza, nota Antonella Silvestrini in questo numero: questa seriazione pragmatica, narrativa, supporta il processo di valorizzazione dell’esperienza. Come scrive Armando Verdiglione nel libro Il gusto dell’onestà (Spirali): “La series è irreversiva e irreversibile. Senza l’idea di salvezza, il servizio della parola è il servizio intellettuale. Il suo approdo è il piacere. È l’approdo alla cifra della vita”.  Contro questa series e il suo dispositivo, il servizio intellettuale, si rivolge ogni dittatura, ogni blocco ideologico all’insegna del radicalismo e del purismo, avviando campagne contro la parola, contro la sua anomalia, contro le sue particolarità, contro il servizio intellettuale. Non è solo questione di patriarcato. È innegabile che questa persecuzione si ammanti di severità e di moralismo, si serva del protezionismo e dell’assistenzialismo, si nutra dell’invidia e della vendetta, distribuisca la pena e la punizione, aneli alla mortificazione e alla purificazione. Queste sono modalità e categorie che riscontriamo, più che nel patriarcato, soprattutto nelle mitologie materne – spesso assunte dagli uomini e dalle loro comunità di spirito – imperniate nel culto della Madre, debitrici della credenza nelLa donna, impersonificata in Sophia o nella Sfinge, rispetto a cui ogni donna è castrata o mancante o difettosa, dunque inaccettabile, e può essere sacrificata o uccisa. E spesso, tra accuse e delazioni, le donne stesse hanno assunto questa intolleranza contro le donne, si sono fatte complici dell’inquisizione, nel Medioevo come oggi: da Caterina Rosa, che, come scrive nella Colonna infame Alessandro Manzoni, con la sua denuncia contribuì alla condanna di Gian Giacomo Morra e Guglielmo Piazza, a Abigail Williams, che nei processi di Salem del 1692, negli Stati Uniti, accusò altre donne di praticare la stregoneria. Essenziale a questo proposito l’annotazione di Verdiglione nel libro Il gerundio della vita. Analisi e clinica (Spirali): “Sotto le dottrine misteriche, religiose, sociali il matriarcato e il patriarcato sono complementari: la loro base ideale, nel suo arbitrio, nella sua gratuità, è il matricidio”.

Del matricidio Verdiglione diede l’enunciato già nel 1980 nel libro La peste (Spirali): “Ti faccio dono di quella morte che tu supponi in me”. Questa specularità della morte abolisce la questione donna. Ma se viene tolta, idealmente, la questione donna, viene instaurato il nome del nome, cioè la morte del nome, e resta il maternalismo, il quoad matrem, il matricidio come negazione del mito della madre. Troviamo il maternalismo, per esempio, nel regno delle Madri del Mefistofele di Goethe: “Esito a disvelar l’alto mistero./Regnano Dee in solitario impero,/spazio né tempo intorno a esse appare./Solo parlarne provi turbamento./Sono le ‘Madri’!”.

Il regno delle Madri, con tutto il suo turbamento, procede dall’abolizione della questione madre: è il matricidio, la madre che muore. E, tolta l’auctoritas, il padre si fa figlio e, come figlio, procede dalla madre che muore, in una matrilinearità in cui il figlio è educato alla comunità di spirito: la razza, la classe, l’umma, la banda. È educato sotto l’egida di Sophia, con la sua religione del tempo, dunque è pronto al colpo di grazia della Sfinge, con la sua religione della morte.

Il mito della madre è il mito della terra: è il mito del tempo pragmatico, del tempo in cui le cose si fanno. Questa terra senza confini e senza fine ha seguaci, ma non ha luogo, salvo il territorio, dove abita lo spirito. In nome della Grande madre, chi proclama di difendere il territorio sta per occuparne un altro in nome della sicurezza imperiale. L’imperialismo è la forma principale di maternalismo. Il regno delle Madri, con il suo mistero, fornisce le basi all’impero, cui si ispira ogni dittatore, con il suo puritanesimo, con il suo purismo e fondamentalismo. Sotto il segno dell’Unico, il dittatore porta a compimento il compito dell’inquisitore e abolisce il servizio intellettuale, si fa servus servorum, applicando laicamente il precetto pontificale e, in nome dell’eterno femminino, cancella le donne, la cultura e le arti.

Oggi l’oligarchia mondialista, con la sua arbitrarietà matricida, modifica di volta in volta le forme di governo nei vari paesi e canta la novella imperiale come novella degli dèi, degli uomini e dei popoli. Ma invano. Dall’Iran alla Cina, dalla Russia alla Turchia la questione donna non si chiude, è inconciliabile con l’unità, non supporta nessun universo: è la questione della parola, dell’interlocuzione, dell’auctoritas, del “nome proprio”, della series che procede dall’apertura, dalla questione intellettuale secondo la particolarità. La questione donna è la questione dell’intersezione dell’arte come gioco e della cultura come invenzione, della combinazione del corpo che non muore e della scena senza sacrificio, che attraversa le stesse narrazioni delle inquisizioni e delle dittature, marcandone la fatuità.

 

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