SPUMANTE FERRARI: IL MITO CONTINUA

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responsabile comunicazione Gruppo Ferrari F.lli Lunelli S.p.A., Trento

Il paesaggio del Trentino è caratterizzato da montagne maestose ma difficili da scalare. Forse l’eccellenza dei vostri vini dipende anche dal fatto che la vite deve confrontarsi con queste asperità e il prodotto che se ne ricava porta con sé, nella ricchezza di aromi e di profumi, la traccia dello sforzo compiuto?

È esattamente così. Le uve che compongono le cuvée del Ferrari non solo provengono dalle zone della Trento DOC, ma sono tutte di alta collina. Come lei ha intuito, per un’uva semiaromatica come lo Chardonnay, che è alla base delle nostre bollicine, l’altitudine porta a un esito straordinario. Alla vocazione naturale del territorio, però, va aggiunto il merito dell’intuizione quasi geniale di Giulio Ferrari, che era innanzitutto un vivaista, quindi molto attento alla viticoltura, prima ancora che all’enologia. Alla fine del l’Ottocento, dopo avere studiato in Francia, prima a Montpellier e poi nella Champagne, riuscì a cogliere l’affinità fra due territori molto lontani e diversi tra loro: in Trentino, mille chilometri più a nord rispetto alla Champagne, si poteva coltivare lo Chardonnay non in fondovalle ma in alta collina, ritrovando un clima simile in molti aspetti, in particolare per quanto riguarda l’escursione termica tra il giorno e la notte che, soprattutto nell’ultima fase di maturazione dell’uva, dona l’intensità e la ricchezza aromatica tipica sia dello champagne sia dei vini delle colline trentine.

Può fare un esempio del processo di qualità, grazie al quale lo spumante Ferrari riceve i massimi punteggi dalle più autorevoli guide del settore, fra cui i “Tre bicchieri” del Gambero Rosso?

La qualità è nata con il Ferrari, il nostro compito è quello di puntare a un miglioramento continuo, quindi all’eccellenza, attraverso un controllo completo della filiera, dalla terra alla tavola. Alcune cantine che come Ferrari producono con il metodo classico acquistano il vino base e in seguito lo spumantizzano, ossia seguono il processo da un certo stadio in poi. Ma questo non dà garanzia assoluta perché non si ha la certezza dell’esito finale che si otterrà dopo molti anni, e noi non possiamo correre il rischio di ritrovarci in cantina tre o quattro annate di produzione con un livello qualitativo scarso. Noi produciamo tutte le riserve, i millesimati e i prodotti speciali con le uve dei vigneti di nostra proprietà o di vigneti con i quali abbiamo istituito negli anni un sistema di controllo che si avvale di un team di quattro agronomi e otto enologi che seguono tutti i dettagli: al momento della vendemmia, i fornitori hanno la certezza sia del raggiungimento del livello qualitativo dell’uva da noi richiesto, sia di uno sbocco sicuro e ben remunerato. Negli anni, si è creata una sinergia importante, che è un esempio di attenzione alla qualità. Come mi raccontava mio padre, negli anni settanta, spingere un contadino a diradare, tagliare e buttare via un terzo o addirittura metà della sua produzione era arduo, però accadeva e accade tuttora, perché a volte i vigneti sono molto produttivi in termini quantitativi, ma lo sforzo della pianta per produrre tanta uva fa sì che il singolo grappolo non sia di qualità adeguata al Ferrari. Addirittura, come racconta mio zio Mauro, siamo arrivati a “pagare a un prezzo più alto l’uva imperfetta, quella che poi scartiamo, affinché qualche contadino non sia tentato di ricorrere all’astuzia di nasconderla sul fondo delle cassette”.

Nel 1952, Bruno Lunelli acquistò la cantina da Giulio Ferrari, che a cinquant’anni dalla nascita aveva limitato la produzione a 8800 bottiglie. Lei e i suoi cugini rappresentate la terza generazione, e intanto le bottiglie sono diventate qualche milione e vengono stappate in Italia e nel mondo per i brindisi più famosi, come alla notte degli Oscar a Hollywood.

Goethe dice nel Faust: “Conquista, per farlo tuo, ciò che hai ereditato dai tuoi antenati”. Che cosa vuol dire mantenere e trasmettere un mito?

Mantenere un mito è molto difficile, ereditare un’azienda che è un piccolo gioiello è una sfida più grande rispetto a quella di ricevere un’azienda da rimettere in sesto. Dobbiamo ringraziare i nostri predecessori, mio padre e i miei zii, che ci hanno trasmesso questa eredità, anche se continuano a lavorare in azienda per seguire quella che è, in un certo senso, la loro creatura. E noi siamo contenti di confrontarci con loro sulle strategie essenziali, perché abbiamo una responsabilità importante nel portare avanti l’azienda con altrettanto successo.

Quando è stata ufficializzata la consegna alla nuova generazione nel 2005, mio zio Mauro si è espresso in questi termini davvero encomiabili: “Il mercato non è più rappresentato dalle persone che io conosco, non è più dei settantenni, quindi io non ho più la percezione del mercato”. Ha capito che occorre una nuova sensibilità verso i mercati di paesi che io e miei cugini – conoscendo le lingue e avendo vissuto all’estero – possiamo vantare. Chi ci ha preceduto ha compiuto un lavoro straordinario soprattutto nell’affermazione del marchio in Italia, ma a livello internazionale abbiamo ancora molto da fare e questa sarà la nostra grande sfida per il futuro.