L'ARTE EBRAICA E LA CABALA

Qualifiche dell'autore: 
docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel di Gerusalemme, dopo anni di insegnamento alla Sorbona e all’Università di Gerusalemme. Tra gli incarichi ricoperti all’estero, la raccolta di fondi (1984-1986) in favore degli etiopi in Francia e in Italia e l’intervento a una conferenza, tenutasi a Rodi nel 1998, sul ruolo della donna nella tradizione ebraica. Per la casa editrice Spirali ha pubblicato L’arte ebraica e la cabala (2000) e Akiba (2001).

Intervista di Sergio Dalla Val

Come mai si può parlare di arte ebraica, nonostante il secondo comandamento vieti la rappresentazione di Dio, degli uomini, delle cose?

Gli artisti ebraici si sono espressi in tutte le forme d’arte durante i secoli. L’ambiente in cui vivevano fu determinante: fra i cananei, i greci e i romani, gli ebrei non hanno fatto uso di arte figurativa, eppure nel Talmud ci sono discussioni molto interessanti al riguardo; per esempio, Rabbi Meir accetta che gli ebrei abbiano statue nelle loro case. Rabbi Yehuda Ha-Nasi (III sec.) è dello stesso avviso. In un contesto musulmano gli ebrei rimasero fedeli al comandamento, tanto più che i loro ospiti erano ferocemente iconoclasti. In un contesto cristiano, invece, fanno uso di arte figurativa, quindi è possibile dire che il rispetto del comandamento e la sua interpretazione dipendevano dall’ambiente religioso e culturale in cui vivevano.

Con le scoperte archeologiche delle sinagoghe antiche in Israele e fuori, sappiamo adesso che l’arte figurativa non era assente. I mosaici di Bet-Alfa, con i segni dello zodiaco, il dio Elio sul carro e le quattro donne o le allegorie delle stagioni, accanto al non-sacrificio di Isacco o agli oggetti del tempio, sono la prova di questo. Corazin, Cafarnao, Bet Shearim, in Israele, testimoniano la medesima presenza del figurativo. La scoperta di due sinagoghe a Dura-Europos, in Siria (III sec.), rivela magnifici affreschi di diverse scene bibliche, con una moltitudine di personaggi.

Potremmo credere che il pensiero ebraico, così fortemente impregnato della potenza della parola, del numero, della musica e della matematica, non sentisse il bisogno di inscriversi nell’immagine; eppure, Dio incarica Bezaleel, il primo artista, di una delle più belle creazioni artistiche della storia ebraica: il mishkan, o Tabernacolo del deserto.

Nel suo libro lei scrive che non si tratta, per gli ebrei, d’intolleranza per l’immagine. Ma allora perché le limitazioni?

Ci sono varie ragioni. La prima è la più semplice: la Torah, come tutta la Bibbia, si contrappone all’arte pagana cananea, ittita, mesopotamica e, ancora di più, egizia, e condanna are, sfingi e leoni alati come abominio e insulto all’intelletto e ai sensi. Il disprezzo dei profeti d’Israele per le statue “che hanno occhi e non vedono, che hanno orecchie e non sentono” s’indirizza di fatto verso tutte le forze mitiche, magiche o naturali che hanno esercitato il loro potere sull’uomo nel corso del tempo.

La seconda ragione è molto più interessante. Oltre alla volontà di spezzare gli idoli, la Torah afferma la necessità capitale per l’uomo, ignorata invece dall’occidente, di non vivere al livello della natura, ma di superarla; la necessità di non disprezzarla, ma di controllarla, di dominarla e di non accontentarsi d’imitarla. Il corpo umano è presunto venire al mondo compiuto e perfetto? Ciò che è naturale per la Torah è totalmente incompleto: la circoncisione, o brit-mila (alleanza della carne), interviene a perfezionarlo scoprendone l’organo della procreazione. Un paradosso. Non si perfeziona aggiungendo, bensì togliendo, privando, come avviene nella scultura. Un bambino diventa ebreo soltanto all’ottavo giorno di vita, quando ha compiuto una settimana (quindi uno shabbat) più un giorno, quando ha superato lo statuto naturale del sette (la perfezione naturale: i sette giorni della settimana o le sette note, per tutti i popoli, non soltanto per il popolo ebreo) per elevarsi al registro dell’otto, simbolo, nella tradizione ebraica, del marchio umano sulla natura. Il segreto del popolo ebraico è che non vive a livello del sette, dell’istinto, ma a livello dell’istinto controllato dalla ragione, dunque il livello dell’otto…

La terza ragione è che nella Bibbia ebraica non esiste presente, ma soltanto passato e futuro. Questa concezione ebraica spazio-tempo è totalmente opposta al pensiero greco, in cui il tempo è un circolo chiuso e Crono mangia i suoi figli. In questo tempo greco non c’è creazione, poiché la materia viene considerata eterna, il fato è il destino crudele, che conduce tutto, come nella tragedia greca. Il tempo ebraico si rivolge in una spirale dove non si passa mai per lo stesso punto, ma, al contrario, ciascuno tenta di oltrepassare il punto precedente. Il Messia è sempre da venire e dire che è già venuto per un ebreo è proprio come chiudere il tempo. Il nome di Dio, com’è espresso nel Tetragramma, è composto di quattro lettere (YHWH): sono soltanto consonanti, ma nessuno sa come pronunciarle, perché questo nome è l’espressione dell’infinito. Il Tetragramma esprime le tre dimensioni del tempo, l’eternità. Dunque non è qualcosa di misterioso, non è questione di fede religiosa, è il fatto che l’infinito non si può pronunciare; d’altronde, in ebraico il verbo “essere” al presente non si coniuga, poiché l’essere è per definizione ciò che si trova in perpetuo divenire. 

Allora non c’è definizione, non c’è idolo, non c’è statua, c’è solo l’infinito?

Diversamente dal tempo ciclico e spazializzato del pensiero greco, il tempo ebraico è legato a una qualità naturale. La Bibbia ha colto l’uomo, l’essere umano nella durata, nel suo fluire attraverso il tempo. La Torah insegna all’uomo a liberarsi dallo spazio, a pensare la realtà in termini di durata. Questo tempo ha un inizio e una fine. È costruttore e salvatore, e Dio agisce entro un tempo storico: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto dalla condizione di schiavitù”.

Dunque, la definizione che Dio dà di se stesso nel primo comandamento, il più importante di tutta la Torah, non è “Io sono il gran creatore”, bensì “Io sono il liberatore dalla schiavitù”.

Tutti noi, ebrei e non ebrei, siamo in schiavitù delle ossessioni, della televisione, della fede e dell’ambizione. Tutto ciò è schiavitù. Dunque, la morte è inevitabile, è naturale, la questione dell’immortalità non esiste nella Bibbia, e ciò è per me meraviglioso… Per gli ebrei l’immortalità è nella tradizione: i figli dei figli, dei figli, dei figli, e basta.

Qual è il valore dell’opera d’arte?

L’opera d’arte non può avere come fine ultimo la propria essenza; per gli ebrei essa non è bella, ma tende a essere una matrice in grado di ricevere la luce dall’Alto, o shefah, nella cabala, perciò aspira a trascendere la rigidità delle cose e a trasmettere il fluido dinamismo della vita. L’arte ebraica fu sempre un’arte concettuale e simbolica, relazione con l’Alto, rivelazione del segreto spirituale, dell’infinito, o en sof. L’arte rivela il trascendentale, e l’artista è il suo prete. L’ebraismo vede nell’arte non l’esperienza fissata delle forme, ma la vita stessa. Soltanto la vita nel suo eterno e inquietante mutamento è l’arte suprema. L’ebraismo (lungi dall’essere una religione!) è un’arte di vivere. 

Affidare all’uomo una responsabilità nella creazione, non comporta favorire un’idea di padronanza, anche violenta, sulle cose?

Nel testo ebraico non si dice “dominare il creato”, si dice “organizzare”, “rispettare”. Per questo, ogni anno, Rosh-ha-shanà (una delle grandi feste ebraiche) segna l’anniversario della creazione dell’universo, l’impegno dell’uomo e la sua responsabilità: gli ebrei vanno di fronte al Creatore, che è l’infinito, non ha immagine, vestito di bianco, come in un tribunale, per testimoniare ciò che si è fatto, in quanto anche l’uomo è responsabile della creazione. Dunque, la causa è la stupidità dell’uomo, che distrugge tutto. È questa la verità. La verità non è un ideale. La verità è anche che c’è speranza e questo si chiama Messia; perché l’uomo non è una creatura perfetta e si deve perfezionare: la perfezione è una cosa che si vive ogni giorno.

A Gerusalemme oggi si vive la guerra e la politica israeliana è messa sotto accusa…

Quando si parla di Israele i media rilevano i Palestinesi morti, ma dove si dice che in un anno sono state assassinate centinaia di persone innocenti in attentati a Gerusalemme, a Tel Aviv? Le televisioni francese, tedesca e italiana non ne parlano, perché sono più importanti i Palestinesi. Più di un anno fa il signor Barak ha offerto al signor Arafat quello che per noi ebrei era uno scandalo: il monte del Tempio, la città antica di Gerusalemme, praticamente tutto. E lui, che ha ricevuto il Nobel per la pace, non dimentichiamolo, non ha accettato. È iniziata un’intifada e non ne sappiamo il motivo. Da più di un anno ci sono innocenti che muoiono da entrambe le parti per nulla. Eppure la pace era tanto vicina un anno fa. Arafat, invece di occuparsi del suo popolo, riceve milioni di milioni di dollari, ha una casa sontuosa, ma il popolo non ha da mangiare. Com’è possibile questo?

Ci sarà la pace?

Lo spero. Sono andata a Gerusalemme per questo; ho lasciato Parigi, ho smesso la vita alla Sorbona, per fare questa pace, per viverla con gli arabi, con i cristiani, perché Gerusalemme è il segreto di Gerusalemme. Con l’aiuto di Dio spero che questo giorno non sia lontano.