UN VIAGGIO, UN’ESPERIENZA

Qualifiche dell'autore: 
runner professionista e titolare dell’agenzia Ovunque Viaggi, Modena

Dalla maratona di New York a quelle di Tokyo, Berlino, Chicago, Copenhagen e di tante città e regioni del pianeta, fino alla Grande Muraglia, al deserto del Sahara e al Circolo Polare Artico, sono solo alcune delle opportunità che la vostra Agenzia offre agli amanti dello sport e dell’avventura. In giugno, per esempio, si è svolta la traversata in bici dall’Adriatico al Tirreno Italy coast to coast e in luglio gli appassionati della pedalata hanno potuto scegliere fra il Danubio da Passau a Vienna e i Castelli della Loira. Se per i vostri clienti, dal 1981, il viaggio è arte e cultura è anche grazie alle vostre proposte lontane dalla standardizzazione. Come si costruisce un’offerta così varia?
Nell’impresa non esiste la fortuna, ma la mia è stata quella di non sottovalutare mai il mio lavoro e di credere nell’esperienza acquisita giorno per giorno sul campo. La spinta principale alla base della mia attività è sempre stata la curiosità. Fin da quando, ancora ragazzino, rimasi affascinato dai racconti del titolare della pensione Caprice, a Marina di Massa – dove ero in vacanza con mia madre e mia sorella e dove restai tutta l’estate a fare il cameriere –, Adriano Breschi che, all’epoca, era già stato a New York e per me era una persona fuori dal comune. Purtroppo, la mia speranza di frequentare la scuola alberghiera di Stresa si scontrò con la mentalità dell’epoca: era impensabile che un ragazzo andasse a studiare lontano da casa in così giovane età. Quando, dopo la laurea in Economia e commercio e un’esperienza di lavoro in banca, decisi di fare della passione per i viaggi il mio lavoro, ciascun giorno che trascorrevo in agenzia imparavo qualcosa di nuovo, ciascuna volta che vendevo un viaggio costruivo un’esperienza. La mia crescita è avvenuta giorno per giorno e, dall’unico dipendente che avevo quando ho aperto, sono arrivato ad averne quattordici a Modena e due a Ravenna, indice del buon andamento aziendale nonostante la crisi, oltre la quale cerchiamo di andare con un servizio che spazia su tre settori: turistico, commerciale e sportivo.
Sicuramente mi è stata data fiducia, forse anche perché i clienti potevano e possono ascoltare il racconto dei miei viaggi. È un modo di comunicare non convenzionale rispetto agli altri operatori del settore che, pur essendo molto professionali, hanno viaggiato meno di me. Se, per esempio, un cliente si rivolge a un nostro addetto alla vendita per organizzare un viaggio in Giamaica, io mi avvicino e racconto il mio viaggio in quella terra che ricordo come fosse ieri, nonostante siano trascorsi quarant’anni, e questo è un modo per tenere viva sia la memoria sia il viaggio, dandogli sempre nuova linfa. C’è un filo invisibile che tiene legate le mie esperienze, ma è importante che le persone raccolgano questo filo.
Com’è cambiato il pubblico dagli anni ottanta a oggi?
È cambiato molto. Oggi c’è la tendenza a vivere la vacanza come un momento di stacco dal lavoro e dal ritmo frenetico di tutti i giorni, anziché come un momento di crescita e creatività. A volte mi chiedo come mai la nostra generazione sia stata sempre attratta dai viaggi. Forse perché l’informazione puntava più alla cultura che alla spettacolarizzazione: ricordo gli articoli di Moravia e Pasolini sul “Corriere della Sera” o altri quotidiani, che stimolavano il desiderio di ricerca individuale attraverso il viaggio. Oggi c’è poca partecipazione degli intellettuali ai mezzi di comunicazione e quando c’è se ne fa un utilizzo televisivo che si limita all’immagine patinata. Nel viaggio l’identificazione è molto importante e occorre capire se un cliente che entra in agenzia ha visto una puntata di Alle falde del Kilimangiaro o magari è stato attratto dall’immagine di una bella donna alla guida di una jeep in Namibia. Il desiderio di emulazione c’è sempre stato, ma l’importante è non accontentarsi di voler essere il personaggio con cui ci s’identifica. Il viaggio deve portare verso qualcosa da scoprire, ma cosa possiamo scoprire in un posto che conosciamo già? Eppure, pare che il 92 per cento delle persone ripeta la vacanza nello stesso posto, nello stesso albergo e addirittura chieda la stessa stanza. Questo ci fa capire che purtroppo queste persone intendono il viaggio come un semplice stacco dal lavoro, un contenitore da riempire…
Certo, nel viaggio non si tratta di staccare da un posto per andare in un altro, bensì d’instaurare il distacco intellettuale, per confrontarsi con la solitudine senza la quale non si compie nessun viaggio…
Altrimenti si rischia di togliersi la giacca di tutti i giorni per indossarne un’altra. Ciascun anno organizziamo un viaggio nel sud dell’Algeria, dove sostiamo presso un campo profughi per partecipare a una corsa: prima del viaggio molti si chiedono cosa fare, a parte la corsa, ma quando tornano a casa capiscono quante cose si fanno. Lì, dormiamo nelle loro case, nelle loro tende, mangiamo e beviamo alla loro tavola e con i loro bicchieri, in questo modo riusciamo a scrollarci di dosso quella patina che acquisiamo negli anni, che è soltanto abitudine.
Purtroppo, anziché cercare la differenza, spesso c’è la tendenza ad allinearsi, a cercare l’identità, la sicurezza nell’uniformità, per sentirsi “salvi” nel momento in cui si fa la stessa cosa. E chi non si allinea è considerato un’anomalia. Invece, dobbiamo dare all’uomo la speranza di fare anche qualcos’altro e d’incontrare persone differenti da lui.