IL TESORO DI SPILAMBERTO

Qualifiche dell'autore: 
ingegnere (CNH, Modena), presidente del Centro culturale Il Torrione (Spilamberto) cofondatore dell’”Ordine dei Cavalieri di Lamberto”

Spinalamberti, ora Spillamberto. Nella storia della Badia di Nonantola ho confutata la volgare tradizione che il nome di Spina Lamberti fosse dato a questo luogo perché ivi fosse ucciso l’anno 898 l’Imp. Lamberto”. Così scrive Girolamo Tiraboschi (1731-1794) nel suo Dizionario topografico storico degli stati estensi (Modena, 1824-5, postumo).

Tuttavia, proprio a Spilamberto, l’Imperatore è ricordato nel nome dell’associazione “Ordine dei Cavalieri di Lamberto”, fondata nel 1995, che ogni anno attribuisce il premio “Lamberto d’oro” a chi si è particolarmente distinto per qualità umane, professionali o sociali. Nell’anniversario dell’undicesimo centenario della morte dell’Imperatore (898-1998), il premio è stato assegnato a Rolando Rangoni Machiavelli, ultimo marchese del potente casato, che, a partire dal XV secolo, in Spilamberto aveva la capitale del suo vasto feudo e, intorno alla metà del Seicento, trasformò la Rocca da fortezza a residenza.

Dal 2005, la Rocca Rangoni è di proprietà del Comune, che nel 2010 ha organizzato attività di grandissimo rilievo per celebrare gli ottocento anni dell’incastellamento e della Chiesa di San Giovanni (1210-2010). Una delle ultime iniziative in ordine temporale è la mostra Il Tesoro di Spilamberto. Signori Longobardi alla frontiera, che testimonia l’origine antichissima di questo luogo alle porte di Modena. Non dimentichiamo che fu possedimento della potente Abbazia di Nonantola (franca e longobarda) dal 776 fino al 1568, quando l’Arcivescovo di Milano e Abate Commendatario di Nonantola, Carlo Borromeo, cedette la sua giurisdizione al Vescovo di Modena Giovanni Morone.

Fra i tanti insediamenti che si sono susseguiti nel territorio di Spilamberto, dal neolitico all’età del bronzo, all’età romana, al medioevo – di cui troviamo testimonianza presso il Torrione medievale nel Museo Archeologico, che ospita reperti rinvenuti grazie all’attività del GNS (Gruppo Naturalisti di Spilamberto), che dal 1978 (anno del ritrovamento nel letto del fiume Panaro di una necropoli eneolitica, con circa quaranta sepolture dagli interessanti corredi) collabora costantemente con la Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna –, la necropoli longobarda di Ponte del Rio, in via Macchioni, (rinvenuta nel 2003) ha un’importanza straordinaria non solo per il valore dei reperti – un vero e proprio tesoro –, ma anche perché, come sottolinea Donato Labate (Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna), rappresenta la più consistente testimonianza dei Longobardi nel Modenese.

Allestita con la cura e l’arte dei grandi musei internazionali, nello Spazio Eventi “Liliano Famigli”, la mostra (organizzata dal Comune di Spilamberto e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna e aperta fino al 25 aprile 2011) è un vero e proprio viaggio nella storia di un gruppo di Longobardi, che quindici secoli fa vissero e morirono sulla riva del Panaro, all’alba del medioevo.

Di questo clan gentilizio – posto a controllo dell’incerta frontiera con i domini bizantini e durato non più di una generazione – conosciamo il piccolo cimitero, una trentina di tombe risalenti ai primi tempi dell’invasione. Le pratiche funerarie e i reperti delle sepolture, alcuni di altissima qualità e di grande valore simbolico, ci permettono di farci un’idea della loro cultura, in parte anche della loro vita e delle relazioni che intrattenevano con le popolazioni romane. I guerrieri sono stati seppelliti con le armi individuali (spada, lancia e scudo) che connotavano nella tradizione germanica l’uomo libero e combattente, accompagnate dai relativi cinturoni, guarniti in ferro e bronzo, e da coltelli, punte di freccia e acciarini. Più ricchi e complessi i corredi femminili, che suggeriscono un’assidua frequentazione del mondo bizantino e la comunanza culturale con altre nazioni barbariche. In essi, accanto a oggetti della vita quotidiana e a gioielli tipici del costume longobardo, troviamo pezzi preziosi ed esotici, fra cui spiccano una fibula a S in bronzo dorato e pietre dure, un’altra in argento dorato con cammeo, perle di fiume e paste vitree, un magnifico corno potorio in vetro e un raro sgabello pieghevole in ferro ageminato. Il rango familiare e sociale di queste donne è esaltato dalla deposizione, accanto alle sepolture, di tre pony di razza nordica, forse discendenti dei robusti cavallini che accompagnarono sei secoli prima i Winnili-Longobardi nella loro prima migrazione dalla Scandinavia.

Le prime testimonianze della presenza in questo territorio di esseri umani (e meglio, di qualcuno degli ominidi che hanno preceduto l’Homo sapiens) risalgono al paleolitico inferiore (circa 300.000 anni fa) e sono costituite da una serie di manufatti rinvenuti in località Collecchio dallo spilambertese Benedetto Benedetti (Premio “Lamberto d’oro” 1999), già direttore del Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, dove tra l’altro è conservata la famosa amigdala di Collecchio.

Per tornare ai giorni nostri, grazie alla fervida attività del Gruppo Naturalisti di Spilamberto, recenti indagini archeologiche hanno portato alla luce i resti dell’antico Ospitale di San Bartolomeo, in località San Pellegrino, con relativa necropoli la cui sepoltura più significativa è quella di un uomo identificato come pellegrino per la presenza, nella tomba, di tracce del bordone (il tipico bastone da pellegrino) e della conchiglia. Il complesso della Chiesa di San Bartolomeo e dell’Ospitale (fine sec. XI, inizio era moderna) è da considerarsi il più antico monumento medievale di Spilamberto di cui si abbia conoscenza.

Allora, forse non è un caso se proprio qui, oltre alle eccellenze enogastronomiche, frutto di tradizioni secolari (“Le sette perle dell’enogastronomia modenese”), come l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, hanno le loro radici uomini che si sono distinti in vari ambiti e settori della scienza, dell’arte, della cultura e dell’impresa, uomini che hanno valorizzato e valorizzano la memoria dei loro antenati, uomini per i quali ciascun gesto attuale non ha bisogno di cancellare le opere precedenti per affermarsi, ma ne porta con sé la traccia, nello stile e nell’approccio alla vita che li contraddistingue. Spesso, ci si chiede quali valori trasmettere alle giovani generazioni: ebbene, giovane non è colui che vorrebbe recidere le proprie radici per paura di rimanere immobile o di tornare indietro, bensì colui per il quale le proprie radici diventano ali con cui spiccare il volo. I giovani di questo tipo troveranno nel Tesoro di Spilamberto materia per i loro sogni, evitando di perdersi nell’ignoranza della storia, che costringe a ripetere gli errori dell’umanità in tutte le sue tappe.